IntervistaSussidio di disoccupazione europeo: il blocco del Nord dice no

Ilaria Maselli, del Centro studi per le politiche europee di Bruxelles: “ I veri limiti sono politici, più che economici. In termini di costi, parliamo di meno dell’1% del Pil totale dell’Ue”

Nel 2009, davanti quella che è stata definita la peggiore crisi economica dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’Europa ha optato per l’adozione di politiche di austerity. Il risultato è stato in alcuni casi positivo, in altri come nel caso greco molto meno. Ora che i giorni più bui della crisi sembrano acqua passata si cerca di capire cosa fare in futuro in caso di nuove e potenti recessioni economiche. Il Centro studi per le politiche europee di Bruxelles (Ceps), guidato da Daniel Gross, sta elaborando in questi mesi la proposta di un sussidio di disoccupazione europeo. Nel team di ricerca, oltre Gross, c’è anche un’italiana, Ilaria Maselli, che a Linkiesta spiega: «L’idea di un sussidio di disoccupazione a livello comunitario non è nuova di per sé. Se ne è cominciato a parlare già nel 1975. All’epoca l’idea era stata lanciata dall’ex commissario francese Robert Marjolin. E sicuramente era un’idea visionaria per il momento».

Dopo Marjolin, l’ipotesi di dare vita a un strumento in grado di attutire gli effetti di una crisi economica a livello comunitario fu riportata in ballo negli anni Novanta. Anni di grandi passi avanti del progetto comunitario, ma per questo anche segnati da troppi compromessi politici. Nel 1992 si firmava a Maastricht il Trattato che dava vita all’unione economica e monetaria europea. Al tavolo dei negoziati però gli Stati erano arrivati prevenuti e intenzionati a non concedere troppi margini di manovra a Bruxelles. «La Commissione Ue chiedeva agli Stati il taglio del deficit. Sarebbe stato controproducente chiedere allo stesso tempo un aumento sostanzialmente del contributo annuale al bilancio comunitario», spiega Ilaria Maselli.

Il sussidio di disoccupazione europeo consisterebbe in una sorta di assicurazione in caso di perdita del lavoro. Parliamo di Ri-assicurazione, perché il contratto dovrebbe svolgersi tra i vari istituti che a livello nazionale si occupano della sicurezza sociale (nel caso italiano l’Inps)

In cosa consiste la vostra proposta?
Dopo anni di abbandono, l’idea di dar vita a uno stabilizzatore sociale è tornata a circolare negli ambienti economici. Rispetto ad alcune proposte che vorrebbero puntare a una europeizzazione degli Istituti per la sicurezza sociale, che noi del Ceps consideriamo troppo complessa da realizzare, abbiamo quindi pensato che sarebbe stato meglio pensare alla creazione di sistemi di cosiddetta ‘Ri-assicurazione’.

In questo caso, dunque, il sussidio di disoccupazione europeo consisterebbe in una sorta di assicurazione in caso di perdita del lavoro. Parliamo di Ri-assicurazione, perché il contratto dovrebbe svolgersi tra i vari istituti che a livello nazionale si occupano della sicurezza sociale (nel caso italiano l’Inps). Ovviamente si tratta di uno strumento che troverebbe applicazione soltanto nel caso di recessioni con un impatto sostanziale sul mercato del lavoro di un Paese. Osservando la recente crisi economica, infatti, ci siamo resi conto che da un lato le recessioni sono asimmetriche, colpiscono cioé in modo diverso i Paesi. Allo stesso tempo la politica economica centralizzata impedisce di adottare ricette su misura per ogni Paese, così come resta limitata la politica fiscale. E abbiamo visto quanto questo mix di cose possa avere effetti disastrosi sui Paesi. La creazione di uno stabilizzatore automatico a livello comunitario permetterebbe di superare l’assenza di una politica monetaria nazionale ed in più non graverebbe sui bilanci interni.

Quanto costa la sua realizzazione?
Al momento i veri limiti sono politici, più che economici. In termini di costi, infatti, parliamo di meno dell’1% del Pil totale dell’Ue (le nostre stime variano dallo 0,3% allo 0,8%). Se però consideriamo che il totale del bilancio dell’intera Unione è pari all’1,25% del Pil Ue, si capisce perché è una proposta che avrà difficoltà a essere accettata. Soprattutto in un momento in cui i partiti euroscettici hanno grande seguito in vari Paesi.

Al momento i veri limiti sono politici, più che economici. In termini di costi, infatti, parliamo di meno dell’1% del Pil totale dell’Ue (le nostre stime variano dallo 0,3% allo 0,8%). Se però consideriamo che il totale del bilancio dell’intera Unione è pari all’1,25% del Pil Ue, si capisce perché è una proposta che avrà difficoltà a essere accettata

La frattura pro-contro segue quella tra Nord Europa efficiente e il Sud Europa lassista?
Al momento l’unico Paese davvero contrario sono i Paesi Bassi. L’adozione di un sussidio di disoccupazione a livello comunitario, in realtà, non è pensato per il Sud Europa perché è uno strumento pensato in previsione di nuove crisi e nuove recessioni. Il vero malato d’Europa nel 2005 era la Germania. Negli anni Novanta era la Svezia. Per controbattere a quella che è di solito la prima osservazione che ci viene fatta: “No, i lavoratori tedeschi non pagheranno per i disoccupati in Grecia”.

Abbiamo parlato di costi, ma non di benefici. Avete dati che supportano la vostra proposta?
Al momento siamo ancora in piena fase di ricerca e analisi. Ma rispetto ad alcune simulazioni svolte lo scorso anno abbiamo notato che: se tra il 2009 e il 2012 la Spagna avesse potuto contare su uno stabilizzatore sociale di questo tipo, si sarebbe registrata una crescita addizionale del 6% su quattro anni. Un dato importante. Il perché di questo effetto è semplice in caso di recessione l’esistenza di un sussidio di disoccupazione comunitario spingerebbe i consumi di chi ha perso il lavoro. Consumi che potrebbero riguardare anche l’export di altri Paesi. Gli effetti sarebbero dunque più alti dei suoi costi.

È sicuramente un cambio di rotta rispetto alla logica dell’austerity a tutto campo…
Sì e no, perché come detto prima: è uno strumento che si applicherà in caso nelle prossime crisi… Sicuramente, però, va notato che dalla sua ha il parere favorevole della Bce. Mario Draghi ha ammesso recentemente la necessità, almeno nell’Eurozona, di uno stabilizzatore automatico. Il fatto, poi, che ci sia interesse in Paesi come Italia, Slovacchia, Francia, rappresenta una svolta. Il puro coordinamento delle politiche fiscali da solo non funziona. Come ha mostrato la crisi greca.