La politica italiana ha un problema con l’Islam

Il dibattito pubblico sui musulmani è povero. La conoscenza reciproca è ostacolata dagli slogan e dalle divisioni delle comunità islamiche. Ma i fatti di Parigi ora impongono un passo in più

La politica italiana ha un problema con l’Islam, prima che con i terroristi che pretendono di uccidere in nome di Dio. Il dibattito seguito agli attentati di Parigi ha riproposto alcuni schemi rodati, emergenziali già prima che l’emergenza si presentasse. Da una parte chi associa l’intera comunità musulmana con il terrorismo, dall’altra chi dice che la fede c’entra proprio nulla con le stragi. La politica italiana tratta la questione principalmente su due piani: o quello dell’ordine pubblico (preferito dalla destra) o quello dell’integrazione che viene da sé (preferito dalla sinistra).

Basta scorrere un po’ di dichiarazioni sui fatti di Parigi. Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato, Lega Nord, è convinto che non il Califatto ma «l’Islam ci ha dichiarato guerra e dobbiamo reagire». Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, ha riproposto la sua drastica visione: «Diciamo basta con l’immigrazione musulmana almeno fino a quando l’Islam non avrà risolto i problemi di violenza interni alla sua cultura». Nelle fila di Forza Italia le idee non sono chiarissime. Per il capogruppo al Senato, Paolo Romani, è una sciocchezza pensare che «1,7 miliardi di musulmani siano terroristi», ma per Licia Ronzulli l’Italia avrebbe rinunciato ai suoi valori «perché ci veniva detto che non bisognava inimicarsi l’Islam». L’Islam è visto come un’entità impersonale, se non quando le persone sono i terroristi. Il capogruppo del Pd alla Camera, Ettore Rosato, sembra dare un colpo al cerchio e uno alla botte, affermando che «alle autorità religiose chiediamo di dire che Corano e Islam nulla hanno a che fare con la violenza», ma aggiungendo subito che questa «non è una guerra di civiltà o di religione». Per il resto della sinistra tutti gli allarmi della destra sono invece solo xenofobia a fini elettorali. Ma è davvero così semplice?

L’Islam è visto come un’entità impersonale, se non quando le persone sono i terroristi

In Italia ci sono circa 4 milioni di cittadini non comunitari. E di questi un quarto si dichiara musulmano, quindi circa un milione. Quasi quanto i residenti di Milano. Abbiamo provato a chiederci perché questo milione di persone che vivono regolarmente in Italia sia ancora visto come qualcosa di estraneo dalla politica mainstream. Pietrangelo Buttafuoco, intellettuale di destra ma di fede musulmana, ci ha risposto che questa visione semplificata dell’Islam è frutto di «assenza di informazioni, nella migliore delle ipotesi, e infine di una psicotica censura: tutto ciò che disturba la narrazione demonizzante viene negato». Buttafuoco pensa che «la politica, specie in Italia, sprovvista di una propria identità, grufola nella pesca delle occasioni» ed «è molto più facile la scorciatoia dell’equazione Islam uguale terrorismo. Ma ormai il danno è fatto».

È l’equazione Islam uguale terrorismo che rischia appunto di passare come messaggio: sia di chi lo pensa sia di chi cercando di contrastarlo nega anche i problemi di integrazione che la nuova società italiana sta indubbiamente incubando e che non sono sempre un’invenzione della destra. Il dialogo con le realtà islamiche più che dalla politica è coltivato in questo momento dall’associazionismo e anche dal mondo cattolico. L’arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, che venne salutato anche da Umberto Bossi come un amico, quando sostituì il progressista Dionigi Tettamanzi sulla cattedra di Ambrogio, ha consolidato l’esperienza della Fondazione Oasis, che approfondisce l’incontro interreligioso. Michele Brignone ne è il segretario scientifico e ci ricorda che questa superficialità nell’approccio all’Islam ha ragioni storiche: «Ci stiamo confrontando sul tema in ritardo, perché rispetto alla Francia l’immigrazione è arrivata più tardi e oltretutto in Italia non abbiamo il problema delle banlieu. Ma questo ritardo non è più giustificato».

È l’equazione Islam uguale terrorismo che rischia appunto di passare come messaggio: sia di chi lo pensa sia di chi cercando di contrastarlo nega anche i problemi di integrazione che la nuova società italiana sta indubbiamente incubando e che non sono sempre un’invenzione della destra

La realtà è cambiata bruscamente. Secondo Brignone, però, oltre al fattore storico in Italia in questo momento «c’è uno scollamento» fra le iniziative che nascono dal basso e quelle istituzionali. «Nel dialogo di vita – dice – sono impegnati tutti, magari per il solo fatto di avere un vicino di casa musulmano, con cui ci si raccontano le reciproche esperienze. Ma oggi serve altro, serve un sistema di maggiore conoscenza e una maggiore informazione, rispetto a un rapporto sano e spontaneo che viene dal basso. Per esempio da noi ci sono pochi centri di studio sul mondo mediorientale».

I dati pubblici disponibili (elaborati da Istat e Ismu), al netto dei nuovi flussi di immigrati arrivati nel Mediterraneo quest’anno, ci dicono che i nuovi italiani hanno un volto e non sono assimilabili a un generico “noi” e “voi”. I circa 4 milioni di residenti di origine non comunitaria provengono soprattutto dal Marocco (più di 500.000) e dall’Albania (quasi 500.000), seguiti da Cina, Ucraina e Filippine. I dati ci dicono che più della metà dei nuovi italiani sono cristiani. I musulmani sono in crescita: il milione di fedeli è appunto di origine marocchina, albanese e tunisina. Altri dati, quelli del ministero del Lavoro, rilevano che la principale comunità straniera, quella del Marocco, è occupata per il 52% nel settore del terziario (il 18% nel commercio) e per il 43% nell’industria (il 13% nelle costruzioni).

Nelle istituzioni la rappresentanza musulmana è bassissima rispetto ad altre democrazia occidentali. Ma inizia a essere trasversale

Nelle istituzioni la rappresentanza musulmana è bassissima rispetto ad altre democrazia occidentali. Ma inizia a essere trasversale. In area leghista c’è Souad Sbai, ex parlamentare di origine marocchina attiva nel sostenere i diritti delle donne. I politici italiani finora sanno «pochissimo dell’Islam – ci conferma -, ho fatto tante proposte di legge ma non sono state capite. Si informano solo quando c’è un’emergenza». Secondo la Sbai, gli ostacoli a una vera integrazione sono stati creati però sia dallo Stato sia dalle comunità islamiche in Italia, perché non si sarebbero accorte dell’aumento degli integralisti e perché non hanno una loro rappresentanza unica. «Ora bisogna lavorare sulla terza e quarta generazione – suggerisce -. In area leghista trovo più attenzione che altrove. Anzi, io sono più dura di loro: ci vogliono regole da rispettare da parte di tutti o sarà l’anarchia».

Dall’altra parte c’è Khalid Chaouki, deputato del Pd, anche lui di origine marocchina, uno che nei talk show fa l’anti-Salvini. Due anni fa chiese (invano) di aggiungere carne halal al menù della bouvette di Montecitorio e di affiancare un imam al cappellano della Camera. Oggi, dopo gli attentati di Parigi, ha fatto un appello a tutti i musulmani italiani per scendere in piazza, come faranno effettivamente sabato 21 novembre: «I comunicati stampa non sono più sufficienti – ha detto Chaouki -, i musulmani devono scendere in piazza a manifestare fianco a fianco con tutti gli altri cittadini, perché serve una risposta culturale dal basso”». Anche per il deputato del Pd, l’assenza di una rappresentanza unica delle comunità islamiche in Italia è un ostacolo. Ma, a differenza della Sbai, lui non vede arrivare la soluzione dalla destra leghista: «Loro – è la sua posizione ormai nota – ci lucrano e basta». Sull’Islam non c’è ancora possibilità di larghe intese.

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