Turchia, dietro alle bombe la nuova strategia della tensione

Secondo gli analisti l’attentato attribuito all’Isis sarebbe stato approvato da apparati dello "stato profondo" che mirano a colpire le politiche filo-islamiche di Erdogan

“Bomba di Stato”. “Strategia della tensione”. “Stato profondo”. Le parole che circolano in una parte dell’opinione pubblica in Turchia per descrivere l’attentato del 10 ottobre – il più sanguinoso della storia repubblicana turca, costato la vita a oltre cento persone – a noi italiani fanno tornare in mente un periodo buio. Quello del terrorismo nero, rosso, di Gladio, dei servizi deviati, di quelli stranieri, dei legami tra Stato e criminalità organizzata. E la Turchia di oggi, come l’Italia di allora, ha la sfortuna di essere una pedina in un Grande Gioco i cui protagonisti preferiscono agire nell’ombra piuttosto che alla luce del sole, e per cui il fine giustifica qualsiasi mezzo.

Secondo la ricostruzione delle autorità turche sarebbero stati due kamikaze a portare la morte nella manifestazione pacifista, organizzata da partiti e organizzazioni curde e della sinistra, che chiedeva la fine delle ostilità – cominciate lo scorso luglio, dopo una tregua che durava dal 2013 – tra Ankara e i guerriglieri marxisti del Pkk curdo. In prima fila c’era l’Hdp, il partito curdo di sinistra che col suo ingresso in parlamento – alle elezioni dello scorso giugno – ha fatto svanire i sogni del presidente Erdogan di una maggioranza assoluta per il suo partito, l’islamico Akp, e di una conseguente revisione costituzionale in senso iper-presidenziale. Non solo: gli ha anche impedito la maggioranza necessaria a formare un governo. L’incubo di Erdogan è che alle prossime elezioni, previste tra meno di tre settimane, l’Hdp ripeta il successo e gli sbarri la strada ancora una volta.

Il premier Ahmet Davutoglu, esponente dello stesso partito di Erdogan, in assenza di una rivendicazione ufficiale dell’attentato ha indicato lo Stato Islamico come il principale indiziato (dopo aver avanzato, in un primo momento, sospetti anche sul Pkk e su sigle di estrema sinistra). L’obiettivo di questo attacco dell’Isis, secondo Davutoglu, sarebbe stato destabilizzare il Paese alla vigilia del voto di novembre. Il modus operandi, secondo gli analisti di intelligence, sarebbe in effetti quello dello Stato Islamico e, come già successo anche in Occidente, l’opera di “cani sciolti” (cioè simpatizzanti non strettamente legati a un’organizzazione) non può essere esclusa.

In un primo momento si era anche pensato alle organizzazioni di estrema destra nazionalista (storicamente nemiche dei curdi), come quella dei “lupi grigi”. Queste ipotesi però non convincono parte della popolazione turca, e non solo, che invece ritiene quanto successo opera dello Stato. O meglio, dello “Stato profondo”, cioè quell’intreccio tra uomini di governo, servizi segreti (il famigerato Mit), e gruppi terroristi (islamici, di estrema destra o sinistra).

Il modus operandi, secondo gli analisti di intelligence, sarebbe quello dello Stato Islamico e, come già successo anche in Occidente, l’opera di “cani sciolti” (cioè simpatizzanti non strettamente legati a un’organizzazione) non può essere esclusa.

Le ragioni per cui la versione ufficiale viene guardata con scetticismo anche da esperti occidentali di terrorismo e intelligence sono molte. In primo luogo, l’attentato, per come era stato organizzato, sembra aver richiesto una preparazione che difficilmente avrebbero potuto avere dei “cani sciolti”. Servivono competenze maggiori. Dovendo allora ipotizzare che alla base ci fosse una pianificazione più accurata (e quindi più facilmente intercettabile) della strage, sembra improbabile che il Mit, ritenuto anche dalle intelligence occidentali come uno dei migliori servizi segreti al mondo, non si fosse accorto di nulla. Se poi venissero confermate le indiscrezioni che vorrebbero collegati – forse addirittura fratelli – uno degli attentatori di Ankara e un altro jihadista che aveva già colpito in passato (in particolare a Suruc lo scorso luglio), la “svista” del Mit sarebbe del tutto implausibile: è normale prassi di tutti i servizi del mondo controllare strettamente i parenti e i legami stretti dei terroristi già noti. Certo, possono nascondersi e sfuggire alla vista, ma difficilmente riescono anche a procurarsi grandi dosi di esplosivo e passare inosservati.

La tesi che circola dunque è che il governo turco – e i servizi – sapessero se non i dettagli dell’attentato almeno il tipo di operazione che una cellula dell’Isis stava preparando, e abbiano chiuso gli occhi. Ma perché? I motivi che vengono addotti sono diversi. Secondo Selahattin Demirtaş, leader del Hdp, Erdogan vorrebbe causare una reazione violenta e armata del Pkk, per avere una scusa per tenere i seggi chiusi nelle province curde della Turchia durante le prossime elezioni di novembre, e avere così maggiori chance di ottenere la maggioranza assoluta che tanto desidera.

Altra teoria di carattere “elettorale” è che l’attuale establishment di potere turco, legato al partito di Erdogan, stia cercando di esasperare la situazione colpendo la sicurezza nel Paese (e provocando sempre il Pkk) per far affluire sul partito al potere anche i voti dei nazionalisti di destra (alle ultime elezioni di giugno avevano preso il 16,3%, posizionandosi come terza forza del Paese). A riprova di queste due teorie ci sarebbe la recente condotta di Ankara che, dopo aver annunciato lo scorso luglio che avrebbe preso parte ai bombardamenti contro l’Isis, da allora ha in realtà prediletto gli attacchi contro il Pkk curdo. Nel panorama di chi ritiene che questo attentato sia riconducibile alla volontà di Erdogan di non cedere il potere e mantenere l’attuale linea (specie in politica estera), c’è anche chi ipotizza una “manina” dei Sauditi, alleati della Turchia in Siria contro Assad, e storicamente legati a cellule del fanatismo islamico.

Ci sarebbe una parte dell’establishment turco – non legata a Erdogan e ancora forte nell’esercito e nei servizi – molto filo-Occidentale.. Questa parte di apparato, fortemente repubblicana, kemalista e militarista – potrebbe aver lasciato all’Isis il lavoro sporco per poi provare a sgambettare Erdogan a pochi passi dalle elezioni

Ma, come sempre in queste situazioni, l’avvertimento che viene dagli esperti è di guardare al “cui prodest”: chi trarrà i maggiori benefici da questo attentato sarà anche indiziato, se non proprio il colpevole. In tal caso si deve prendere in considerazione anche l’ipotesi che Erdogan venga travolto dalla questione sicurezza – specie se dovessero emergere nei prossimi giorni sue gravi responsabilità, e già il Ministero degli Interni pare traballi – e segni il tramonto della sua parabola politica. Potrebbero giovarsene sicuramente nel breve termine i suoi avversari in Siria, l’Iran e ora anche la Russia, ma secondo l’opinione di alcuni analisti di intelligence nessuno di questi Paesi avrebbe seguito quel modus operandi. Per cui rimangono ipotesi molto deboli. Senza contare che Erdogan non ha dato negli anni prova di grande lungimiranza strategica, e che quindi se anche il clima creatosi si ritorcesse contro di lui non si potrebbe comunque escludere una sua responsabilità nell’attentato.

Sempre nello scenario che Erdogan perda il potere e non sia in alcun modo responsabile della strage, un’altra opzione (più quotata presso gli esperti) è quella secondo cui ci sarebbe una parte dell’establishment turco – non legata a Erdogan e ancora forte nell’esercito e nei servizi – molto filo-Occidentale e che considera fallimentare la gestione del potere dell’attuale presidente. La scommessa del presidente di sostenere, all’indomani delle Primavere arabe, la Fratellanza musulmana – ideologicamente vicina all’Akp – in tutti gli Stati travolti, non ha pagato. Anzi. Ovunque si è rivelata controproducente, portando Ankara in una situazione di isolamento e debolezza internazionale. Questa parte di apparato turco – ancora fortemente repubblicana, kemalista e militarista – potrebbe aver lasciato all’Isis il lavoro sporco per poi provare a sgambettare Erdogan a pochi passi dalle elezioni, sperando di causare un cambio radicale di politica estera del Paese: non solo in Siria, ma in tutto il Medio Oriente e soprattutto nelle relazioni con Washington e Bruxelles.

In tutti questi casi comunque la verità forse non verrà mai a galla. Finora il Pkk non ha reagito alla provocazione, anzi, ha ordinato ai suoi guerriglieri di non compiere attacchi fino alle elezioni per rispetto delle vittime e per non dare pretesti ad Ankara. Ma se l’attentato avesse davvero dietro la spinta di qualche potere che spera di trarre vantaggio dal caos e dalla tensione interna al Paese, il tempo per causare una più grave degenerazione non sarebbe esaurito. Il voto è ancora lontano, e nelle prossime tre settimane può ancora succedere di tutto.

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