VaticanoVaticano, è il sinodo della famiglia, ma sembra un film di Almodóvar

Il monsignore che dichiara la sua omosessualità, gli intrighi di palazzo: Papa Francesco vuole una Chiesa più aperta, ma per ora è solo più confusa

È cominciato con un colpo di scena degno di un film di Pedro Almodovar il secondo sinodo sulla famiglia convocato da papa Francesco. Il coming out di monsignor Krzysztof Charamsa, a metà strada fra operazione di marketing e liberazione personale, ha dato un tocco trash alla grande assise cattolica che ha raggiunto l’apice quando l’ex teologo in carriera ha presentato ai media di tutto il mondo il suo compagno, Eduardo.

Senza contare che il giovin monsignore polacco si appresta a pubblicare un libro, destinato a fruttargli non poco: una sorta di buonuscita preparata in anticipo visto che, con ogni probabilità, aveva messo in conto di perdere gli incarichi in Vaticano e presso gli atenei pontifici in cui lavorava. Che poi Charamsa sia segretario aggiunto della Commissione teologica internazionale presieduta dal cardinale Gerhard Muller, prefetto dell’ex sant’Uffizio e soprattutto capo della corrente tradizionalista che cerca di mandare a monte le riforme di Bergoglio, è ironia della sorte davvero notevole.

D’altro canto il Vaticano produce ciclicamente, in modo involontario, momenti di grande cinema, a volte tenebroso – thriller politici, sessuali o finanziari – a volte più sul genere feuilleton, come in questo caso; sarà forse perché è uno dei pochi posti al mondo dove ancora sessualità e morale vengono prese sul serio o perché qualche tabù e pregiudizio di troppo resiste impavido al mutare dei tempi.

Sia come sia, sul fronte opposto l’ex cardinal sottile, Camillo Ruini, guida lancia in resta le forze dell’immobilismo ecclesiale: tanto da osservare che se in effetti nella storia umana sono esistiti anche modelli di poligamia e poliandria, tuttavia di nozze omosessuali non ha parlato mai nessuno fino ad oggi, a riprova che quindi siamo di fronte a una vera assurdità. L’argomento non è imbattibile, evidentemente.

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Il preludio dell’assise è stato insomma scoppiettante e di certo poco prima che i 270 padri sinodali si chiudessero in Vaticano per una discussione intensa su aspetti delicati della vita della Chiesa, sono volati vari stracci; inoltre diversi convegni si sono svolti a Roma nei giorni precedenti l’inizio dei lavori dell’assemblea sinodale, da quelli degli ultratradizionalisti che non darebbero la comunione a un divorziato risposato nemmeno sotto tortura, all’incontro promosso dal Global Network of rainbow catholics che intendeva affrontare il tema delle famiglie Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender). In Italia poi, sullo sfondo, c’è il tema annoso di una possibile legge che regolarizzi le unioni civili.

Appunto, il sinodo sulla famiglia cui partecipano delegazioni di vescovi di tutti i Paesi del mondo oltre a teologi, missionari, coppie di laici, delegati di altre chiese, membri della Curia vaticana, prelati nominati direttamente dal papa, dovrebbe affrontare non tanto gli aspetti più spettacolari di questo dibattito, quanto dare un quadro aggiornato del rapporto fra Chiesa e famiglia a cominciare da quella eterosessuale. Se questo è il tema effettivamente sul tappeto, forse la posta in gioco non detta pubblicamente è ancora più alta: si tratta del futuro di una Chiesa in bilico fra la ripresa di un cammino riformatore aperto dal Concilio Vaticano II cui papa Francesco ha dato nuovo impulso, e il ripiegamento in una comunità chiusa, avvolta intorno al dogma a difesa di un cattolicesimo tradizionalista: visione, questa, che cozza violentemente con la Chiesa aperta all’altro immaginata da papa Francesco.

Da una parte c’ è un cattolicesimo fortificato, ideologico, poco incline al confronto con il “diverso” – sia esso un divorziato, un omosessuale, un immigrato, un credete di altra fede – dall’altra il tentativo portato avanti da Bergoglio di rimettere la Chiesa in collegamento col mondo interrompendo così il declino di una fede che – al di là del numero di battezzati a livello globale – prosegue (calano matrimoni in chiesa, sacramenti, vocazioni, frequenza delle messe e s’indebolisce più in generale il legame vivo e attivo con la Chiesa).

Sotto questo profilo Francesco ha una strategia ampia che comprende il ritorno della Santa Sede sugli scenari internazionali, un rapporto coni media estremamente moderno – e quindi facile anche all’equivoco, al fraintendimento che in qualche modo sono rischi accettati – e infine un dialogo con i ‘lontani’ , cioè con persone e realtà che, per varie ragioni, si sentono escluse dalla Chiesa.

Francesco, aprendo il sinodo, ha ribadito che la Chiesa deve essere «ospedale da campo con le porte aperte ad accogliere chiunque bussa chiedendo aiuto e sostegno; di più, di uscire dal proprio recinto verso gli altri con amore vero, per camminare con l’umanità ferita, per includerla e condurla alla sorgente di salvezza».

Ma il vero dilemma a questo punto, dopo due anni e mezzo di pontificato, è il seguente: la Chiesa sta con Francesco? È in grado di seguire il papa, magari trovando pure i necessari equilibri dentro al sinodo su coppie di fatto, divorziati, famiglie monoparentali, amore omosessuale e quant’altro, dando però un segno chiaro di apertura alla modernità? Questo è il nodo decisivo, per tale ragione i vari cardinali Muller, Caffarra, Scola, Napier, vivono il sinodo un po’ come la loro ultima occasione, la trincea dalla quale difendere un tradizionalismo ormai bersagliato da tutte le parti.

D’alto canto anche il fronte aperturista deve dimostrare di essere in grado di fare un salto di qualità; in questo schieramento non si tira certo indietro il cardinal Walter Kasper, grande teologo favorevole alla comunione ai divorziati risposati, il quale ha infine affermato che «gay si nasce», e in un libro appena uscito ha scritto: gli omosessuali «a volte posseggono doti che altri non hanno e spesso hanno una grande sensibilità e possono contribuire alla vita della Chiesa con i loro doni. È noto che molti artisti – rileva il cardinale – hanno questa inclinazione e possono fare ugualmente bene alla società e alla Chiesa». Francesco, aprendo il sinodo, ha ribadito che la Chiesa deve essere «ospedale da campo con le porte aperte ad accogliere chiunque bussa chiedendo aiuto e sostegno; di più, di uscire dal proprio recinto verso gli altri con amore vero, per camminare con l’umanità ferita, per includerla e condurla alla sorgente di salvezza».

Il sinodo resta un organismo consultivo, tuttavia il papa gli ha voluto assegnare, di fatto, un ruolo quasi decisionale. Tuttavia Francesco sa bene quante siano ancora pesanti le resistenze nei suoi confronti per questo sa pure di avere una via d’uscita: l’ultima parola spetta infatti sempre a lui. Ma questo significherebbe ridurre quel principio di collegialità che fa parte pienamente di un’idea di Chiesa meno centralizzata e più capace di condividere le scelte di ascoltare le voci dei vescovi e delle “periferie”. Certo, se si guarda ad altre esperienze, per esempio alla sinodalità della Chiesa anglicana, si intravede un percorso diverso da quello fino adesso in vigore a Roma; in molti casi decisioni importanti sono passate al vaglio di numerosi sinodi prima di giungere a un cambiamento. Insomma la Chiesa cattolica si trova forse solo all’inizio di un cammino nuovo, e originale nell’ambito cristiano, in cui la centralità del vescovo di Roma si misurerà sempre di più con le voci locali non più relegate sullo sfondo cercando un nuovo equilibrio.