MezzogiornoMezzogiorno: grandi lamenti ma ricette sbagliate

Per il rapporto Svimez si chiedono costi del lavoro più bassi e incentivi ai servizi. Ma bisogna puntare sull’export e sull’aumento della produttività. Oltre a cambiare la governance di chi usa i fondi europei

Puntuale come ogni anno, il Rapporto Svimez ci consegna la fotografia di un Mezzogiorno lacerato, marchiato dal sottosviluppo e condannato ad una perenne quanto affannosa rincorsa dei livelli di benessere del resto del Paese. Il documento, presentato il 27 ottobre alla Camera, ci mostra anche come le disparità di reddito siano cresciute non solo rispetto al Settentrione, ma anche rispetto all’Europa.

Al di là di revisionistiche ed edulcorate visioni votate al romanticismo d’una condizione di lampante sottosviluppo, è evidente il dramma di un Sud che ha perso competitività anche e soprattutto durante la crisi. Ad aggravare lo scenario concorre il fatto che gli ultimi governi non solo hanno trascurato quella che un tempo veniva chiamata “questione meridionale”, ma hanno anche mancato di una chiara strategia e/o visione.

Il Rapporto Svimez, anche quest’anno, supplisce a tale mancanza di idee offrendo spunti di riflessione anche da un punto di vista di policy e qui vorrei soffermarmi su tre temi.

1– Il Rapporto propone, tra le altre cose, politiche di stimolo della domanda per rilanciare le economie locali. Interventi di questo tipo, però, sono poco efficaci poiché avvantaggiano localmente principalmente i settori non-tradable (tendenzialmente i servizi), mentre la domanda di beni viene dispersa sui territori da cui questi sono importanti (dunque, non necessariamente il Sud). Oggi sappiamo, invece, che stimolando la produttività dei settori tradable, ovvero quelli che esportano, si ottengono vantaggi anche sui servizi, grazie alla spesa dei lavoratori impiegati nei settori manifatturieri.

Le misure proposte dal Rapporto Svimez per rilanciare le economie locali sono poco efficaci: invece che stimolare i servizi è molto più utile stimolare la produttività dei settori tradable, ovvero quelli che esportano

2– Il Jobs Act, insieme agli sgravi contributivi, sembrerebbe aver avuto un impatto positivo sulla dinamica occupazionale a livello di Paese. Va, però, sottolineato come tutti gli interventi legislativi degli ultimi decenni siano stati uniformi sul territorio nazionale e, soprattutto, la discussione che li ha preceduti non ha mai considerato eventuali effetti (o misure) specifici sul Mezzogiorno. Vi è, poi, un’ulteriore questione che attiene la ratio sottostante le recenti politiche del lavoro, ovvero , la tensione ad abbassarne il costo. Premesso che la riduzione (entro certi limiti, ovviamente) del prezzo di qualsiasi cosa è sempre qualcosa di positivo e che il costo del lavoro in Italia non è così drammaticamente diverso da quello degli altri grandi paesi europei, stupisce come nel discorso pubblico continui ad esserci una confusione estrema tra riduzione del cuneo fiscale e incremento della produttività. Quest’ultima, vero dramma delle regioni meridionali, dipende positivamente solo dalla quantità di capitale delle imprese, dalla qualità dell’azione dei governi e della pubblica amministrazione locali e dalle capacità dei lavoratori. Detto in altri termini, garantire una maggiore flessibilità o ridurre il costo del lavoro non avrà alcun effetto sulla produttività del lavoro e, dunque, delle imprese, soprattutto meridionali. A rendere ancora più illogico questo piano c’è l’evidenza per cui il costo del capitale a Sud, ovvero gli interessi bancari, sono, quello sì, più elevato che a Nord e su questo mi sembra che l’attenzione sia quantomeno scarsa.

Garantire una maggiore flessibilità o ridurre il costo del lavoro, modificando il Jobs Act, non avrà alcun effetto sulla produttività del lavoro e, dunque, delle imprese, soprattutto meridionali

3– Il Rapporto Svimez pure sottolinea l’inconcludenza della Politica di Coesione 2007-2013 ed i ritardi di quella 2014-2020. I ricercatori giustamente puntano l’indice contro l’eccesso di burocrazia che accompagna i fondi europei, ma sembra rimanga la questione di fondo per cui le responsabilità per la pessima performance del passato periodo di programmazione vanno cercate su diversi livelli di governo e anche al di fuori della pubblica amministrazione stessa. Questa confusione di ruoli, unitamente ad un oggettivo disastro amministrativo, ha portato alcuni commentatori (e mi sembra anche il governo) a ritenere superflui, se non uno spreco, questi importanti capitoli di spesa. Nulla di più errato invece, visto che sappiamo bene come la Politica di Coesione ha un impatto positivo sulla crescita regionale, a patto che la qualità delle istituzioni che la governano sia elevata. E probabilmente qui risiede il nostro problema: non avendo apportato modifiche significative alla governance e agli organici che hanno governato il 2007-2013 e si apprestano a governare il 2014-2020, è lecito attendersi qualche risultato positivo per il futuro? Consentitemi di essere scettico su questo punto.

Non avendo apportato modifiche significative alla governance e agli organici che hanno governato i fondi europei per il periodo 2007-2013 e si apprestano a governare il periodo 2014-2020, è lecito attendersi qualche risultato positivo per il futuro? Probabilmente no

È cominciata in queste ore la ridda di articoli e di commenti sulle pene del Mezzogiorno, ma è venuto il momento di essere concreti. Non ci sono idee forti, né in ambito governativo, né in quello amministrativo locale, la tendenza è quella di continuare a fare stancamente ciò che male si è fatto negli ultimi venti anni, quasi facendo finta che il Sud non esista.

Il ritardo meridionale non si ridurrà né con la spesa pubblica, né con una riduzione del costo del lavoro, né con il Jobs Act, ma migliorando l’organizzazione e l’efficienza della pubblica amministrazione locale (magari cambiando le persone, a cominciare dai dirigenti) ed incrementando la produttività dei settori tradable (magari favorendo l’accesso al credito per le piccole e medie imprese).

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