ImmigrazioneMigranti ed Europa: tanti summit, zero risultati

Nel corso del minivertice tra Ue e i Paesi dell’area balcanica esposti all’emergenza profughi sono stati promessi 100mila nuovi posti di accoglienza. Ma in pochi ci credono, ormai

Altri 17 punti, che dovrebbero essere immediati. Da Bruxelles arriva un altro vademecum per gestire l’emergenza migranti lungo la rotta balcanica dopo il minivertice voluto da Angela Merkel tra Commissione europea e gli 11 Paesi – Ue e non Ue – esposti in questi giorni all’eccezionale flusso di arrivi. Nonostante gli annunci, tra gli Stati regna un clima di sfiducia generale. In particolare Albania, Repubblica di Macedonia e Serbia faticano a fidarsi dell’esecutivo di Jean Claude Juncker, ma soprattutto di Austria e Germania. E forse non a torto.

Se da Bruxelles arriva la promessa di creare nei prossimi giorni 100mila nuovi posti di accoglienza per i profughi, 50mila in Grecia e 50mila lungo la “rotta balcanica”, basta guardare le cifre reali per capire i dubbi dei governi albanese, macedone, serbo, ma anche croato e sloveno.

La Slovenia, ad esempio, ha registrato circa 13mila arrivi in appena 48 ore, 60mila in una settimana. Il Paese – che conta poco più di 2 milioni di cittadini – si trova inerme davanti al flusso inarrestabile di rifugiati e migranti economici. Dopo l’innalzamento delle barriere anti migranti in Ungheria, è la Slovenia il punto di passaggio verso il Centro e Nord Europa. La situazione non va meglio in Croazia, che in un solo giorno ha registrato ieri 11.500 arrivi. Dal Mediterraneo l’emergenza migranti e rifugiati coinvolge soprattutto l’area orientale dell’Ue e i suoi Stati cuscinetto (Serbia e Repubblica di Macedonia) cui è delegato indirettamente il compito di salvaguardare i confini esterni dell’Unione.

Se da Bruxelles arriva la promessa di creare nei prossimi giorni 100mila nuovi posti di accoglienza per i profughi, 50mila in Grecia e 50mila lungo la “rotta balcanica”, basta guardare le cifre reali per capire i dubbi dei governi albanese, macedone, serbo, ma anche croato e sloveno

Un ruolo che i Balcani Occidentali non vogliono assumersi perché significherebbe di fatto una loro trasformazione in giganti hotspot. I cosiddetti centri per la registrazione delle persone in arrivo, nei quali avviene la prima divisione tra: coloro che hanno i requisiti per poter richiedere l’asilo e coloro che non li soddisfano e devono dunque essere rimpatriati. È questo il senso di uno dei 17 punti contenuti nella proposta di accordo preparata dalla Commissione Ue, che è stato rigettato da Serbia, Albania e Repubblica di Macedonia, ma anche dalla Croazia, che nella sua versione originale prevedeva l’impossibilità per questi Paesi di inviare migranti verso le frontiere altrui senza aver prima ricevuto l’accordo dello Stato in questione. È facile immaginare le ragioni di tanta reticenza. Nel caso in cui Vienna e Berlino decidessero ad esempio di chiudere temporaneamente le frontiere, questi Paesi si troverebbero soli ad affrontare i nuovi arrivi e a gestire il numero altissimo delle persone in arrivo. Ecco, perché, come succede sempre nell’Ue, il punto iniziale è stato mitigato in azione volontaria. I Paesi Balcanici dunque dovranno «avvisare gli Stati Ue dell’arrivo di un certo numero di persone», di cui prima avranno raccolto dati e informazioni.

Accettata, invece, senza discutere la proposta di aumentare la presenza del personale di Frontex, l’agenzia Ue per il controllo delle frontiere esterne, in questi Paesi. A Frontex spetterà, inoltre, l’avviamento di una nuova operazione ai confini tra Grecia, Macedonia e Albania. Tra i compiti dell’agenzia Ue non soltanto quello di vigilare lungo le frontiere, ma anche procedere ai rimpatri. L’aumento del personale e dei fondi destinati all’agenzia Ue, per quanto annunciati da Bruxelles sin dallo scorso maggio e poi approvati in occasione del vertice tra i ministri dell’interno del 13 settembre, non sono ancora stati implementati. Lo stesso esecutivo Ue ha espresso il suo malcontento una decina di giorni fa. La situazione è stata descritta bene dal Direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, che in modo molto diplomatico ha ricordato agli Stati membri che c’è ancora tempo per incrementare il loro contributo in modo da poter contare sul campo su 775 guardie di frontiera. Al momento, infatti, queste sono appena 291, tutte già indirizzate a gestire gli hotspot in Italia e Grecia.

Accettata senza discutere la proposta di aumentare la presenza del personale di Frontex. Al momento le guardie di frontiera sono appena 291, tutte già indirizzate a gestire gli hotspot in Italia e Grecia

Voluti da Angela Merkel, come segno dell’efficienza europea (e tedesca), gli hotspost restano oggi una grande promessa e rappresentano un buco nero. Dei dieci previsti tra Italia e Grecia ne sono al momento attivi soltanto due. Uno a Lampedusa, in Sicilia. L’altro a Lesbo, in Grecia. È soprattutto da quello greco che arrivano alcuni dettagli poco chiari. Volontari e cooperanti sul posto parlano di una struttura inaugurata troppo velocemente e ancora lontana dal livello di funzionalità richiesta. A lasciare qualche perplessità su questi centri, la cui funzione principale è quella di identificare i migranti in arrivo distinguendo tra chi avrà diritto a richiedere l’asilo in Europa e chi no, è soprattutto la poca chiarezza sulle fasi successive all’identificazione. Al di là degli annunci, infatti, la realtà sul campo resta quella di sempre, aggravata (soprattutto in Grecia) da un numero di arrivi senza precedenti.

Anche sui ricollocamenti c’è poca chiarezza. I rifugiati da ricollocare da Italia e Grecia negli altri Paesi Ue dovrebbero essere 160mila. Annunciato dalla Commissione Ue, salutato positivamente anche dall’Agenzia Onu per i Rifugiati e approvato a maggioranza dalle capitali europee, questa cifra rappresenta oggi poco più di un desiderio. Da fine settembre, cioè un mese fa, i rifugiati partiti dall’Italia verso altri Paesi sono stati 150. Con questo ritmo per arrivare alla cifra stabilita da Bruxelles servirebbero altri 100 anni. Sicuramente un lasso di tempo che l’Europa non può permettersi. La ragione di questa impasse sta soprattutto nella lenta risposta da parte dei Paesi membri. Ad oggi soltanto sei Stati sui 24 previsti hanno offerto posti, 150 in tutto, per accogliere i profughi. Tutti ovviamente già stati assegnati.

Sotto la pressione del suo stesso alleato di partito, il potentissimo Wolfgang Schauble, Angela Merkel è tornata a tuonare la minaccia di sanzioni contro gli Stati Ue che si rifiuteranno di adottare il sistema delle quote di ripartizione dei rifugiati. Ma sarà molto difficile convincere l’Ungheria di Orban, cinta su ogni lato da filo spinato, a farlo. Così come lo sarà nel resto del gruppo dei Paesi dell’est. Nella Slovacchia di Robert Fico, che ha già annunciato di voler far ricorso contro le quote Ue, o anche nella Polonia fresca di nuovo governo antieuropeista, la questione della ridistribuzione dei rifugiati è un tema che non esiste. Così come serviranno a poco le sanzioni pensate dalla Germania.

I rifugiati da ricollocare da Italia e Grecia negli altri Paesi Ue dovrebbero essere 160mila. Da fine settembre, cioè un mese fa, i rifugiati partiti dall’Italia verso altri Paesi sono stati 150. Con questo ritmo per arrivare alla cifra stabilita da Bruxelles servirebbero altri 100 anni

Dopo il susseguirsi di riunioni sulla crisi greca, l’Europa passa negli ultimi mesi al susseguirsi di incontri, vertici e mini vertici sulla questione migratoria. Senza però ottenere i risultati sperati. L’aumento dei fondi per Frontex deciso ad aprile e la sua attivazione anche nel salvataggio dei barconi alla deriva ha visto diminuire il numero delle vittime nel Mediterraneo. Ma questo, insieme all’avvio della missione navale contro gli scafisti, è forse l’unico risultato di sei mesi di consultazioni.

A mancare è soprattutto una strategia d’intervento sulle cause delle migrazioni. Il dossier siriano, passato ora nelle mani di Russia-Stati Uniti-Iran -Turchia e Arabia Saudita, vede l’Europa in un ruolo marginale. Incerto anche l’esito delle trattative con la Turchia di Erdogan per arrestare il flusso di profughi e migranti dal Paese verso il nostro Continente. Mentre langue la raccolta dei fondi, approvata sulla carta a Bruxelles, ma non implementata dagli Stati membri, per gli aiuti verso l’Africa. All’appello mancano ancora 1,7 miliardi di euro. La speranza è che l’Unione riesca a raccoglierli entro la metà di novembre, in modo da arrivare preparata all’altro vertice in programma sull’immigrazione. Questa volta a Malta, dove si discuterà con i Paesi africani sul nodo dei rimpatri. Un nodo difficile da affrontare senza poter contare su un adeguato strumento finanziario. A mancare, però, sono anche i fondi per la Siria, da cui dipende anche una parte del Piano di Azione, la cui bozza è già stata concordata tra Bruxelles e Ankara.

Tutto questo mentre all’interno dell’area orientale di Schengen crescono le recinzioni e i muri tra Stati e il nazionalismo torna a farla da padrone. Il risultato, scontato, del voto in Polonia (prima economia dell’Europa dell’Est), lancia un messaggio importante a Bruxelles, ma soprattutto alle altre capitali. Come ricordato già da Merkel e dal braccio destro di Juncker, l’olandese Frans Timmermans, «l’Europa dei prossimi 50 anni sarà molto diversa da quella attuale». La crisi migratoria e dei rifugiati contiene in sé il germe della rivoluzione dell’idea stessa di Europa.