PoliticaIl centrodestra italiano, senza leader né idee

Nel Paese la domanda di destra non è sparita. Lo si è capito dalle elezioni regionali della scorsa primavera. Resta da capire se questo centrodestra può farsi portavoce di quella domanda

Di solito, si riduce la malattia del centrodestra italiano alla debolezza della sua leadership, dopo vent’anni di berlusconismo in eterna fase decadente, e al fatto che ne servirebbe una nuova. C’è uno scontro in corso – ancorché non cruento quanto la singolar tenzone meriterebbe – fra Berlusconi e Salvini. Non si sa come andrà a finire e cioè se il segretario della Lega Pound alla fine riuscirà a egemonizzare anche l’ala più moderata, ma appare complicato sostituire Berlusconi presentandosi come il semplice collettore dei conati di vomito degli italiani. L’ex Cavaliere vendeva sogni, offriva rivoluzioni liberali, tutta roba mai realizzata eh, ma quantomeno non si presentava come imprenditore della paura o della preoccupazione. Quel ruolo lì, di cantastorie più o meno liberale, adesso lo ricopre Renzi, che dà la possibilità al centrosinistra italiano di inseguire alcuni dei sogni berlusconiani senza però avere sensi di colpa.

Il ruolo di cantastorie più o meno liberale adesso lo ricopre Renzi, che dà la possibilità al centrosinistra italiano di inseguire alcuni dei sogni berlusconiani senza però avere sensi di colpa

Il problema principale del centrodestra non è la sua leadership. La questione semmai è un’altra: perché oggi un elettore dovrebbe scegliere il centrodestra? Varrebbe dunque la pena porsi gli interrogativi che a sinistra si facevano i frequentatori di austeri convegni di epoche passate dal titolo “What’s left?”, un gioco di parole sulla sinistra, su cosa fosse ma sopratutto su che cosa ne fosse rimasto. Allo stesso modo, dall’altra parte dovrebbero chiedersi che cos’è rimasto del centrodestra, quello che (in teoria) dovrebbe preoccuparsi di libertà, liberalismo e liberismo, cose che oggi si fa fatica a trovare dalle parti di Forza Italia e dintorni. Dunque non manca (solo) la leadership, manca proprio il centrodestra. E così, mentre il presidente del Consiglio spadroneggia, viene da chiedersi: a che cosa serve, oggi, quell’area politico-culturale che fa ancora capo a Berlusconi?

Il problema principale del centrodestra non è la sua leadership. La questione semmai è un’altra: perché oggi un elettore dovrebbe scegliere il centrodestra?

Per anni abbiamo parlato della subalternità del centrosinistra al centrodestra. I due ruoli sembrano essersi invertiti, anche lessicalmente; basta vedere tutto quel richiamo alle “Leopolde blu” e alle necessarie “rottamazioni” in Forza Italia e dintorni, senza peraltro avere la necessaria spavalderia per compiere un vero parricidio politico. Nonostante questo, però, nel Paese la domanda di destra non è sparita. Lo si è capito dalle elezioni regionali della scorsa primavera, quando Renzi ha mostrato qualche difficoltà nella capacità di sfondare al centro, come invece aveva fatto in altre circostanze, grazie alla sua abilità di allargamento del bacino elettorale classico della ditta di bersaniana memoria. Resta però da capire se questa destra e questo centrodestra possono essere rappresentativi e farsi portavoce di quella domanda. Prima di stabilire chi è il capo, bisognerebbe quindi chiedersi che cos’è oggi la destra, qual è la sua identità. Non per far cominciare il dibattito con la solita frase in politichese “prima i programmi, poi i nomi”, beninteso. Anche perché, come ha spiegato Donald Trump rispondendo a una cronista che gli chiedeva quali sono le sue policies, cioè i suoi programmi, su immigrazione e tasse, «penso che la stampa sia più appassionata degli elettori, ai programmi, a essere onesto. Io penso che gli elettori amino me, mi capiscano e sappiano che posso far bene il mio compito».

Nel Paese la domanda di destra non è sparita. Lo si è capito dalle elezioni regionali della scorsa primavera. Resta però da capire se questa destra e questo centrodestra possono essere rappresentativi e farsi portavoce di quella domanda

La linea di frattura destra/sinistra è stata sostituita da un’altra, quella fra politica e antipolitica. Un compito del centrodestra sarebbe quello di (provare a) ripristinare l’ordine, come ha osservato Giovanni Orsina in un suo saggio su “La destra che vorremmo, la destra che verrà”, pubblicato sull’ultimo numero della rivista del Mulino. «La destra che vorremmo – scrive Orsina – cercherebbe di dare delle risposte non (troppo) demagogiche e (ragionevolmente) realistiche alle domande di destra che con forza e urgenza sempre maggiori stanno salendo dal Paese – sull’economia, sull’etica, e soprattutto su immigrazione e sicurezza. Correttezza politica e ‘lepénisation des esprits’ si sostengono e alimentano l’una con l’altra: gli animi si lepenizzano perché ci sono esigenze profonde alle quali la langue de bois progressista non sa dare soddisfazione; il politicamente corretto avanza perché gli animi lepenizzati sono insopportabilmente estremisti e semplicisti. Insieme i due fenomeni distruggono il dibattito pubblico». E in un Paese dotato di una forte tradizione di delegittimazione reciproca come l’Italia, la coppia politica/antipolitica rischia «di riprodurre logiche ad excludendum – logiche delle quali, dopo quarant’anni di Guerra fredda e venti di anti-comunismo/antiberlusconismo, francamente non si sente alcun bisogno. Una destra che riuscisse a rispondere alle domande di destra in maniera non semplicistica e non estremista, ma seria e credibile, contribuirebbe a rompere questo circolo vizioso». Ma oggi le idee mancano.

twitter @davidallegranti

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