Molenbeek, dove il problema non sono i terroristi, ma la disoccupazione

Reportage dal municipio di Bruxelles dove pare sia stato pianificato l’attacco terroristico di Parigi: «Ora per tutti sarà facile trovare qui la giustificazione a un atto ingiustificabile»

Bruxelles. Molenbeek Saint Jean, uno dei 19 municipi di Bruxelles. Non una banlieue degradata, ma un quartiere che dista appena 15 minuti a piedi dalla turistica Grand Place. È qui che in effetti hanno transitato o vissuto alcuni dei protagonisti di questo ultimo anno di terrore in Europa. Sette gli arresti compiuti nel quartiere dalla polizia belga in relazione agli attentati di Parigi ed è sempre a Molenbeek che sono passati anche Mehdi Nemmouche, l’attentatore del museo ebraico di Bruxelles, così come è da qui che sono passati anche i due presunti jihadisti uccisi lo scorso anno nella maxi retata anti-terrorismo compiuta nella cittadina di Verviers e lo stesso attentatore del Thalys. Una ricorrenza che offre troppi spunti su cui riflettere. Con il rischio, tuttavia, di ghettizzare e complicare il futuro a un quartiere dal passato (e dal presente) già molto complesso. «Parliamo di 5 o 6 persone su 90mila residenti, che da oggi saranno stigmatizzati per il resto dei loro giorni», spiega a Linkiesta Kenza Yakoubi, politica locale del Partito Socialista, nata e cresciuta a Molenbeek.

«Parliamo di 5 o 6 persone su 90mila residenti, che da oggi saranno stigmatizzati per il resto dei loro giorni»


Kenza Yakoubi, Partito Socialista Belga

Arrivando dal centro, si deve superare il ponte sul Canale di Charleroi, che separa la via della moda Antoine Dansert dall’arteria principale di Molenbeek, la Chaussée de Gand. Un lungo viale di con negozi di ogni genere. Per conoscere il volto di Molenbeek, però, si deve piegare nelle stradine laterali, dove accanto a una pasticceria turca o a un emporio orientale si finisce in un negozio di abiti africani. Perché, a differenza di quanto è stato scritto e detto in questi giorni, Molenbeek è per prima cosa un quartiere multiculturale, non soltanto arabo.

La sua storia è la stessa di città come Charleroi e Marcinelle. Le sue radici affondano nella Rivoluzione industriale e da lì derivano anche i suoi attuali problemi. Tra questi il principale è oggi l’elevato tasso di disoccupazione, non la radicalizzazione islamica. «Quello che preoccupa – continua Kenza – È la reazione dei politici a livello nazionale. Sabato il Ministro della Giustizia, il fiammingo conservatore Jan Jambon, ha annunciato “di voler avviare un’operazione di pulizia” a Molenbeek. Non sappiamo ancora cosa significhi nella realtà, ma suona molto preoccupante. Il quartiere ha avviato da anni politiche di coesione sociale e giovanili che hanno dato risultati importanti. La realtà quotidiana resta difficile, soprattutto a causa della mancanza di lavoro e di speranze per le migliaia di giovani del quartiere. Ma dopo questa campagna d’infamia per loro sarà ancora più difficile trovare lavoro. Chi assumerà ragazzi che sul loro curriculum vitae scriveranno di aver studiato e vissuto a Molenbeek?».

A differenza di quanto è stato scritto e detto in questi giorni, Molenbeek è per prima cosa un quartiere multiculturale, non soltanto arabo.

Svoltando a destra sullo Chaussée De Gand si arriva in Place de la Duchesse de Brabant, che la domenica ospita il mercato della frutta e verdura. È qui che ieri decine di giornalisti si aggiravano con microfoni, telecamere e taccuini alla ricerca di prove, testimonianze, racconti. I venditori che gridano “Yalla” e le preghiere del minareto che provengono dalla moschea situata a 200 metri dalla piazza servono a molti dei cronisti presenti uno sfondo perfetto da dove raccontare in diretta la vita del quartiere. Un racconto, che però, in queste ore rischia di essere banalizzato alla ricerca di capri espiatori.

«Non venite a cercarli qui da noi», grida dalla piazza uno dei proprietari di un banco di frutta e verdura a un collega sventurato, che con taccuino e registratore gli ha domandato: «Perché Molenbeek?». Ed è la stessa cosa che ripete, in modo pacato, Kenza. «Per tutti sarà facile trovare qui la giustificazione a un atto ingiustificabile».

Alle parole di Kenza si sovrappone un’immagine, un simbolo: la Brasserie de La Senne. Dall’altra parte della piazza del mercato, poco lontano da altre moschee, c’è uno dei templi della produzione di birra a Bruxelles. Sembra stupido pensarci, ma in questi tempi in cui i dubbi diventano forti, la Brasserie de la Senne racconta una storia diversa su una Molenbeek sicuramente difficile, ma non integralista.

«Per tutti sarà facile trovare qui la giustificazione a un atto ingiustificabile».


Kenza Yakoubi, Partito Socialista Belga

«Molenbeek non è un quartiere di fondamentalisti», raccontano anche Teresa e Steven. Italiana lei, fiammingo lui. Da anni vivono con le due figlie nel quartiere e lo vivono oltre ad averci comprato casa perché i prezzi sono più bassi che altrove. «Sempre più famiglie della classe media si trasferiscono qui. È vicino al centro, economico e ci sono alcune buone scuole elementari», spiega Teresa «Poi è chiaro che come in tutta Bruxelles ci sono problemi, il primo è l’alta disoccupazione tra i giovani».

«A Molenbeek le ragazze non sono obbligate a uscire di casa con il velo» continua Steven, che insegna Filosofia delle religioni a Parigi: «In altri posti del Belgio la radicalizzazione è un problema molto più forte di qui. A Verviers (dove si è tenuta la retata contro un’intera cellula terroristica ) la situazione è davvero al limite. Ci sono intimidazioni continue ai ragazzi musulmani che non vogliono abbracciare il fondamentalismo. Le autorità conoscono la situazione. Esistono decine di sale nascoste nei retrobottega dei caffè dove si prega e si diffonde il verbo dell’Islam salafita. Ma non qui, in questo quartiere. Quello che è vero, però, è che si deve monitorare molto da vicino la situazione. Negli ultimi tempi abbiamo notato ad esempio che in molti dei bar, dove l’alcol si beve, alcuni individui – salafisti- cercano di avvicinare i ragazzini per reclutarli. Questo tipo di realtà si combatte attraverso la prevenzione, non con il pugno duro».

Dalla Brasserie de la Senne, tornando verso il centro, subito dopo aver superato il palazzo che ospita la Fonderie “Museo dell’Industria e del Lavoro” si intravede poco lontano la Raffinerie, ex raffineria di zucchero oggi sede di un centro culturale. Poco più in là, accanto alla Piazza Duchesse de Brabant, lo spiazzo dove si stende alta e imponente la più grande moschea di Bruxelles, quella di Al-Khalil. Nel quartiere le moschee sono 21, rappresentative di tutte le diverse correnti dell’Islam.

Nella piazza antistante la moschea, questa domenica è piuttosto calma e taciturna. L’unico vociare forte arriva dalla panetteria turca accanto. Si chiama “Mekke” ed è una delle migliori del quartiere. Dentro decine di clienti. Teste velate, capelli biondi lunghi, donne con bambini, ragazzi dall’aria dura, uomini di mezza età. Tutti in fila per comprare, in una babele di lingua, le focacce appena uscite dal forno. La verità come sempre è difficile da raccontare. Molenbeek con la sua eredità di miseria e disoccupazione, che qui da decenni ha accomunato fiamminghi, italiani, turchi e magrebini, ha davanti a sé giorni difficili. «La calma e la caparbietà della maggior parte dei suoi residenti eviterà che ci siano problemi – dice Kenza – Però si deve evitare di soffiare sul fuoco».

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