StrategiaL’Occidente non ha creato l’Isis. Ma la sua debolezza l’ha fatto grande

Non è stata l’America ad armare gli uomini del Califfo. Ma la mancanza di strategia occidentale ha permesso a sauditi e turchi, e inizialmente anche ad Assad, di favorire lo Stato islamico. Oggi il prezzo di un intervento sarebbe molto maggiore di un anno fa. Ma senza un piano sul dopo è inutile

Non sono ancora finiti i giorni di lutto per le vittime di Parigi che già una (non nuova) grave accusa ha preso a strisciare tra le opinioni pubbliche occidentali: lo Stato Islamico è un mostro creato dall’Occidente, che poi però è fuggito dalla gabbia e ora gli si è rivoltato contro. Questa tesi trae forza da alcuni innegabili dati di fatto (i nostri alleati hanno aiutato l’Isis in passato, e noi non lo abbiamo impedito), ma semplifica una vicenda invece estremamente complessa. Tanto complessa che ha lasciato nell’indecisione e nel dubbio le leadership occidentali per anni.

In base a quello che un’approfondita inchiesta dello Spiegel ha rivelato, avendo avuto accesso a documenti segreti, sappiamo che l’Isis è nato su iniziativa di ex ufficiali dell’intelligence irachena, rimasti orfani del potere dopo l’invasione americana del 2003 e smaniosi di riconquistarlo a qualunque costo. Prima hanno stabilito, nel caos iracheno degli anni 2005-2009, un’alleanza con gruppi jihadisti legati ad Al Qaeda (in particolare l’Islamic State of Iraq – antesignano dell’Isis – creato da Al Zarkawi e da lui guidato fino alla sua morte, nel 2006). Poi, quando hanno intravisto un’opportunità delinearsi nella guerra civile siriana nel 2012, hanno all’inizio disseminato la parte di Siria controllata dai ribelli di apparentemente innocui “uffici Dawah” (centri missionari islamici) e di propri uomini, quindi hanno iniziato a far sparire – senza dare nell’occhio – i potenziali oppositori, infine hanno gettato la maschera e preso il controllo di svariate città (tra cui Raqqa, oggi capitale dell’Isis) grazie anche all’impiego di numerosi foreign fighters. All’alba della sua presenza in Siria, nel 2013, lo Stato Islamico viene comunque quasi ignorato dagli insorti, che non volevano aprire un secondo fronte oltre a quello con il governo, e viene addirittura avvantaggiato dal regime di Damasco, che sperava – non a torto – che una diffusione del fanatismo islamico tra i ribelli avrebbe reso Assad un’alternativa preferibile agli occhi del mondo. Già in questo periodo è probabile che il nascente Stato Islamico sia stato aiutato da alcuni dei nostri alleati: l’Arabia Saudita, il Qatar, la Turchia. Forse ignari della sua origine e della sua tattica, o forse indifferenti, gli Stati nemici di Assad lasciano affluire uomini e risorse verso l’Isis.

Non è stata l’America ad armare gli uomini del Califfo. Ma la mancanza di strategia occidentale ha permesso a sauditi e turchi, e inizialmente anche ad Assad, di favorire lo Stato islamico. Oggi il prezzo di un intervento sarebbe molto maggiore di un anno fa. Ma senza un piano sul dopo è inutile

Vale la pena di ricostruire la storia dell’Isis, per evitare luoghi comuni. Come quello secondo cui lo Stato Islamico è un mostro creato dall’Occidente e che poi è fuggito dalla gabbia e gli si è rivoltato contro

In questa fase l’Europa e gli Stati Uniti rifiutano di farsi coinvolgere direttamente nello scenario siriano, ma questo non gli impedisce di prendere alcune controverse decisioni. A settembre 2013 l’America (già accusata di non supportare abbastanza gli insorti moderati siriani) evita di bombardare Assad per il dimostrato utilizzo di armi chimiche – nonostante avesse promesso il contrario – nel timore di consegnare la Siria nelle mani del fanatismo islamico. Questo fa innervosire Sauditi e Turchia – alleati di Washington e nemici di Assad, che speravano i primi di assestare un duro colpo all’Iran, i secondi di espandere la propria influenza regionale – e li rende sordi alle (del resto timide) richieste occidentali di non avvantaggiare formazioni jihadiste in Siria.

A novembre 2013 arriva poi l’annuncio di un probabile un accordo tra 5+1 (gli Stati del Consiglio di sicurezza Onu, più la Germania) e Iran sul nucleare. Questo – al di là della questione nucleare in sé – significa la fine delle sanzioni, e il conseguente balzo economico e geopolitico per Teheran (e quindi un corposo aiuto per Damasco). Riad, rivale dell’Iran per l’egemonia sul Medio Oriente, reagisce aumentando ancor di più gli sforzi per abbattere Assad. Non è chiaro quanto direttamente, ma l’Isis se ne avvantaggia.

In Siria i continui attacchi degli uomini dello Stato Islamico ai danni della ribellione, verso fine 2013, portano comunque alla reazione degli insorti (sia moderati che qaedisti di al-Nusra) che iniziano a contrattaccare, scacciando l’Isis da alcune città. Ancora una volta lo Stato Islamico viene aiutato dal regime di Assad, che a inizio 2014 bombarda regolarmente i ribelli durante gli scontri con gli uomini del Califfo, consentendo a questi ultimi di riguadagnare il terreno perduto. Ma a questo punto, proprio al di là del confine siriano, si verifica un’incredibile svolta favorevole per l’Isis che lo porterà poi a rompere la tregua con la dittatura siriana e anzi ad attaccarla.

Non è stata l’America ad armare gli uomini del Califfo. Ma la mancanza di strategia occidentale ha permesso a sauditi e turchi, e inizialmente anche ad Assad, di favorire lo Stato islamico. Oggi il prezzo di un intervento sarebbe molto maggiore di un anno fa. Ma senza un piano sul dopo è inutile

La svolta: nel settembre 2013 l’America di Obama non bombarda la Siria come promesso. Questo fa innervosire sauditi e Turchia, nemici di Assad. E li rende sordi alle richieste occidentali di non avvantaggiare formazioni jihadiste in Siria

Lo Stato Islamico dell’Iraq, dal 2010 guidato dal Al Baghdadi, a metà 2012 aveva lanciato una campagna contro le forze regolari irachene. Complice il malcontento della popolazione sunnita, minoranza oppressa e perseguitata dall’ex presidente sciita Al Maliki, gli sforzi degli uomini di Al Baghdadi producono negli anni successivi una incredibile serie di successi: nel 2013 liberano centinaia di jihadisti dalle prigioni irachene (tra cui la famigerata Abu Ghraib), a inizio 2014 conquistano molte città della provincia sunnita di Anbar – tra cui Ramadi e Fallujah – e a inizio estate scatenano la loro offensiva nel nord. Il 5 giugno cade Samarra, il 10 Mosul – la seconda città dell’Iraq – e l’11 Tikrit. Il 29 del mese viene proclamato il Califfato: la branca siriana e quella irachena si fondono. Forti dell’incredibile arsenale di armi americane avanzate trovato a Mosul – qui abbandonato dal fuggitivo esercito regolare iracheno – gli uomini del Califfo in Siria si rivoltano contro il regime di Assad. Se in questo momento il Califfato perde l’appoggio di fatto del regime di Damasco, probabilmente lo mantiene da parte di diversi soggetti – se non Stati – sunniti. Pur di abbattere Assad – e nel caso della Turchia pur di contenere i curdi – lo Stato Islamico non viene isolato e soffocato, anche economicamente, ma anzi indirettamente (e forse non solo) aiutato.

Di fronte all’evidenza del dilagare dello Stato Islamico l’Occidente, a metà 2014, interviene. Una coalizione di Paesi – tra cui anche alcuni Stati sunniti sospettati di fiancheggiare l’Isis – a guida americana inizia a bombardare obiettivi del Califfato, prima solo in Iraq, poi anche in Siria. Ma è troppo poco. I droni e i missili Usa uccidono molti papaveri jihadisti, altri subentrano e lo Stato Islamico non crolla. I profitti derivanti dal controllo del territorio e dal contrabbando delle risorse naturali gli consentono di amministrare le zone del Paese sotto il suo dominio. Un abile utilizzo della propaganda mantiene intenso il flusso di foreign fighters che vanno a ingrossare le sue fila. Solo i curdi, nel nord della Siria, sembrano in grado di poter sconfiggere gli uomini del Califfo. Ma anche loro vengono aiutati troppo poco dall’Occidente, timoroso di irritare l’alleato turco.

Non è stata l’America ad armare gli uomini del Califfo. Ma la mancanza di strategia occidentale ha permesso a sauditi e turchi, e inizialmente anche ad Assad, di favorire lo Stato islamico. Oggi il prezzo di un intervento sarebbe molto maggiore di un anno fa. Ma senza un piano sul dopo è inutile

Con la serie incredibile di successi in Iraq e l’arsenale donato dagli americani agli iracheni conquistato a Mosul, il Califfato fa il salto di qualità. Ma se non crolla è perché è aiutato dagli Stati sunniti spaventati dall’accordo in vista tra Occidente e Iran

La situazione nel 2015 si trasforma in un pantano: i Sauditi sono sempre più spaventati dall’imminente arrivo dell’accordo sul nucleare con l’Iran, e quindi disposti ad armare il jihadismo (con armi comprate anche da americani ed europei) contro Assad; il regime di Damasco vacilla ma non cade; i Turchi sono preoccupati dall’avanzata curda (e dal sostegno internazionale alla loro causa) e arrivano a bombardarli – avvantaggiando di fatto l’Isis – pur di danneggiarli; l’Occidente, prigioniero delle sue alleanze, non riesce a decidere una linea di azione chiara; la Russia a settembre interviene direttamente col suo esercito (anche se poco) per difendere Assad, che si stabilizza; l’Isis talvolta arretra (di recente ha subito una grave sconfitta a Sinjar) ma rimane ancora saldo grazie alle debolezze dei suoi nemici. E dopo una miriade di attentati in Occidente di scarsa entità, il 14 novembre 2015, i jihadisti dello Stato Islamico riescono a uccidere 129 persone a Parigi, in uno dei peggiori attacchi terroristici che l’Europa abbia mai subito.

Che fare ora, dopo i 130 morti di Parigi? Tutti gli scenari regionali si sono compenetrati e dobbiamo scegliere se intervenire in questo garbuglio avendo un’idea di che futuro dare alla regione (incluse eventuali scissioni di Stati e creazione di nuovi), con tutti i rischi del caso, oppure se continuare ad aspettare facendo il minimo sforzo bellico

L’Europa e l’America si stanno ora interrogando su cosa fare, se rispondere con una guerra o meno alla minaccia terroristica che il Califfato ha mostrato di saper portare fino in casa nostra. Se dovesse prevalere la prima ipotesi, l’Occidente dovrebbe farsi carico di ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente, operazione molto complessa e rischiosa. Sicuramente – concordano gli esperti – sarebbe stato meno oneroso agire un anno e mezzo fa, scontentare i nostri alleati su una questione locale, come la Siria, e imporre la nostra volontà allora piuttosto che oggi. Adesso tutti gli scenari regionali – o quasi – si sono compenetrati (Siria, Iraq, Yemen, Libia, Libano etc) e dobbiamo scegliere se intervenire in questo garbuglio avendo un’idea di che futuro dare alla regione (incluse eventuali scissioni di Stati e creazione di nuovi), con tutti i rischi del caso, oppure se continuare ad aspettare facendo il minimo sforzo bellico. La speranza è che tanto basi a far lentamente collassare il Califfato, la paura è che tra un anno il prezzo da pagare per difenderci sia salito ulteriormente.