Università, il “gruzzolo” per i pochi eletti non salverà la ricerca

Parla Sonia Ostrica, Segretario della Uil Rua: “Una proposta che offende l’intelligenza dei ricercatori. Non basta a risolvere il problema, e non tocca il precariato”

Dopo l’annuncio del Presidente del Consiglio Matteo Renzi a «Che Tempo Che Fa», «su Twitter» è arrivata la conferma: tra le varie misure nella Legge di stabilità ci sarà un provvedimento per l’Università e la scuola, con uno stanziamento di 50 milioni per il 2016 (75 mln dal 2017) per la chiamata diretta di 500 professori universitari, ordinari e associati, che si sono distinti per elevato merito scientifico; e fondi (55 milioni di euro per il prossimo anno, 60 a regime dal 2017) per l’assunzione di 1000 ricercatori. Mentre per il ministro dell’Istruzione Giannini la Legge di Stabilità «valorizza l’eccellenza, il merito e l’alta qualità scientifica» dando agli atenei i fondi «per 500 cattedre di eccellenza destinate ai ricercatori e agli studiosi italiani e stranieri con alta qualificazione scientifica» per i sindacati che si occupano di ricerca e università si tratta di un intervento assolutamente insufficiente che, anzi, mortifica un mondo che da anni «combatte con tagli e frustrazioni». Proviamo ad approfondire il tema con Sonia Ostrica, Segretario della Uil Rua (Ricerca Università AFAM – Alta Formazione Artistica Musicale e Coreutica).

Nella nuova Legge di Stabilità il governo ha inserito un pacchetto «ricerca». Siete soddisfatti?
Se fossero stati annunciati 5.000 assunzioni tra docenti (di Università e Afam) e ricercatori e Tecnologi Epr, forse si sarebbe potuto parlare di un buon inizio e di una manovra soddisfacente. Partiamo dal fatto che con la legge Gelmini i ricercatori sono diventati «ad esaurimento», quindi i nuovi 1.000 di cui parla il governo hanno davanti al massimo sei anni di tempo determinato, poi o riescono a superare la procedura per diventare professori o vanno a casa. Per carità, parliamo pur sempre di una boccata di ossigeno per chi spera di migliorare la propria posizione, operando da anni con borse di studio o assegni di ricerca: ma nel dare informazioni si dovrebbe essere più precisi. Se poi parliamo di 500 cattedre di eccellenza destinate a chi possiede una alta qualificazione scientifica, bisognerebbe andare a verificare i curriculum con valutazioni più efficaci di quelle finora utilizzate, che fanno acqua da più parti e non sono garanzia per tutti i settori e tutte le discipline, né sono ineccepibili sotto il profilo della selezione delle eccellenze.

Quindi l’annuncio di 500 assunzioni «con gruzzolo» è un’offesa alle tante eccellenze che già esistono, che mordono la polvere e hanno intuizioni che restano nel cassetto per impossibilità di sostenerne prove e costi

Sulle misure contenute nella Legge di stabilità il governo si è confrontato con i sindacati?
Questo governo, come molti di quelli che lo hanno preceduto, non ama il confronto con i sindacati: evidentemente li considera un ostacolo alla propria «libertà» di scelta. Il sindacato si è reso disponibile ad un confronto che, però, viene condizionato prima di nascere da un orientamento strumentale della opinione pubblica: il Colosseo chiuso (per due ore) per una assemblea autorizzata diventa uno scandalo da prima pagina, mentre del mancato rinnovo dei contratti e dei turni non pagati non si può parlare.

Cinquecento cattedre e mille ricercatori bastano per dare ossigeno alla ricerca?
I precari nella ricerca (tra università ed enti pubblici di ricerca) sono ben più dei 6.000 quantificati come lo “zoccolo duro”. Spesso sono «invisibili» perché mascherati con formule improprie: assegni di ricerca, borse di studio, cultori della materia, ma anche tempi determinati, collaborazioni, partite iva. Ci vorrebbe il coraggio della coerenza, che manca ai governi, di qualsiasi colore essi siano: se si continua a ripetere che «ricerca ed innovazione sono i motori dello sviluppo», che la «produzione di conoscenza» va distinta dalla «diffusione delle conoscenze», dovrebbero essere varate leggi che mettano università, enti di ricerca ed anche le istituzioni AFAM in condizione di investire sulla loro vera ricchezza: la risorsa umana.

Sembra che ai nuovi doventi verrà assegnato anche un «gruzzoletto» per progetti di ricerca. Da anni però i sindacati denunciano tagli insostenibili.
Nelle università ed enti di ricerca i cosiddetti tagli lineari (quelli condivisi con tutto il mondo del pubblico impiego) si sono sommati a quelli specifici, portando alla luce situazioni oltre l’incredibile. Ci sono enti che per le attività ordinarie (iscrizioni e partecipazioni a convegni, missioni per presentazione di paper o workshop) hanno messo in bilancio “0 euro” perché tanto avevano a disposizione. A prescindere dalle capacità di gestione dei vertici (spesso inadeguate) le risorse ordinarie coprono stipendi e utenze.

Rientrerà qualcuno il cui contratto era in scadenza, per poi ripartire appena finito il bonus. Servono misure strutturali, non incentivi dalla dubbia durata ed efficacia

E per la ricerca?
La risposta che ricevono i ricercatori che chiedono finanziamenti per i progetti è che le risorse arrivano dall’Europa, ed è lì che bisogna andare a prenderle, (spesso) con l’inesistente supporto dei vigilanti. Quindi l’annuncio di 500 assunzioni «con gruzzolo» è una offesa alle tante eccellenze che già esistono, che mordono la polvere ed hanno intuizioni che restano nel cassetto per impossibilità di sostenerne prove e costi. Direi che peggior schiaffo in pieno viso non si poteva dare.

Qual è lo stato di salute della ricerca italiana?
La ricerca italiana riesce a barcamenarsi rimanendo a galla nell’eurozona, ma esclusivamente per le capacità individuali dei nostri ricercatori. A parità di addetti, la produzione italiana pro capite è doppia: ma numericamente i nostri ricercatori sono troppo pochi, molto meno della media europea e peggio pagati (come il resto del pubblico impiego). I nostri migliori giovani freschi di studi e di idee non entrano nel sistema (il blocco delle assunzioni perdura da oltre 10 anni); i ricercatori di ruolo hanno un’età media alta e non sono incentivati, inoltre le procedure burocratiche e amministrative assorbono troppo del tempo che dovrebbe essere destinato alla ricerca; i progetti finanziati sono, quasi esclusivamente, quelli europei e gli enti, a causa delle difficoltà di bilancio, non riescono ad avere linee di ricerca finanziate che presumano risultati nel periodo medio-lungo. Agli occhi di chi conosce un po’ il sistema, sembra quasi di intravedere una precisa volontà di asservire le intelligenze o di escluderle dal governo del sapere.

Questo provvedimento che effetto avrà sui cosiddetti «cervelli in fuga»?
L’Italia è una meta appetibile per tante cose, ma di certo non per chi vuole fare ricerca. Già in altre epoche si sono proposte in finanziaria incentivi per il rientro dei cervelli: lo stesso Ignazio Marino, l’ex sindaco di Roma, è stato un cervello in fuga (e non mi chiedete cosa ne penso). Abbiamo provato il sistema degli incentivi fiscali, promessi per tre anni nel 2010, ora ci riproviamo: rientrerà qualcuno il cui contratto era in scadenza, per poi ripartire appena finito il bonus. Servono misure strutturali, non incentivi dalla dubbia durata ed efficacia.

Si sente parlare dei giovani da assumere, mentre non si parla più volentieri del precariato storico, come fosse una malattia da nascondere. Che ne vogliamo fare, di queste due o tre generazioni che stanno invecchiando da precari?

Sui contratti a che punto siamo?
Con il Jobs Act si è dato un gran megafono alla morte dei famigerati «contratti di collaborazione»; non si è dato però altrettanto risalto al fatto che, in assenza di misure efficaci di rifinanziamento delle istituzioni (in particolare enti di ricerca, università, istituzioni AFAM), nonché di processi straordinari di assunzione, il precariato esistente potrebbe trovarsi privo, ora più che mai, di strumenti per continuare a lavorare. Il Jobs Act, che può avere una certa utilità nel settore privato ma non altrettanta nel pubblico, doveva chiudere un percorso avendo risolto il problema: invece nella norma si legge solo la chiusura formale del percorso, mentre il problema vivo del precariato resta tutto in piedi. Anzi, al precariato «storico», quello di lungo corso, si aggiunge man mano quello nuovo: nuovi laureati, stagisti, dottorandi. Si sente parlare dei giovani da assumere, mentre non si parla più volentieri del precariato storico, come fosse una malattia da nascondere. Che ne vogliamo fare, di queste due o tre generazioni che stanno invecchiando da precari?

L’Italia investe abbastanza sulle proprie eccellenze?
L’Italia investe in formazione, insieme ad un pesante investimento sostenuto dalle famiglie, che hanno sempre visto nell’istruzione e nell’alta formazione anche la possibilità di un ascensore sociale che oggi non funziona come dovrebbe. Questi provvedimenti del Governo, destinati a pochi eletti, non hanno la forza di invertire il trend. Semmai, hanno il potere di far arrabbiare molto chi li considera come polvere buttata negli occhi per nascondere la vera assenza di investimenti strutturali. Se c’è una cosa che nel nostro Paese non manca è la vivacità intellettuale e propositiva, la genialità, che oggi, però, sono più mortificate che mai.

Certo, l’Italia spicca ancora per genialità come nel caso del «frigorifero senza corrente», un progetto che fece vincere alla nostra Caterina Falleni una borsa di studio della Nasa. Una giovane maturata in una delle tanto bistrattate istituzione AFAM (Alta Formazione Artistica, musicale e coreutica). Ma ci sono centinaia di esempi, sconosciuti ai più, che non trovano la strada giusta: nelle arti come nelle scienze, nella musica come nell’architettura, nell’ingegneria, negli studi umanistici o in medicina. Ragazzi straordinari, con pochissimo o nessun sostegno in termini di diritto allo studio, che per vivere magari lavorano nei pub nonostante gli studi e la competenza e che non vanno via non perché sono «mammoni» come disse una ministra, ma perché vorrebbero avere una vita decente nel paese più bello del mondo.

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