Industria e societàGrecia, la fabbrica autogestita che chiede di sopravvivere

È stata costituita dagli stessi dipendenti quando la bancarotta sembrava inevitabile. È gestita in maniera “democratica“ ed è stata indicata come esempio da Naomi Klein. Ma oggi rischia di chiudere per la liquidazione giudiziaria degli immobili. Così è partito un appello al governo Tsipras

Salonicco, Grecia. Una storia d’altri tempi, verrebbe da dire. Oppure, semplicemente, una storia figlia di questi anni di crisi, in un Paese che la crisi (e la gestione della crisi) la sta pagando duramente, da più di cinque anni ormai, senza intravederne la fine. La Vio.Me (Viomihaniki Metalleytiki), filiale della Philkeram-Johnson, gruppo leader nel settore della ceramica per piastrelle, fino al 2011 era una fabbrica chimica che produceva materiale per l’edilizia. Cementi, collanti e solventi, soprattutto. Questo, fino a quando la direzione non decide di abbandonarla, lasciando a casa decine di lavoratori e tanti debiti, tra cui un milione e mezzo di euro di stipendi non corrisposti.

Colpa della crisi, si disse. Ma i lavoratori hanno sempre sostenuto che l’azienda «non era sull’orlo della bancarotta», nonostante la caduta dell’economia nazionale e le implicazioni dell’austerity. Un calo della produzione, tante bollette non pagate, ma la bancarotta no. O non ancora. In ogni caso, dopo un periodo di comprensibile smarrimento, gli stessi dipendenti prendono una decisione impegnativa, temeraria: occupare gli stabilimenti e gestire direttamente la produzione. E così, il 12 febbraio del 2013, dopo una serie di incontri preparatori ed assemblee molto partecipate, la Vio.Me ritorna a nuova vita, riconvertita in azienda per la produzione di detersivi, ammorbidenti e saponi ecologici. Prodotti senza additivi chimici realizzati solo con sostanze naturali. «Diciamo che trasformare un’impresa chimica e inquinante in una fabbrica attenta all’ambiente – ha ammesso un lavoratore – per noi è stato anche un modo per ripagare un debito alla società».

Di fronte alla prospettiva della bancarotta, i dipendenti della Vio.Me prendono una decisione impegnativa, temeraria: occupare gli stabilimenti e gestire direttamente la produzione. Così nel 2013 la fabbrica torna a nuova vita

I primi mesi sono durissimi, come ricordano gli stessi protagonisti. Si inizia riciclando materiali di scarto per autofinanziarsi, accettando aiuti alimentari da parte di organizzazioni non governative e strutture sindacali. Decisivo è anche il sostegno del “Comitato Locale di Solidarietà”, nato intorno al collettivo per iniziativa di cittadini ed attivisti di sinistra. Poi la decisione di costituirsi in cooperativa, per il rilancio dell’azienda e per gestire il lavoro «in maniera democratica». Un’assemblea al giorno, questa è la regola, per decidere chi fa che cosa, secondo il principio della rotazione degli incarichi e delle mansioni.

Ovviamente, il trattamento economico è lo stesso per tutti e tutti concorrono alle decisioni sulla produzione e gli aspetti commerciali. I prodotti, a prezzi piuttosto accessibili, sono distribuiti per la gran parte nei vari circuiti dell’economia solidale, greca ed europea, grazie ad una rete di solidarietà militante creatasi fin da subito intorno all’iniziativa. Non è un caso, d’altra parte, che lo slogan scelto per promuovere la loro attività sia «Date una bella pulita…con la solidarietà!». Paradossalmente, è stata la stessa crisi ad andare in aiuto in questi anni alla nuova Vio.Me, se è vero che oggi il 22 per cento della popolazione ellenica, per risparmiare sul prezzo delle merci, compra direttamente dai produttori e nei circuiti del commercio equo, evitando l’intermediazione di negozianti e delle grandi catene di supermercati.

Nel giugno del 2013 lo stabilimento viene visitato anche dalla nota scrittrice e giornalista canadese Naomi Klein, autrice di libri come No Logo e Shock Economy, che, a proposito dell’impresa, parla di «esempio di resistenza all’economia dello choc», riferendosi alla necessità di sottrarre spazi di produzione e di vita a logiche meramente speculative, e di «critical hope» (Speranza critica) in opposizione al «There Is No Alternative» (Non ci sono alternative). Da piccola storia di sopravvivenza nella crisi greca, quella di Vio.Me diventa, ben presto, una faccenda capace di suscitare simpatia e curiosità a livello mondiale.

Lo stabilimento viene visitato anche dalla scrittrice canadese Naomi Klein che, a proposito dell’impresa, parla di «esempio di resistenza all’economia dello choc»

Nel frattempo, però, i vecchi proprietari tornano alla carica e tornano anche i fantasmi della liquidazione giudiziaria degli immobili riconducibili alla vecchia società madre. Il rischio che tutto possa finire, insomma, è oggi più concreto che mai. Come fanno sapere i lavoratori in queste ore, infatti, «l’intero lotto di terra su cui ricade la Vio.Me verrà battuto all’asta giovedì 26 Novembre 2015 e per i successivi tre giovedì. Nel caso in cui non venisse trovato un compratore, l’asta proseguirà ad oltranza fino a che non si riuscirà a vendere il terreno, sfrattando di fatto i lavoratori dalla fabbrica».

Si tratta di un appezzamento di terra composto da 14 lotti separati, di cui una parte era stata assegnata dal governo greco alla vecchia società quale «riconoscimento per il “contributo sociale” derivante dalla creazione di posti di lavoro». La loro vendita all’asta servirebbe, ora, per soddisfare i creditori, pubblici e privati, dell’azienda. Invero, la quota di terreno su cui attualmente ricadono gli edifici occupati potrebbe essere scorporato dai restanti lotti, consentendo alla cooperativa di continuare la propria attività. E questo è quello che si aspettano i lavoratori, facendo sapere, nondimeno, che ad oggi nessuno li ha contattati per trovare una soluzione.

I vecchi proprietari sono tornati alla carica, così come i fantasmi della liquidazione giudiziaria degli immobili riconducibili alla vecchia società madre. Il rischio che tutto possa finire è oggi più concreto che mai

Per questa ragione, hanno deciso di lanciare un appello al governo greco, affinché si trovi una soluzione che salvaguardi la loro esperienza. «Chiediamo che il governo greco – scrivono nell’appello – si adoperi per fermare l’asta dei locali della Vio.Me e che offra una soluzione definitiva espropriando la terra e concedendola ai lavoratori, in modo che la fabbrica possa continuare a funzionare sotto il controllo dei lavoratori e secondo un processo decisionale orizzontale».

Ricordano, ancora, che «Syriza è stata tra le varie forze politiche che hanno sostenuto la nostra lotta, esprimendo la propria solidarietà tramite le dichiarazioni e gli impegni ufficiali dell’attuale Primo Ministro verso una soluzione immediata per l’operabilità della fabbrica».

Il timore, adesso, è che le mutate condizioni politiche del Paese, a seguito della sottoscrizione del terzo memorandum, possano condizionare negativamente anche le scelte del partito di governo e di Alexis Tsipras in ordine alla vicenda. Anche per questo, invitano tutti coloro che sono stati al loro fianco in questi anni ad essere presenti giovedì 26 Novembre all’asta per il terreno, «per fermare il loro progetto di cacciare i lavoratori dalla Vio.Me», rivendicando che la “loro” azienda è diventata ormai «uno spazio che da due anni abbiamo trasformato in un posto di lavoro e di libertà». Sarà anche per questo che la storia della Vio.Me ha fatto scuola in altri Paesi europei. Ed in Italia, dove negli ultimi anni, da nord a sud, si sono registrate alcune esperienze similari, anche di successo. Per il governo di Atene, invece, si tratta, adesso, di una questione da affrontare con estrema intelligenza.

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