Storia«L’Occidente rischia di crollare come l’Impero romano»

Secondo lo storico britannico Niall Ferguson per immaginare cosa ci aspetta dovremmo guardare al passato, alla fine dell'Impero romano d'Occidente

In un articolo pubblicato domenica 15 novembre dal Sunday Times, lo storico britannico Niall Ferguson — thatcheriano, già consigliere di McCain e sostenitore di Romney, candidati repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti rispettivamente nel 2008 e nel 2012 — ha tracciato un parallelo tra la caduta dell’Impero romano d’Occidente, avvenuta nel V secolo d.C-, e la crisi che sta vivendo oggi l’Europa.

«Ecco come Edward Gibbon decrisse il sacco di Roma da parte dei Goti nell’agosto del 410 d.C.: “Nelle ore della licenza selvaggia, quando ogni passione infiammava e ogni controllo veniva perso… i romani vennero massacrati brutalmente; a… le strade della città erano piene di cadaveri— ogni volta che i barbari venivano provocati, questi allargavano il massacro promiscuo ai più deboli, agli innocenti e agli indifesi”.»

Ora, questa scena non vi ricorda le strade di Parigi a cui abbiamo assistito venerdì notte? È vero, La storia del declino e della caduta dell’Impero romano, pubblicata in sei volumi tra il 1776 e il 1788, rappresentò la rovina di Roma come un processo lento. Gibbon coprì più di 1400 annio di storia, identificando le cause del declino in vari fattori, dai disordini di personalità di un imperatore , al potere sempre maggiore della guardia pretoriana, fino alla ascesa dei sassanidi di Persia. Il declino divenne una caduta, con il monoteismo che agì da agente distruttore per l’impero.

[…] Per molti anni, i più moderni storici dell’antichità sono stati concordi con Gibbon nell’affermare la natura graduale del processo. In verità, qualciuno andò oltre, afferamndo che il termine “declino” era anacronistico, così come il termine “barbarico”. Prima ancora di declinare e di cadere, insistevano questi ultimi, l’Impero romano si mischiò con le tribù germaniche, producendo un idillio multiculturale post imperiale che si sarebbe meritato ben migliore epiteto che “epoca buia”.»

Secondo quanto dice Ferguson, però, rispetto alla narrazione che vuole la caduta dell’Impero romano come un processo che ha necessitato secoli, sarebbe preferibile quella, proposta da una “nuova generazione di storici” — come Peter Heather e Bryan Ward-Perkins — che affermano invece che questo declino fu più simile a un crollo, e che avvenne “nel giro di una generazione appena”.

In particolare Ferguson sostiene, citando Heather, che l’Impero romano, “una volta che gli Unni ebbero spinto oltre i suoi confini una gran numero di popolazioni straniere, divenne esso stesso il proprio peggior nemico”.

«Quello che sta distruggendo l’Europa è un processo simlie, sebbene pochi di noi siano pronti a riconoscerlo. Come l’Impero romano all’inizio del V secolo, l’Europa ha permesso alle sue difese di crollare. Mentre il benessere cresceva, la capacità militare diminuiva, insieme alla consapevolezza di sé. Nello stesso tempo, l’Impero aprì le porte agli stranieri, che ambivano alla ricchezza senza voler abbandonare le proprie credenze ancestrali».

Scrive ancora Ferguson:

«Quello che sta distruggendo l’Europa è un processo simlie, sebbene pochi di noi siano pronti a riconoscerlo. Come l’Impero romano all’inizio del V secolo, l’Europa ha permesso alle sue difese di crollare. Mentre il benessere cresceva, la capacità militare diminuiva, insieme alla consapevolezza di sé. Nello stesso tempo, l’Impero aprì le porte agli stranieri, che ambivano alla ricchezza senza voler abbandonare le proprie credenze ancestrali».

«Non c’è dubbio», continua Ferguson, «che la maggior parte dei musulmani in Europa non siano violenti. Ma è altrettanto vero che la maggioranza di loro mantiene un punto di vista sul mondo che non è facilmente riconducibile ai principi liberali delle nostre democrazie liberali, incluse le nostre convinzioni sulla parità di genere e sulla tolleranza».

Ferguson conclude citando Ward-Perkins, che nel suo The Fall of Rome, del 2005, scrisse:

«I romani, prima del crollo, erano certi come lo siamo noi oggi che il loro mondo sarebbe continuato sostanzialmente identico a se stesso. Si sbagliavano. Saremmo saggi a non avere la stessa noncuranza».

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