Il fardello di un nome, le facili ironie del pubblicoIl difficile destino di chi si è chiamato Pelé dopo di lui

Da Judilson Mamadu Tuncara Gomes a Abedì, le loro storie raccolte dal sito Valderrama.it

Il sistema associativo che regola il cervello umano ci spinge a credere che qualsiasi persona di nome Pelé sia inevitabilmente la migliore nel suo campo. Qualsiasi mestiere egli faccia, qualsiasi attività svolga. Tutte tranne una, ovviamente: quella del calciatore. Chiamarsi Pelé e fare il calciatore più che uno strano scherzo dell’onomastica assomiglia a una specie di condanna. Per quanto bravo possa essere, il novello Pelé non sarà mai all’altezza del suo più famoso predecessore.

E così il nome appiccicato sulle spalle, di sole quattro lettere più l’accento, pesa come un macigno che tende il tessuto sintetico della divisa verso il basso, trascinando con sé le speranze e i sogni del malcapitato omonimo. Il povero Pelé dovrà abituarsi presto alle battute degli spettatori e degli avversari, ai sorrisetti al primo stop sbagliato, al primo tunnel subito, a un rigore calciato oltre le tribune. È difficile giocare a calcio e chiamarsi Pelé.

L’equivoco che questo fosse possibile con risultati importanti lo crea Abedì Ayew, forte attaccante ghanese, che solca i campi europei a cavallo tra anni ottanta e novanta, conosciuto soprattutto con il nome di Abedì Pelé. L’africano vince tutto, tre palloni d’oro africani, scudetti e coppe. Con l’Olympique di Marsiglia, funambolica mescola di talenti (Völler, Bokšić, Deschamps, Barthez, Angloma), è capace di battere l’invincibile Milan allenato da Fabio Capello nella finale di Coppa Campioni 1993. Abedi diventa in quegli anni la più grande espressione africana nel calcio europeo, precursore dei Weah, degli Eto’o, dei Drogba, e si fa portatore dell’ascesa calcistica del continente nero, iniziata dalla nazionale del Camerun a Italia ’90, a livello internazionale.

La sua è una storia di successo ma c’è un piccolo problema: Abedì di cognome si chiama Ayew e non Pelé. Il soprannome gli fu attribuito una volta appurato che il ragazzo con il pallone ci sapeva fare. La carriera del ghanese ha creato l’illusione, nei tanti Pelé sparsi nel globo, che si potesse giocare a calcio con il nome Pelé scritto sulle spalle. E così tanti piccoli Pelé sono nati, cresciuti e si sono diffusi con la convinzione di poter recitare un ruolo da protagonisti con il pallone tra i piedi.

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