Luxleaks, “il tax ruling è un furto ai danni dei cittadini”

Parla Eduard Perrin, tra i giornalisti che hanno portato alla luce lo scandalo degli accordi fiscali segreti tra multinazionali e governo. A un anno di distanza, si sono fatti passi avanti nelle regole, ma restano problemi di trasparenza

Un anno fa scoppiava lo scandalo LuxLeaks, l’inchiesta giornalistica che ha portato alla scoperta di accordi fiscali segreti tra le autorità del Lussemburgo e oltre 300 aziende, molte internazionali. 28.000 pagine dense di tecnicismi e particolari, che hanno svelato all’opinione pubblica ciò che era noto a grandi linee soltanto all’interno di ristretti circoli di persone. Dietro il lavoro di un team internazionale di giornalisti uniti sotto la guida dell’ICIJ, International Consortium of Investigative Journalism. Tra loro il reporter francese Edouard Perrin. Il lavoro di Perrin inizia nel 2012, quando riesce a entrare in possesso dei documenti contenenti alcuni accordi fiscali firmati dalla PriceWaterHouseCoopers- PWC-società leader a livello mondiale nella consulenza fiscale. È alla PWC che spetta il compito di scrivere gli accordi fiscali tra le corporation e il Grand Ducato del Lussemburgo. Lo scandalo scoppia, però, soltanto il 5 novembre del 2014, quando i risultati dell’inchiesta vengono pubblicati contemporaneamente su diversi giornali europei e internazionali. Nel mirino finisce l’allora fresco di incarico Jean-Claude Juncker, da quattro giorni Presidente della Commissione Ue, alla guida del Lussemburgo per 18 anni.

Cos’è cambiato in un anno? Lo chiediamo direttamente a Edouard Perrin, che lo scorso aprile è stato incriminato dalla giustizia del Lussemburgo per aver “istigato” le sue fonti a sottrarre i documenti del PWC, risultati centrali nell’inchiesta. Insieme lui è incriminato anche Antoine Deltour, ex dipendente di Pwc, è lui ad aver copiato i documenti contenenti gli accordi fiscali incriminati. Entrambi rischiano pene molto severe.

A un anno dalle rivelazioni del Luxleaks, l’Ue sta lavorando sull’incremento della trasparenza in materia fiscale tra gli Stati membri. È stato proposto il cosiddetto schema obbligatorio sullo scambio delle informazioni fiscali. Ma è soltanto una questione di maggiore trasparenza?
Sì. È stato soltanto grazie all’inchiesta Luxleaks che il grande pubblico, la società europea è venuta a conoscenza di pratiche che soltanto in pochi conoscevano e che qualcuno immaginava. Noi abbiamo mostrato gli incastri, le cifre esatte. Abbiamo rivelato l’esistenza di uno schema preciso, che riguardava grandi aziende e grandi profitti. Era tutto scritto nero su bianco. Gli sconti fiscali erano lì. C’erano le firme di chi aveva partecipato alla loro stipula. Le autorità lussemburghesi si sono giustificate dicendo che si trattava di accordi pienamente legali. La realtà dei fatti mostra che non tutti lo erano. Come testimoniano le indagini in corso da parte della Commissione Ue. In molti casi, infatti, gli abusi erano il risultato d’ interpretazioni molto allargate di principi di per sé legali. La decisione di pochi giorni fa contro Fiat e Starbucks (che però riguarda i Paesi Bassi) è sicuramente una vittoria per i cittadini di questi Paesi, perché è a loro che sono stati tolti rubati soldi in questi anni.

Quindi valuti positivamente il lavoro della Commissaria Margrethe Vestager? Non è ironico, però, che siano proprio il Lussemburgo e i Paesi Bassi a dover ricevere ora i 30 milioni di euro da Fiat e Starbucks? Sono quei Paesi che hanno già beneficiato degli effetti degli accordi fiscali.
La Vestager ha avuto un ruolo decisivo. Nonostante queste indagini siano state avviate dal suo predecessore, il Commissario Almunia, a lei va il merito di aver accelerato il passo e anche di aver iniziato a spingere le indagini verso nuove direzioni. Un giorno prima che lo scandalo Luxleaks venisse pubblicato, l’uomo dietro a tutti gli accordi fiscali lussemburghesi, Marius Kohl ha rilasciato la sua unica intervista al Wall Street Journal. Qui ha ammesso che il suo era un ruolo in un sistema più grande. Per dirla in modo semplice: le autorità sapevano.

Non è ironico, però, che siano proprio il Lussemburgo e i Paesi Bassi a dover ricevere ora i 30 milioni di euro da Fiat e Starbucks? Sono quei Paesi che hanno già beneficiato degli effetti degli accordi fiscali.
No, è così che funziona. Sono in assoluto i cittadini di questi Paesi ad esser stati derubati di risorse importanti. Ed è giusto che si agisca per ripianare la stortura del sistema. Semmai il vero problema è che quello su cui si discute oggi non avrà effetti retroattivi. C’è poca speranza di veder recuperati miliardi di euro sottratti ai contribuenti di diversi Stati europei.

Quando si mette l’accento sulla necessità di creare maggiore trasparenza non si rischia che nello scambiarsi informazioni dettagliate anche gli altri Paesi decidano di ricorrere all’adozione di simili accordi fiscali? Ragionando per assurdo: l’Europa potrebbe diventare un grande Lussemburgo?
No, perché si tratterebbe di un caso enorme di tax avoidance. È vietato. Esistono regole chiare su questo. L’adozione di accordi fiscali aggressivi è vietato. È questo il punto centrale di tutta questa vicenda. O meglio: in teoria è possibile che uno Stato decida di copiare il modello del Lussemburgo, però questo diventerebbe anche il prossimo caso a finire sul tavolo della Commissione Ue. Come ho già detto, procedere verso una maggiore trasparenza è fondamentale. Credo però che le istituzioni europee stiano procedendo in modo troppo timido. Il permesso negato dalla Conferenza dei Presidenti dell’Europarlamento alla formazione di una commissione d’inchiesta parlamentare sul Luxleaks è sintomatica. Si sono trovate scuse tecniche per trasformare quello che sarebbe stato un organismo decisivo nel proporre passi avanti, in una mera commissione speciale priva di poteri e di voce in capitolo. È sicuramente un atteggiamento deludente da parte del Parlamento Ue. Così come al netto delle cose fatte finora, possiamo dire che la Commissione Ue abbia agito in modo positivo. Ma è ancora troppo poco. Riguardo la trasparenza delle informazioni va tutto bene, ma queste devono anche rese pubbliche. I cittadini devo sapere cosa riguardano gli accordi fiscali. Ci sentiamo ripetere da anni, soprattutto dalla Commissione Ue, che c’è bisogno di un mercato efficiente. Ma se questo tipo di informazioni restano segrete, l’idea di una concorrenza trasparente resta un miraggio. Bisogna guardare al problema in modo più ampio: se una compagnia lavora in diversi Paesi Ue, utilizzandone le infrastrutture e la logistica e non paga le tasse in questi Paesi, chi è che ne paga il conto finale?

La Commissaria Vestager ha anche ripetuto recentemente la necessità di protezione per le fonti. Ma nel caso Luxleaks non è stato così…
No, assolutamente. È il contrario. Antoine Deltour rischia parecchi anni di prigione e di pagare una multa molto, molto pesante. La ragione è anche nell’assenza di strumenti giuridici che in Europa possano tutelare questo tipo di persone. Faccio un esempio. Negli Stati Uniti esiste il cosiddetto “False claim act”. Si tratta di uno strumento che autorizza dipendenti di grandi società, soprattutto del settore farmaceutico e militare, a denunciare casi di negligenza interna o di bassa qualità dei prodotti nel rispetto dell’interesse pubblico. È uno strumento che tutela la società dal cosiddetto “bad behaviour” adottato da una specifica corporation. In Europa non è così. Nessuno garantisce a Deltour il rimborso delle spese legali, né un sussidio perché la sua azione gli è costata il licenziamento. Antoine Deltour è accusato di aver rubato documenti alla PWC, quando in realtà i ladri sono altri in questa storia.

Oltre a Deltour, anche lei è stato accusato dalla Giustizia lussemburghese di aver istigato le sue fonti a sottrarre documenti.
Sì. In più io non sono una fonte. E anche nel mio caso, la cosa che più fa male, molto più dei debiti contratti per pagare le spese legali, è l’essere chiamato ladro.

Ha ricevuto sostegno da altri Paesi europei?
No.

Pensa che il Luxleaks avrà qualche conseguenza sui negoziati in corso tra Bruxelles e Washington sul TTIP?
Non ho le competenze, né ho potuto leggere documenti per dirlo. La cosa che mi viene da dire, però, è che tanto nel caso degli accordi fiscali in Paesi come il Lussemburgo tanto nei negoziati sul TTIP il tratto distintivo è la segretezza dei documenti. Documenti che io ritengo di straordinario interesse pubblico. Ed è su questo punto che si deve combattere. So che i parlamentari nazionali possono accedere alla bozza del TTIP soltanto per un tempo molto limitato e in un luogo specifico. Non possono fare fotocopie né avere tecnici a seguito. Bene, questo modo di procedere è assolutamente inconcepibile. È lo stesso cui mi hanno sottoposto in Lussemburgo e posso assicurare che per quanto una persona possa essere intelligente, per capire appieno il senso e i risvolti pratici di quanto scritto in certi documenti, serve tempo, studio e analisi. Cose che non si possono ottenere se si ha un’ora di tempo per leggere migliaia di pagine tecniche.

Obama ha definito “anti-patriottiche” le grandi corporation USA coinvolte nei casi di elusione fiscale. Gli Stati Uniti hanno supportato l’indagine Luxleaks, però ad esempio nei confronti del Datagate sono stati molto meno accomodanti. Sono due scandali con implicazioni completamente diverse, ma non si ha l’impressione di essere davanti al classico caso: due pesi e due misure?
Nel caso del datagate era in gioco la sicurezza pubblica. Però è vero che Edward Snowden e Antoine Deltour hanno alcune caratteristiche in comune. Entrambi erano parte del sistema, hanno assistito in prima persona a qualcosa che ritenevano immorale. In primo luogo per la società. Sono stati guidati se vogliamo da un forte altruismo, perché nessuno dei due ha guadagnato nulla dalle loro azioni. Nel caso del Datagate Snowden è stato il primo a portare le prove di quanto in molti dicevano e scrivevano da anni. E ha pagato pesantemente per questo. Essere esiliato di fatto in Russia, essere impossibilitato a rientrare negli Usa è una condizione molto pesante.