Terrorismo“L’Europa? È troppo divisa per battere l’Isis”

I servizi segreti europei non collaborano abbastanza e per arrivare a un’intelligence europea bisognerebbe cambiare i trattati. Anche la prevenzione del terrorismo dovrebbe essere unificata. Partendo, spiega la studiosa Francesca Galli, dalla “contro-narrativa“ anti-jihad messa a punto in Danimarca

Dieci giorni fa gli attentati di Parigi. Di fronte al terzo attacco terroristico in meno di un anno la Francia ha annunciato il prolungamento a tre mesi dello stato di emergenza. Una settimana dopo il Belgio, da dove provenivano alcuni dei terroristi che hanno colpito la capitale francese, ha di fatto “blindato” la capitale Bruxelles per il rischio di un attacco “imminente”. Davanti a un nemico sempre più interno e poco esterno l’Europa oggi sembra far fatica a trovare una risposta adeguata alla minaccia. Per Francesca Galli – docente di Diritto di dell’Unione europea all’Universita di Maastricht e autrice del libro “The Law on terrorism: the Uk, France and Italy compared” – l’Europa deve saper trovare la risposta guardando al passato. Il rischio scissione, sotto i colpi della crisi migratoria, di quella della sicurezza e poi dei vari conflitti non risolti tra i Paesi (Grexit- Brexit) è dietro l’angolo. «La risposta sta in una ritrovata fiducia tra gli Stati, senza la quale non si riuscirà a essere vincenti. Le minacce provengono da più fronti ed è tempo di ragionare in termini multilaterali».

Dopo Charlie Hebdo si ha l’impressione che a livello di antiterrorismo Ue sia stato fatto davvero poco. Molto dipende dallo scarso coordinamento tra le intelligence dei diversi Paesi. Perché è così difficile progredire nello scambio d’informazioni?
Si tratta di un problema complesso. Per analizzarlo si può ragionare su due aspetti: il primo è che la competenza Ue in materia di cooperazione giudiziaria e di polizia non si estende all’intelligence, che resta materia degli Stati membri. Il secondo racchiude la molteplicità di visioni tra i vari servizi segreti nazionali e su come vengono definite, classificate e di conseguenza potenzialmente utilizzate le informazioni all’interno del processo penale in senso esteso. Da questo si deduce come sia difficile allo stato attuale poter stabilire una cooperazione efficace nello scambio delle informazioni tra gli Stati membri. Per alcuni Paesi l’intelligence si definisce attraverso i mezzi con i quali si ottengono le informazioni. Per altri, invece, è il tipo di informazioni raccolte a definire l’intelligence.

Come si traduce tutto questo nella realtà?
Per prima cosa nell’ancor scarsa integrazione dei database tra i ventotto Stati membri. Va, però, sottolineato che negli ultimi anni la presenza e il consolidamento di Europol ha nettamente migliorato il contesto generale di lavoro. Il vero problema allo stato attuale è ancora una certa mancanza di fiducia a condividere una parte di quelle competenze che fino a oggi hanno segnato uno dei settori di competenza esclusiva dello Stato nazionale. Anche perché il rispetto della vita privata e dei dati personali, di ognuno di noi, sono chiaramente in gioco.

«È altamente auspicabile che un giorno si arrivi verso un’intelligence europea. Anche se a livello pratico non è così semplice. È, infatti, necessaria una modifica dei Trattati»

Anche ammesso che un giorno si arrivi, come auspicato da politici come Guy Verhofstadt verso un servizio di intelligence Ue, è davvero l’unica arma che oggi abbiamo a disposizione per lottare contro il terrorismo di matrice jihadista?
È altamente auspicabile che un giorno si arrivi verso un’intelligence europea. Anche se, al netto di quanto dichiarato poco fa, a livello pratico non è così semplice. Per farlo è, infatti, necessaria una modifica dei Trattati. Una procedura difficile, lunga e che in vari casi i Paesi hanno cercato di evitare ricorrendo ad altre soluzioni. Altre soluzioni pragmatiche si possono forse trovare all’interno dell’attuale riforma di Europol ed Eurojust, ma da capire ancora come. In questo caso sarebbe, e sarà probabilmente, più semplice nel breve periodo, lavorare per una più capillare cooperazione tra i servizi di intelligence europei. Una buona base di partenza sarebbe, ad esempio, iniziare col trovare una definizione condivisa di quali siano le informazioni da considerarsi “sensibili” e quali no.

Riguardo agli altri strumenti: in questi giorni si parla di Fortezza Europa. I controlli alle frontiere esterne diventeranno sistematici anche per i cittadini Ue. Quanto senso ha ad esempio sospendere Schengen?
Non credo ne abbia molto. Per prima cosa il rischio quando si parla di Schengen è fare un tutt’uno con problemi non strettamente connessi tra loro. Ultimamente, infatti, l’equivalenza rifugiato=musulmano= terrorista compare troppo facilmente. La chiusura delle frontiere non ci garantisce maggiore sicurezza, anzi semmai potrebbe acuirlo, perché chi ha interesse a varcare le frontiere in modo illegale continuerebbe a farlo. Mescolare la minaccia del terrorismo jihadista con la crisi dei rifugiati crea confusione. Altro discorso, invece, per la sospensione temporanea dell’area Schengen in casi specifici. Anche in questo caso, però, i suoi limiti temporali vanno calcolati bene per non ottenere l’effetto contrario.

C’è chi in questi giorni, anche guardando alla chiusura di una città come Bruxelles, lamenta una pericolosa stretta sulle libertà degli europei nel nome di maggiore sicurezza. Dov’è il punto di equilibrio tra sicurezza e tutela della libertà personali?
Direi che non è giusto parlare di equilibrio, quanto di oscillazione continua tra libertà individuale e la sicurezza. Per libertà, tra l’altro, si deve intendere non soltanto la nostra, individuale, ma quella delle persone che fanno parte della comunità in cui viviamo. È doveroso si garantiscano le libertà di tutti, al di là delle estrazioni politico-ideologiche o anche religiose.

«Nella maggior parte dei casi gli Stati optano o per la repressione o per la prevenzione. Un buon esempio di modello inclusivo è quello rappresentato dalla Danimarca. Uno dei rischi di procedere con il semplice pugno duro è di aggravare la situazione, alimentando alienazione»

La principale difficoltà oggi per i Paesi Ue è lottare contro quelli che potremmo definire “nemici interni”. Quali sono le politiche e gli strumenti giuridici che abbiamo a disposizione per far fronte ai foreign fighters di ritorno da Siria e Iraq?
Una risposta a mio parere interessante arriva dalla risoluzione 2178 approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel dicembre 2014 per far fronte sia al fenomeno dei foreign fighter – i combattenti che partecipano in conflitti all’estero – sia ai cosiddetti returnee, i combattenti di ritorno nel Paese di origine. L’approccio proposto si basa sull’affiancare l’adozione di politiche di contrasto all’estremismo violento, ovvero processi di de-radicalizzazione e riabilitazione, alle misure penali, preventive o repressive che siano. Questo verte sulla necessità di combinare la prevenzione a misure repressive: sul fronte de-radicalizzazione si parla di campagne di informazione, sviluppo di narrativa alternativa o contro-narrativa. Sul fronte riabilitazione si lavora su programmi disimpegno e re-integrazione. Su entrambi i fronti è necessaria la partecipazione della società civile e della comunità di riferimento e il coinvolgimento di attori quali polizia locale, assistenti sociali, società civile e le comunita religiose di riferimento. Un buon esempio di modello inclusivo è quello rappresentato dalla Danimarca. Uno dei rischi di procedere con il semplice pugno duro è di aggravare la situazione, alimentando alienazione.

Però a oggi, è solo la Danimarca, assieme ad altri pochi Paesi Ue, ad aver attivato centri per la de-radicalizzazione. Francia e Belgio al contrario annunciano di voler inserire nel Codice Penale nuovi reati in modo da incriminare chi parte, o in alcuni casi esprime l’interesse di partire, per la jihad. Se pure resta molto difficile avere una Guantanamo europea, il pugno duro senza prevenzione è davvero efficace?
In Europa oggi gli approcci sono molto diversi tra i 28 Paesi. Nella maggior parte dei casi gli Stati optano ancora su strumenti di carattere penale o penale-amministrativo volto alla repressione o alla prevenzione dei reati. È tuttavia importante guardare anche al modello d’integrazione adottato dai diversi Paesi. Nel Regno Unito ad esempio la stessa comunità musulmana è stata promotrice di una campagna dal titolo “Fight back starts here”, il cui obiettivo è opporre resistenza dall’interno all’estremismo religioso. Ne sono interessati almeno 100 soggetti diversi tra associazioni caritatevoli, attivisti, comunità locali e rappresentanti di altre religioni. Ad oggi il suo ruolo nel processo di de-radicalizzazione nel Paese è fondamentale, così come rappresenta un punto di riferimento importante per le famiglie che cercano di leggere i segnali inviati da certi comportamenti adottati dai figli per capire se sono a rischio radicalizzazione. Nel caso britannico si lavora per creare una narrativa diversa rispetto a quella offerta dall’Islam radicale per far fronte a problematiche che hanno scatenato il processo di radicalizzazione. In Danimarca si è sviluppato, inoltre, un modello cosiddetto di “rimpatrio”. I returnees vengono cioè reinseriti in società attraverso l’offerta di un impiego e di cure mediche, cercando di evitare il carcere. Nel caso britannico si lavora per creare una narrativa diversa rispetto a quella offerta dall’Islam radicale per far fronte a problematiche che hanno scatenato il processo di radicalizzazione.

In cosa consiste esattamente la contro-narrativa?
​Nel contrastare in modo diretto il contenuto dei messaggi estremisti. In particolare si concentra sullo sfatare dei miti, sul ritorno dal travisamento dei fatti alla realtà, ma anche sulla rottura di quell’aurea mitica ed eroica della gesta legate alla jihad. Per fare tutto questo ed essere efficaci c’è bisogno di conoscere a fondo la narrativa jihadista.

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