Gorky ParkOccidente, fattene una ragione: lo Stato Islamico si sconfigge con Putin

Non solo Parigi. Oltre all’aereo del Sinai, Mosca è da vent’anni sotto il tiro dei terroristi islamici. E la questione caucasica non è solo un problema russo

Prima degli attentati di Parigi lo Stato islamico ha rivendicato la responsabilità per la catastrofe dell’aereo russo con 224 persone precipitato sul Sinai un paio di settimane fa. Sebbene ci siano ancora alcune ombre, è probabile che anche in questo caso la matrice sia davvero terroristica. L’Is avrebbe agito in reazione all’appoggio del Cremlino per Bashar Al Assad e all’intervento militare russo a fianco delle truppe siriane.

Francia e Russia colpite per lo stesso motivo, quindi. Ma le analogie non finiscono qui: il massacro di venerdì 13 novembre al Bataclan di Parigi ricorda da vicino quello del teatro Dubrovka di Mosca nel 2002. Allora una quarantina di estremisti islamici presero in ostaggio quasi un migliaio di persone e alla fine si contarono circa 130 morti. Modalità e motivazioni diverse, ma la sostanza non cambia: la Russia è sotto attacco costante del terrorismo islamico da più di vent’anni, da quando è scoppiata la prima guerra cecena (1994-1996) ai tempi di Boris Eltsin. La seconda (1999-2000) ha visto in parte protagonista ancora il Corvo Bianco, poi il suo successore Vladimir Putin, che da una parte ha rimesso ordine a Grozny grazie all’alleanza con il diavolo, impersonato da Ramzan Kadyrov, dall’altra è rimasto con la polveriera del Caucaso russo tra Daghestan e Inguscezia sempre pronta ad esplodere.

Se negli anni Novanta i movimenti indipendentisti antirussi erano solo in maniera limitata caratterizzati dall’islamismo radicale, a partire dallo scorso decennio le istanze di autonomia si sono trasformate in estremismo terroristico-religioso e l’obiettivo è diventato quello del Califfato caucasico, tanto che già nel 2007 Dokka Umarov aveva annunciato la nascita dell’Emirato. Il Cremlino combatte così oggi senza troppo successo una guerra che negli ultimi tre lustri ha lasciato una lunga scia di sangue: gli episodi più tragici tra le due guerre in Cecenia sono l’assalto all’ospedale di Budionnovsk nel 1995 e le esplosioni del palazzi a Mosca e Volgodonsk nel 1999 con centinaia di morti; dopo il Dubrovka in Russia sono arrivati la strage di Beslan (2004, 330 morti), l’attentato al Nevsky Express (40 morti), quello all’aeroporto di Domodedovo nel 2011 (35 morti), i tre di Volgograd nel 2013 alla vigilia delle Olimpiadi di Sochi (40 morti). Solo per citare i maggiori, lasciando da parte gli attacchi kamikaze nel Caucaso o le plurime bombe in metropolitana a Mosca.

Ogni volta la responsabilità è stata assunta dai leader che si sono dati il cambio alle testa dei gruppi estremisti islamici: dal russo Shamil Basaev all’arabo Inb Al Khattab nel periodo delle guerre cecene, da Abdul Halim Sadulajev a Dokka Umarov nel periodo precedente a quello attuale, cominciato pochi anni fa, quando i contatti prima con Al Qaeda poi con lo Stato islamico si sono fatti più determinanti. Dopo l’uccisione di Umarov nel 2014 la leadership dell’Emirato caucasico è stata raccolta prima da Ali Abu Muhammad (vero nome Aliaskhab Kebekov), anch’egli eliminato dalle forze speciali russe nel 2015, e poi dall’emiro Abu Muhammad Kadarsky (Rustam Asildarov) che stava già seguendo la via dello Stato Islamico e dallo scorso settembre è entrato anche nella lista SDGT (Specially Designated Global Terrorist) del Dipartimento di Stato americano.

L’errore fondamentale che l’Europa ha commesso è stato quello di dimenticare che le bombe in Russia, messe da chi vuole la Sharia oltre il fantomatico Emirato nelle montagne del Caucaso, sono le stesse che colpiscono dalle nostre parti.

Il pericolo dell’Is e delle sue diramazioni caucasiche è una delle ragioni per cui il Cremlino ha deciso di intervenire militarmente in Siria a fianco del dittatore di Damasco. La bomba sull’Airbus della Kogalymavia alla fine di ottobre è insomma solo l’ennesimo capitolo di quella Guerra santa che in Russia va avanti a singhiozzo da tempo con protagonisti diversi, senza fermarsi mai. Se sul versante occidentale del Vecchio continente i grandi attentati di matrice islamica si contano sulla punta delle dita di una mano (Madrid 2004, Londra 2005, Parigi 2015), mentre a Mosca e dintorni le proporzioni sono di gran lunga maggiori.

L’errore fondamentale che l’Europa ha commesso è stato quello di non vedere le connessioni del terrorismo globale e considerare la questione russa solo come un problema interno di Putin. Dimenticando che le bombe in Russia messe da chi vuole la Sharia oltre il fantomatico Emirato nelle montagne del Caucaso sono le stesse che colpiscono dalle nostre parti. Ecco perché è necessaria oggi più che mai la collaborazione tra Mosca e l’Occidente contro il nemico di tutti, dalla Siria all’Iraq passando per le metropoli europee su tutta la direttrice che va da Lisbona a Mosca. Strategie comuni, politiche e finanziarie, ma anche militari e d’intelligence, per far fronte alla minaccia del fanatismo che colpisce ovunque e che trova porta aperte dove non ci sono alleanze sufficientemente forti per bloccarne l’avanzata.

Le vie dei kamikaze verso Occidente sono infinite, molte passano attraverso il Caucaso e le vecchie repubbliche ex sovietiche. L’Europa, Bruxelles, non può e non deve chiudersi, e non deve dimenticare comunque che senza Mosca è impossibile assicurare sul lungo periodo la stabilità di un continente che va da dall’Oceano Atlantico agli Urali. La Russia non è solo un vicino scomodo e ingombrante, è anche un partner fondamentale per la lotta al terrorismo.

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