ImmigrazioneMigranti, l’Unione Europea pianifica migliaia di rimpatri

Il fallimento della politica europea sui rimpatri è un fatto: nel 2014, meno del 40 per cento dei migranti economici entrati illegalmente nel continente sono stati rimpatriati. La Commissione Juncker spinge per rafforzare Frontex. I punti chiave? Hotspot, aiuti economici e scambio di informazioni

I primi 19 rifugiati eritrei arrivati in Italia all’inizio del 2015 partiranno oggi alla volta della Svezia. Si tratta della prima tranche di richiedenti asilo a essere ridistribuiti dal nostro Paese verso un altro dell’Unione. Ma accanto alle 160.000 persone che saranno ridistribuite nei prossimi due anni, molti altri saranno rinviati nei loro Paesi d’origine. Dopo aver litigato sulle quote, l’Europa ora discute all’unanimità sul cosiddetto piano per i rimpatri.

Il piano d’azione Ue

Ha fatto poca notizia quando è stato pubblicato dalla Commissione europea il 9 settembre, ma il Piano di azione sui rimpatri della Commissione Ue completa o, meglio indirizza, la politica migratoria comunitaria. Di questo si è parlato poco, anche perché ha trovato d’accordo tutti gli Stati membri. Nelle stesse ore in cui veniva pubblicato, i 28 Paesi erano impegnati nella lotta al ribasso sulle quote dei i rifugiati da ridistribuire al loro interno.

Seppure ancora incerta la cifra dei migranti a dover essere “rinviati” nei loro Paesi di origine, sarà certamente superiore a quella dei rifugiati e richiedenti asilo a essere ricollocati o ridistribuiti entro i confini comunitari quest’anno . Citando non meglio specificate fonti, il Financial Times ha parlato due giorni fa di 400.000 mila migranti da rimpatriare. La Commissione Ue, per ora, si guarda bene dal confermare quelli che sono state definiti “numeri di pura fantasia”, ma c’è da credere che la verità si discosterà di poco, pochissimo.

L’unica cifra a essere messa nero su bianco è quella del fallimento della politica comunitaria per i rimpatri, primo incentivo all’immigrazione clandestina, se come conferma lo stesso esecutivo Juncker nel 2014 meno del 40% dei migranti economici illegalmente entrati in Europa sono stati rinviati nei loro Paesi di origine. La ragione come sempre risiede nella mancata cooperazione tra i Paesi membri, soprattutto a livello di condivisione delle informazioni. Su indirizzo della Commissione i Paesi puntano ora a investire l’agenzia Frontex di nuovi poteri, relativi sì al controllo delle frontiere, ai quali si aggiungono quelli per il coordinamento dello scambio d’informazioni relativamente agli ingressi.

Meno del 40 per cento dei migranti economici entrati illegalmente in Europa non sono stati rinviati nei loro Paesi d’ogine. Il problema dell’Unione è sempre lo stesso: la mancanza di cooperazione fra i membri. Ora la Commissione punta a rafforzare l’agenzia Frontex con nuovi poteri, dal controllo delle frontiere allo scambio di informazioni

È in questo scenario che si colloca l’importanza dei cosiddetti Hotspot, voluti da Bruxelles in Italia e Grecia. I due Paesi in prima linea nella gestione dei flussi migratori. Centri di registrazione e raccolta delle informazioni, gli hotspot serviranno a velocizzare le pratiche di accettazione o rifiuto delle domande di asilo e permetteranno di evitare che chi ha visto rifiutarsi l’asilo in Italia possa presentare un’altra domanda in Francia. Il primo hotspot italiano a essere entrato in funzione è quello di Lampedusa, ma altri seguiranno. Fin qui tutto bene, ma come procedere ai rimpatri? Su questo punto la Commissione Ue si è impegnata ad aumentare i fondi destinati a Frontex ed ha annunciato un impegno condiviso da parte di tutti e 28 gli Stati membri ad aumentare le spese di bilancio destinate alla voce. In totale si parla di circa 800 milioni di euro fino al 2020. Il denaro, però, da solo non basta. In molti casi, infatti, i rimpatri sono ostacolati dagli stessi Paesi di origine dei migranti, con i quali gli Stati Ue non hanno ancora stretto accordi bilaterali in tal senso.

Paesi di transito. È su questi che si concentra l’attenzione di Bruxelles. In primo luogo Turchia, Giordania, Libano ma anche i Balcani. Ieri a Lussemburgo si è tenuta la riunione tra i Paesi Ue e i Balcani Occidentali, l’obiettivo europeo è di rallentare la pressione degli arrivi entro i confini Schengen aiutando gli Stati confinanti a gestire e in alcuni casi trattenere i profughi e i migranti in arrivo, aprendo a vie legali per l’ingresso in Europa dei migranti economici. Si parla per lo più di aiuti economici ai Balcani, ma anche alla Turchia. Lunedì in occasione della visita di Erdogan a Bruxelles, l’Ue e Ankara hanno firmato una bozza di accordo per la gestione dei flussi migratori. Un testo importante, che preclude la strada all’immigrazione illegale, finora avallata dagli scarsi controlli delle autorità turche nei confronti dei migranti in transito sul suolo turco verso l’Europa. L’altro asso nella manica di Bruxelles è la criticata missione navale rinominata “Sophia”, che mercoledì è passata alla cosiddetta fase attiva dopo aver svolto per alcuni mesi un ruolo di semplice ricognizione. L’obiettivo della missione resta la lotta alle basi e alle navi usate dagli scafisti.

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