Un Paese diverso dai suoi vicini: il Gibuti

È insieme punto di riferimento per i rifugiati, scommessa per gli investimenti arabi e cinesi, avamposto militare contro pirateria e terrorismo. Una rete di relazioni complessa, con un obiettivo: diventare un Paese a reddito medio entro il 2035

Mentre nell’estate 2015 l’Europa, e in particolare la Grecia e l’Italia, fronteggiava una delle ondate migratorie più ampie degli ultimi anni, in pochi hanno notato un altro flusso di rifugiati, meno grande ma comunque importante. Avveniva molto più a sud-est, ed era, anche questo, causato da una guerra civile, quella che da marzo colpisce lo Yemen.

Gli scontri violenti, la stagnazione economica, e la paura hanno costretto migliaia di persone, sia yemeniti che immigrati, a cercare rifugio nei Paesi vicini. In sette mesi circa 40mila persone sono scappate in Arabia Saudita, mentre altri 75mila hanno superato il golfo di Aden, passando per lo stretto di Bab el Mandeb e sono arrivati nel corno d’Africa. Secondo le stime dell’Oim (Organizzazione Mondiale per le immigrazioni), circa 15mila in Etiopia, altri 30mila in Somalia. E altri 30mila nel piccolo stato di Gibuti.

La situazione è abbastanza confusa. A leggere i report dell’Unhcr, aggiornati a ottobre, saltano all’occhio alcune cose importanti. La prima è che, nonostante il flusso maggiore provenga dallo Yemen, alimentato da una macchina di sfruttamento e traffico illegale, ci sono comunque migranti che compiono, nello stesso periodo, il tragitto opposto. Partono da Somalia ed Etiopia per andare e cercare fortuna nello Yemen. L’unica certezza, in questo incrocio di rotte, è che il punto di confluenza (e, spesso, anche di arrivo finale), è proprio il porto di Gibuti. Da decenni, grazie alle sue condizioni di stabilità politica, l’ex colonia francese attrae immigrati provenienti dalle altre regioni del Corno d’Africa, cioè dall’Etiopia e dalla Somalia, e funziona come contatto con la penisola arabica.

L’unica certezza è che il punto di confluenza (e, spesso, anche di arrivo finale), è proprio il porto di Gibuti

Non è questo l’unico elemento che lo rende, nel panorama del Corno d’Africa, un’eccezione. Gibuti ha un’estensione limitata (23.300 km quadrati) e una popolazione di 810mila abitanti, quasi tutta concentrata nella capitale, Gibuti, appunto, che ne arriva a contare circa 600mila. Una situazione che non può nemmeno essere confrontata con Etiopia e Somalia. Nel primo caso si arriva a 86 milioni di abitanti, mentre nel secondo sono “solo” dieci milioni.

Dal punto di vista storico, durante l’epoca coloniale, l’intera regione era contesa tra l’Italia e la Gran Bretagna. La prima controllava l’Eritrea e parte della Somalia (il resto era sotto il dominio inglese) e tentò, a più riprese, di conquistare l’Etiopia, senza imporsi mai in modo stabile. Gibuti, invece, dal 1894 divenne colonia francese, insieme a parte dell’attuale Somalia (il Somaliland francese).

Il rapporto con Parigi durerà a lungo (ben oltre la Seconda guerra mondiale) e avrà un forte impatto sul Paese. Il francese è, insieme all’arabo, la lingua ufficiale di Gibuti. È sempre opera dei francesi la principale opera di infrastruttura del Paese, cioè la ferrovia che collega Gibuti ad Addis Abeba. La moneta è il franco di Gibuti (che – va notato – è legato, dal punto di vista del cambio, al dollaro americano, altra potenza che, nella seconda metà del novecento, ha fatto sentire la sua presenza dell’area). Fino al 2011 a Gibuti era dislocato uno dei tre reggimenti della Legione Straniera fuori dalla Francia (poi si è trasferito ad ad Abu Dhabi). Ora ne rimane solo un contingente.

Ha nutrito una lunga fedeltà per Parigi: ben in due referendum, uno nel 1958 e uno del 1967, la popolazione ha rifiutato di unirsi alla Somalia, nonostante la prevalenza etnica e le forti pressioni interne, scegliendo di restare legata alla potenza europea. Si stacca solo nel 1977, e lo fa per diventare uno Stato autonomo. In ogni caso, non interrompe i legami: i due Paesi firmato un trattato di amicizia e di cooperazione, in cui Parigi fornisce assistenza e garanzia economica e militare, e Gibuti adotta una forma repubblicana, modellando la propria costituzione su quella francese.


Il cammino democratico di Gibuti si dimostra lungo. Fino al 1992 fu considerato legale solo un partito, il RPP (Rassemblement Populaire pour le Progres), guidato da Hassan Goulad Aptidon, rappresentante della componente somala del Paese (circa il 60%) e, in precedenza, promotore dei due referendum per unirsi a Mogadiscio. Nel 1991, però, scoppia la guerra civile. Da un lato il governo gibutino, appoggiato dalle truppe francesi, dall’altro il Frud (Fronte pour la Restoration de l’Unité et la Démocratie), movimento armato che rappresentava gli interessi dell’etnia Afar, il 35% della popolazione.

Oltre alla repressione, si avrà un’apertura politica: dal 1993 potranno correre alle elezioni altri quattro partiti, tra cui anche la costola pacifica del Frud. Gli scontri andranno avanti fino al 2000, quando, dopo una serie di trattati, si porrà fine alle ostilità. Al momento, il presidente è Ismail Omar Guelleh, in carica dal 1999 e vincitore, finora, di tutte le elezioni. È a capo del Rpp ed è di etnia somala. Il premier, però, è Abdoulkader Kamil Mohamed, di stirpe afar, in carica dal 2013, anno in cui si sono tenute le ultime elezioni parlamentari. Le prossime presidenziali sono nel 2016, e il Paese comincia già ad agitarsi.

L’unica strada per il Paese è quella di sfruttare la sua posizione, delicata ma anche molto promettente

La situazione non è semplice. Nonostante la sua stabilità, Gibuti ha un’economia molto debole (e in questo non si distingue dai suoi vicini). Il 23% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, e il 48% è disoccupato. In mancanza di terra arabile (solo lo 0,5% della regione), l’unica fonte di lavoro sono i servizi, cioè il trasporto delle merci lungo la ferrovia, quella creata dai francesi, e le attività (queste sì, molto importanti) del porto della capitale. La crescita, poi, è bassissima: il 5% nel periodo 2009-2013, e il 6% nel 2014. Eppure, entro il 2035, si è posto l’obiettivo di diventare Paese a medio reddito. E come potrebbe fare?

L’unica strada per il Paese è quella di sfruttare la sua posizione, delicata ma anche molto promettente, dal punto di vista geopolitico. Anzi, geo-economico. Gibuti, affacciandosi sul golfo di Aden, è sì esposto al flusso di migranti dalle regioni della penisola Arabica, ma al tempo stesso è, come recita un documento dell’Ambasciata italiana ad Addis Abeba, «alla confluenza delle rotte che collegano Africa orientale, Europa/mediterraneo e oriente: uno dei passaggi più trafficati al mondo». Negli ultimi anni Gibuti «è stato beneficiario di forti investimenti nelle strutture portuali e logistiche», anche perché, vista l’inattività dei porti somali ed eritrei, è, al momento, «l’unico sbocco sul mare per l’Etiopia», e non è poco. Si è meritato il soprannome di «Singapore d’Africa» da parte di un giornale etiope proprio per questo motivo.

Secondo il piano del governo, ci sono investimenti per opere infrastrutturali del valore di 10 miliardi di dollari per tre anni (il Pil del Paese è di un miliardo e mezzo), che saranno dedicati alla costruzione di nuovi porti, secondo una logica di spartizione tra Paesi del Golfo e Cina. Ai primi, che già controllano il porto di Gibuti, con una concessione firmata da Dubai fino al 2020, viene affidato il controllo del terminal del petrolio del porto di Doraleh, e quello del terminal dei container (anche se c’è una partecipazione notevole del China Merchant Group, che detiene il 66,7% di quest’ultimo). I cinesi, invece, si occuperanno della costruzione del nuovo porto di Doraleh, che sarà collegato a una nuova linea ferroviaria diretta ad Addis Abeba (sempre costruita da loro), del nuovo porto di Tadjourah (anche se, in questo caso, sono presenti fondi sauditi), di quello di Damerjog, che sarà dedicato solo al commercio del bestiame (per il quale è prevista una zona franca) e, infine, del porto di Ghoubet, dove sarà trasportato il sale della regione del Lago Assal.

C’è chi vorrebbe approfondire il dominio arabo sulla regione anche attraverso un’opera infrastrutturale di enorme portata: un ponte, che colleghi Gibuti allo Yemen

Come è evidente, per Pechino Gibuti è la porta d’ingresso al continente africano. Naturale, di conseguenza, che voglia investire in modo massiccio. Allo stesso tempo, però, c’è chi vorrebbe approfondire il dominio arabo sulla regione, evidenziato dalla presenza di banche dei Paesi del Golfo, anche attraverso un’opera infrastrutturale di enorme portata: un ponte, che colleghi Gibuti allo Yemen. È il “ponte dei due corni”. Come è evidente, il progetto (la cui fine era annunciata per il 2020), ha dovuto subire un ritardo nell’inizio dei lavori. L’idea, in ogni caso, resta avveniristica: sono 29 chilometri di lunghezza, per un costo di 20 miliardi di dollari. Si calcola un transito di 100mila automobili ai giorno, più 50mila passeggeri via ferrovia, e la nascita di due città gemelle ai due capi: Al Noor City. Da qui partirebbe anche un’autostrada per Dubai (ma niente per Addis Abeba). E chi la costruirebbe? Tarek bin Laden. Sì, il fratellastro di Osama.

Certo, non si può dimenticare anche un altro dettaglio, che distingue Gibuti dagli altri Paesi del Corno d’Africa: è un paradiso fiscale. Per capirsi meglio, è iscritto nella black list di diversi Paesi occidentali (tra cui l’Italia) per la presenza di una “free zone”, creata apposta per attirare le società del commercio marittimo (o collegate). Qui non ci sono tasse. Solo il salario pagato a lavoratori esterni alla free zone viene è soggetto a prelievo fiscale. Non serve un capitale minimo per aprire una nuova società, ma 2.700 per metterci la sede o 70mila euro per costituirla sul posto. Se l’interesse per le attività mercantili può essere basso, quello che conta davvero riguarda le banche. Anche qui, la free zone garantisce una cosa molto importante: la totale discrezione.


Per tutte queste ragioni, Gibuti è al momento una delle zone più delicate dell’area. Il forte traffico commerciale è un richiamo irresistibile per i pirati e la vicinanza alla penisola arabica è una potenziale fonte di instabilità. Non è un caso che la presenza militare straniera resti massiccia. Oltre ai contingenti francesi, che sorvegliano l’area con velivoli mirage, sono presenti unità giapponesi, inglesi e, soprattutto, americani. Dal 2013 ci sono anche gli italiani, con una base può arrivare a ospitare fino a 300 effettivi. Il motivo? Contrastare la pirateria e, come spiegava al Sole 24 Ore l’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, «la guerra al terrorismo», nella forma della “filiale” yemenita di Al-Qaeda.

Insomma. È al centro di flussi miliardari da parte di Cina e paesi del Golfo, legato da un rapporto secolare con la Francia, aperto alle istituzioni europee, rivolto ai suoi Paesi vicini e pronto a una difficile accoglienza (i suoi campi di accoglienza, come quello di Markazi, sono tra i meno attrezzati al giorno). Non cresce molto, ma crescerà. E, nonostante quello che raccomanda questo video, destinato al pubblico russo (che, a quanto pare, ha messo gli occhi sulla zona) manca solo il turismo. E, al momento, sembra molto lontano.

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