TaccolaCO2 in Italia? Senza la crisi le emissioni sarebbero superiori al 1990

Se non ci fosse stata la contrazione dell’economia dal 2007 a oggi, le emissioni italiane sarebbero aumentate dell’3,2% rispetto al 1990. La buona notizia è che il peso delle rinnovabili comincia a farsi sentire

Che l’Italia abbia in questi anni ridotto le emissioni di CO2 anche grazie alla crisi economica è noto. Ma quanto ha pesato la congiuntura economica e quanto gli avanzamenti nel campo del risparmio energetico e della produzione di energia da fonti rinnovabili? La risposta arriva da uno studio di Antonio Caputo dell’Ispra e Stefano Caserini del Politecnico di Milano: se dal 2008 in poi il Pil non avesse cominciato a scendere e la crescita fosse rimasta ai livelli precedenti, le emissioni nel 2013 sarebbero superiori a quelle del 1990. Non solo: gli obiettivi del Protocollo di Kyoto, fissati per il quinquennio 2008-2012 a una riduzione medio del 6,5% rispetto al 1990, sarebbero stati completamente mancati. In effetti – almeno formalmente -non sono stati raggiunti (della questione si occupa un altro articolo del Dossier “Salvare il clima”) neanche con la crisi, perché le emissioni sono scese del 4,6% (sarebbero a -7% se si conteggiassero le effettive emissioni dei grandi impianti, detti Ets). Senza la crisi sarebbero cresciute tra il 4,5% e il 6,0%, a seconda del metodo di analisi utilizzato (deterministico o stocastico).

Se dal 2008 in poi il Pil non avesse cominciato a scendere e la crescita fosse rimasta ai livelli precedenti, le emissioni nel 2013 sarebbero superiori a quelle del 1990. E gli obiettivi di Kyoto sarebbero stati lontanissimi

Lo studio, chiamato “Decomposition analysis of GHG emissions at four geographic levels”, è stato presentato al Science Symposium on Climate 2015 di Roma ed è stato sintetizzato in due post del blog Climalteranti.it (qui e qui).

Il primo dei due post mostra in dettaglio quali componenti abbiano contribuito all’andamento delle emissioni. Se si considerano gli anni dal 1990 al 2013, alla discesa totale del 13,7% hanno pesato in primo luogo le fonti rinnovabili, seguite dal minore uso di carbone tra i combustibili fossili, dalla riduzione dell’intensità energetica per unità di prodotto interno lordo (-5,6%) e dall’efficienza di trasformazione (-2,5%). Il Pil e l’aumento di popolazione hanno invece contribuito a far salire le emissioni.


Tutto cambia se però si guardano i dati scomposti per i diversi periodi. Il Pil, ovviamente, ha trainato le emissioni fino al 2004 e ha contribuito al loro incremento, superando le diminuzioni delle fonti rinnovabili e degli altri fattori. Poi la musica è cambiata: dal 2004 al 2007 l’economia cresceva ancora, ma cominciavano a vedersi gli effetti della riduzione dei consumi energetici per unità di Pil e la diminuzione del carbonio nel mix dei combustibili fossili. Le rinnovabili erano ancora poca cosa.

Infine, la storia recente: il Pil è sceso, assieme alle attività connesse (industrie, trasporti). Contemporaneamente sono anche salite le rinnovabili. A conti fatti, il peso della crisi e degli incentivi a fotovoltaico (con il Conto energia, poi progressivamente azzerato) e all’eolico, è stato lo stesso. Se le rinnovabili sono cresciute tanto, spiega lo studio, è anche perché con la contrazione dei consumi hanno avuto priorità di dispacciamento dell’energia elettrica prodotta. Al contrario, è aumentata lievemente la quota di carbone usato nel mix di combustibili fossili (un aumento mimetizzato dal calo generale della CO2).

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A conti fatti, il peso della crisi e degli incentivi a fotovoltaico (con il Conto energia, poi progressivamente azzerato) e all’eolico, è stato lo stesso

Cosa sarebbe successo, tra il 2007 e il 2013, se il Pil fosse cresciuto dell’1,5%, invece di scendere dell’1,5% di media, e tutti gli altri fattori fossero rimasti fermi? Le emissioni si sarebbero comunque ridotte, anche se di solo il 9% rispetto al -23% effettivo.

Il nostro Paese è quindi nella traiettoria giusta per la riduzione degli obiettivi, al netto dell’andamento dell’economia? «L’Italia è in Europa e la sua politica sul clima dipende dalla politica europea – sottolinea a Linkiesta Stefano Caserini, che al Politecnico di Milano è docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici e parteciperà alla conferenza Cop21 di Parigi -. Alla base della riduzione della CO2 negli ultimi anni c’è una componente della discesa legata al Pil, ma anche una parte legata all’efficienza energetica e alle fonti rinnovabili. L‘Italia ha indubbiamente investito nelle rinnovabili, anche se si potrebbe discutere se sia stato il modo migliore di usare gli incentivi».

C’è però un versante dove dobbiamo recuperare terreno, aggiunge il docente del Politecnico: «Oltre alle mitigazioni delle emissioni, l’altro fronte è quello dell’adattamento ai cambiamenti climatici. L’Italia ha approvato un’apposita strategia nazionale, che prevede molti interventi ma che deve essere portata avanti “senza oneri per le casse pubbliche”. Negli anni passati c’è stata una miopia nell’investire. Ora siamo in ritardo e se non cambiamo continueremo a pagare le conseguenze».

Il nostro Paese fa già registrare oggi un aumento di 2 gradi rispetto al periodo pre-industriale (la media globale, oceani inclusi, è di un grado). Uno studio dell’Ispra mostra che a fine secolo l’aumento sarà tra 1,8 e 3,1 gradi (scenario intermedio) oppure tra 3,5 e 5,4 gradi (scenario peggiore)

Il nostro Paese fa già registrare oggi un aumento di 2 gradi rispetto al periodo pre-industriale (la media globale, oceani inclusi, è di un grado). Uno studio recente dell’Ispra (“Il clima futuro in Italia”) ha mostrato che nel corso di un secolo i quattro modelli presi in considerazione prevedono un aumento della temperatura media in Italia compreso tra 1,8 e 3,1°C (ensemble mean, cioè valore medio, 2.5°C) nello scenario intermedio (RCP4.5). Ma ben superiore, tra 3,5 e 5,4°C (con ensemble mean 4,4°C) nello scenario peggiore (RCP8.5, cioè aumento continuo delle emissioni e un elevato valore della forzante radiativa). Il rialzo delle temperature sarà maggiore in estate e pioverà meno. «Le proiezioni di alcuni indici rappresentativi della frequenza, dell’intensità e degli estremi di precipitazione indicano una futura, progressiva concentrazione delle precipitazioni in eventi più intensi e meno frequenti. L’entità di queste variazioni risulta comunque molto incerta e mediamente debole o moderata», conclude lo studio.

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