L’Est Europa che dice no ai migranti è quello che ne avrebbe più bisogno

Per inseguire il consenso chiudono le frontiere. Ma la forza lavoro scarseggia e per crescere Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria necessitano di manodopera qualificata. La loro fugge all’estero

Il consenso ha le sue ragioni, che la logica non può comprendere: così i Paesi dell’Est Europa, che avrebbero gran bisogno di forza-lavoro, giovane e, possibilmente, istruita, sono i primi a fare barriera contro i migranti (e in alcuni casi la barriera non è simbolica e politica, ma anche fisica, vedi alla voce Ungheria).

A Malta, con il grande vertice tra Europa ed Africa sull’immigrazione non si intravedono grandi svolte politiche, tantomeno ad Est. Eppure tempo fa uno studio di Manpower ha rilevato che due aziende su cinque in Polonia non riescono a trovare un incontro adeguato tra domanda e offerta di lavoro, una quota che si avvicina al cinquanta per cento in Ungheria. Anche Repubblica Ceca e Slovacchia mostrano difficoltà, per quanto inferiori (rispettivamente diciotto e ventotto per cento), nel riempire i vuoti dei loro organici professionali. I settori che faticano maggiormente sono quelli delle costruzioni, della manifattura e, soprattutto, delle tecnologie informatiche. Nel 2014 la Polonia avrebbe avuto bisogno di 50mila persone in più, nell’IT, rispetto a quelle effettivamente impiegate. Un discorso analogo vale per la Slovacchia. L’Economist ha scritto che Bratislava potrebbe creare immediatamente diecimila posti di lavoro in questo campo se solo trovasse le persone con le giuste competenze.

La popolazione è in calo, e l’Europa dell’Est è una regione sempre più anziana

Il problema nasce anche dal fatto che nell’Est Europa i cittadini più qualificati, sfruttando la libera circolazione garantita dalla Ue, emigrano verso Paesi in cui i salari sono più alti, in particolare la Germania. Secondo un’indagine della società di consulenza PwC, in Slovacchia, dove la Jaguar aprirà una fabbrica, vicino a Nitra, con un investimento di 1,4 miliardi di euro, circa l’ottanta per cento dei lavoratori non ha capacità adeguate, il che potrebbe ridurre i benefici per l’indotto locale. Ma c’è anche un dato demografico: la popolazione è in calo, e l’Europa dell’Est è una regione sempre più anziana. Questa tendenza non è destinata ad esaurirsi, anzi. Secondo il World Population Prospects delle Nazioni Unite, i primi dieci Paesi che, da qui al 2050, perderanno maggiore peso demografico sono tutti in Europa centrale ed orientale. In Ungheria, dove il tasso delle nascite è in calo costante, nel 2035 la popolazione dovrebbe diminuire dell’otto per cento rispetto ad oggi. Per la Polonia il calcolo si ferma a quota meno sei per cento.

Non è solo il settore privato ad avere bisogno di forza-lavoro. La Polonia ha cinque infermiere ogni mille abitanti (la Germania, per fare un paragone, ne ha 13). L’età media dei dottori specialisti è di 55 anni. In Ungheria la mancanza di medici è ancora più evidente (e circa il 40 per cento di loro ha più di sessant’anni). Popolazioni anziane, sempre meno numerose, che avrebbero bisogno di innesti giovani e vitali. Eppure, con più o meno distinguo, la posizione sui migranti dell’Est Europa è di chiusura netta.

A settembre la Polonia ha assunto un atteggiamento diverso dagli alleati del gruppo di Visegrad – Repubblica Ceca, Slovacchia ed Ungheria – e ha votato sì alla redistribuzione continentale dei rifugiati, ma lo ha fatto solo perché non c’erano meccanismi così vincolanti (come si è visto in seguito) e perché era sua intenzione evitare eccessivi attriti con la Germania. La vittoria della destra populista alle recenti elezioni dovrebbe corrispondere a una posizione ancora più muscolare, analoga a quelle di Praga, Bratislava e Budapest.

Come ha scritto l’Economist, sarebbe un’illusione panglossiana pensare che i rifugiati coprano immediatamente i vuoti, in termini di abilità professionali, dell’Europa orientale. Ma una parte considerevole di loro, soprattutto tra i siriani, ha una buona preparazione e un buon grado di istruzione

D’altronde, in Est Europa questa postura incontra il consenso della larga maggioranza dell’elettorato. Paesi di emigrazione, piuttosto che di immigrazione, hanno una popolazione relativamente omogenea, e non vedono di buon occhio gli arrivi dal Sud del mondo. Ma questo consenso politico, a breve termine, fa a pugni con la logica economica, non solo sul breve, ma anche sul medio e lungo periodo.

Come ha scritto l’Economist, sarebbe un’illusione panglossiana pensare che i rifugiati coprano immediatamente i vuoti, in termini di abilità professionali, dell’Europa orientale. Ma una parte considerevole di loro, soprattutto tra i siriani, ha una buona preparazione e un buon grado di istruzione (dalla guerra in Siria sta fuggendo anche la borghesia delle professioni, o comunque personale qualificato). Per non parlare del fatto che la carenza di manodopera è evidente anche in settori, come l’edilizia o i lavori agricoli, in cui non sono necessarie grandissime competenze di base, per essere impiegati.

Quest’anno la Polonia dovrebbe avere una crescita superiore al tre per cento, l’Ungheria di poco inferiore. C’è il rischio che la mancanza di forza-lavoro adeguata, in termini di quantità e di qualità, possa rallentare questo processo, e che i sistemi pensionistici possano implodere, se la tendenza all’invecchiamento e allo spopolamento proseguirà. La logica indica una strada. Chissà se i leader politici vorranno seguirla.

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