Parigi, da ora più Europa contro la paura

Sfiancata da anni di crisi economica, erosa dai populismi e ora sotto l'attacco dei terroristi, l’Europa rischia di compiere un altro pericolosissimo, e forse fatidico, passo all’indietro. Serve un ruolo più deciso di Angela Merkel, che però resta in disparte, attaccata dal suo partito.

Nessuna manifestazione di piazza, nessun corteo dei leader internazionali, qualche fiaccolata organizzata qua e là per le strade delle altre capitali europee, ma nessuna ostentazione del dolore come è accaduto a gennaio scorso. In questa seconda, tragica, volta in meno di un anno Parigi sembra chiusa nel suo dolore. Un dolore che arriva chiaro nelle altre capitali. Alcune più vicine geograficamente e culturalmente, altre lontane ma preoccupate da quanto è accaduto tra venerdì e sabato notte.

Qui a Bruxelles, che da Parigi dista poche centinaia di chilometri e che con la capitale francese condivide non soltanto una parte della popolazione, ma anche la lingua e il problemi del ritorno di centinaia di combattenti partiti per la Siria e oggi a piede libero nelle sue strade, il cielo è più grigio del solito. Venerdì notte, poco dopo le 23, ad attacchi ancora in atto il ministro dell’Interno belga ha confermato la predisposizione dei controlli alle frontiere con la Francia, ma anche nelle stazioni e negli aeroporti. La chiusura delle frontiere tra Francia e Belgio è soltanto l’ultima in ordine cronologico nelle ultime settimane, giustificata da reali minacce alla sicurezza nazionale. Nonostante questo tra l’annuncio di Hollande e la loro effettiva chiusura sono passate, secondo i racconti di diversi testimoni, alcune ore. La frontiera, fino a ora poco più simbolica, tra Francia e Belgio è sotto lo sguardo attento degli investigatori. Il Governo belga è inquieto, i media nazionali annunciano la possibilità che tra gli attentatori di Parigi ci siano alcuni esponenti degli ambienti radicali di Bruxelles.

Gli attentati di Parigi vanno inseriti in uno scenario globale. L’errore più grande che ognuno di noi può commettere è di guardare agli eventi nella loro singolarità

La capitale belga è in queste ore un centro importante di osservazione di quanto sta accadendo in Francia. Perché oltre ad essere stata la prima città a esser colpita da un attacco terrorista lo scorso anno, al museo ebraico, è anche la sede della Nato e delle istituzioni comunitarie. Entrambe protagoniste dello scenario globale nel quale gli attentati di Parigi vanno inseriti. Perché oggi l’errore più grande che ognuno di noi può commettere è di guardare agli eventi nella loro singolarità.

Quando François Hollande ha parlato di “atto di guerra” e ha “annunciato azioni impietose e commisurate alla barbarie compiuta a Parigi”, le sue parole erano sì dirette al popolo francese, ferito e profondamente sotto shock, ma ha anche sollevato un’altra importante questione. Quella cioè dell’intervento degli altri Paesi alleati, nella stessa lotta. Le sue parole devono essere suonate familiari ai vertici Nato, se è vero che in molti hanno già ipotizzato la possibilità per l’Alleanza Atlantica di ricorrere all’attuazione dell’articolo 5 del Trattato di Washington, lo stesso attivato dopo gli attacchi dell’11 settembre di New York e che prevede l’entrata in guerra dei Paesi alleati in caso di attacco su suolo europeo o statunitense. Ipotesi rafforzata dopo la diffusione di un comunicato congiunto delle 28 capitali europee in sostegno alle parole pronunciate da Hollande.

Sfiancata da anni di crisi economica, erosa dai populismi e ora sotto l’attacco dei terroristi, l’Europa rischia di compiere un altro pericolosissimo, e forse fatidico, passo all’indietro

Se alla periferia di Bruxelles, dove si trova la sede della Nato, soffiano venti di guerra, nel centro – cuore delle istituzioni Ue – l’atmosfera appare più rarefatta. Dopo i messaggi di cordoglio di Jean Claude Juncker e del Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, sono arrivate anche le prime reazioni dalla Polonia, che con tempismo politico straordinario ha colto l’occasione degli attacchi di Parigi per respingere il piano migranti proposto dalla Commissione Ue. Nella più totale assenza di correlazione causa ed effetto tra i due eventi, il segnale che in questo grigio week end arriva nelle capitali europee incute timore. Sfiancata da anni di crisi economica, erosa dai populismi e ora sotto l’attacco dei terroristi, l’Europa rischia di compiere un altro pericolosissimo, e forse fatidico, passo all’indietro. Quello della fine della porosità tra frontiere, dell’apertura tra culture, vite e voci diverse. Una spinta che oggi parte forte dall’est, dai Paesi del Gruppo Visegrad (Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia), ma che sotto il peso del terrore potrebbe radicalizzarsi anche a Parigi, Roma, Londra e Berlino.

Dal G-20 di Antalya e dalle riunioni di queste ore sulla Siria dipenderanno anche i più ampi equilibri mondiali

La Cancelliera tedesca Angela Merkel, sotto l’attacco fratricida del proprio partito, resta oggi in disparte. Un ruolo che non le si addice in un momento del genere, ma che molto lascia intendere della difficoltà interna. La prima occasione di valutazione dello stato di Europa ancora in circolazione lo si avrà nei prossimi giorni, quando ad Antalya si riuniranno i leader del G-20. Lì ci renderemo conto in che modo l’Unione vorrà procedere nei prossimi mesi e anni. Se andare avanti con la costruzione di barriere difensive, che hanno come unico effetto il posticipare la presa di decisioni, o se si riconoscerà la necessità di procedere in modo unito. In mezzo restano equilibri complessi da tenere, che passano anche dalla reazione dell’opinione pubblica alla spettacolarità tragica degli attacchi di Parigi. Dal G-20 di Antalya e dalle riunioni di queste ore sulla Siria dipenderanno anche i più ampi equilibri mondiali. Perché se è vero che Europa, Stati Uniti, Russia e Iran restano uniti contro il terrorismo, molto li divide sul resto. Soprattutto riguardo la spartizione dei poteri e delle aree di interesse. In uno scenario del genere, l’Europa ha una sola possibilità, quella di restare unita.

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