«Il piano europeo sui profughi è una farsa»

Il fotografo Alessandro Penso ha vinto il World Press Photo 2014 e dal 2011 testimonia l'odissea profughi in Grecia: «Atene sta giocando la carta del ricatto politico, ma non è la sola responsabile»

Lesbo 9

Dopo la crisi del debito, la cattiva gestione di quella dei rifugiati e dei migranti. La Grecia torna al centro delle polemiche europee per non aver saputo mostrare in questi mesi le capacità adeguate davanti a un flusso di arrivi senza precedenti. Minacciata dalle altre capitali di essere estromessa dall’area Schengen, dopo mesi di inerzia il Parlamento di Atene ha approvato una legge di emergenza nella quale prevede l’attivazione di 5 centri di registrazione per migranti e rifugiati in arrivo nel Paese. Si tratta dei cosiddetti hotspot di cui la Commissione Ue parla da mesi ormai. Il primo e unico dei quali è quello di Moiria sull’isola di Lesbo, dove oggi si contano due mila arrivi quotidiani. Per il fotografo Alessandro Penso, premio Word Press Photo nel 2014 e che dal 2011 documenta il fenomeno dell’immigrazione in Grecia, «Moiria è quanto di più lontano si possa immaginare da un centro di registrazione, è piuttosto un centro di detenzione»

Da mesi segui da vicino gli arrivi e gli sbarchi a Lesbo. Qual è il clima generale sull’isola?
Sull’isola regna totale confusione e piena disorganizzazione. C’è scarsissima attenzione ai diritti umani. La gestione amministrativa, poi, è nettamente peggiorata con il passare dei mesi. Questo sicuramente a causa di un flusso si arrivi senza precedenti. Parliamo di duemila persone al giorno. Da settembre, poi, si è assistito anche a un altro fenomeno. Questa volta positivo. Quello che potrei definire un cambiamento. È in aumento, infatti, insieme agli sbarchi, anche il numero di semplici cittadini europei che arrivano a Lesbo per dare una mano. Si tratta di una sorta di volontariato di massa, se vogliamo definirlo così, qualcosa a cui non si era mai assistito nei mesi e negli anni precedenti. È un processo spontaneo. Ci sono, ad esempio, norvegesi che arrivano a Lesbo per portare i soldi raccolti nelle loro città. Le autorità greche, invece, fanno poco o nulla. Chiudono gli occhii. La storia in questi ultimi anni ci ha insegnato che le autorità greche non sono molto amichevoli quando si tratta di immigrazione. Allo stesso tempo, però, il loro “non fare” è soltanto una parte del problema.

Quali sarebbero gli altri responsabili?
Il resto dei Paesi europei. Perché i 700.000 arrivi del 2015 in Grecia non possono essere considerati un problema unico di un Paese. Il prolema è europeo. Per gestirlo non è sufficiente inviare un centinaio di ufficiali di Frontex. Servono le strutture. Il piano per i ricollocamenti, poi, è una farsa. Fino ad ora parliamo di 30-40 persone in tutto ad aver lasciato la Grecia per altri Paesi.

«I 700.000 arrivi del 2015 in Grecia non possono essere considerati un problema unico di un Paese. Il prolema è europeo. Il piano per i ricollocamenti è una farsa. Fino ad ora parliamo di 30-40 persone in tutto ad aver lasciato la Grecia per altri Paesi»


Alessandro Penso

Su questo, però, Bruxelles accusa Atene di scarsa cooperazione e anche di un certo ritardo amministrativo e burocratico nell’avanzamento delle richieste di aiuto.
Da una parte, sì, la Grecia gioca la carta del ricatto politico. Se così vogliamo chiamarlo. Ovvero: ci avete minacciato, volevate cacciarci dall’euro, restiamo un Paese in profonda crisi quindi non possiamo fare quello che ci chiedere. Però la colpa resta anche dell’Europa. Immaginare un così alto flusso di rifugiati dalla Siria in arrivo da Est era previsto. La situazione in Siria peggiora di giorno in giorno e anche per i milioni di rifugiati ospitati nei campi d’accoglienza in Libano, Giordania e Turchia le cose non vanno bene. Il World Food Program, ad esempio, per mancanza di soldi ha ridotto le razioni di cibo in questi campi. È facile fa capire perché siano in aumento gli arrivi. Sul ritardo burocratico e amministrativo, invece, temo che come spesso accade ci si nasconda dietro delle scuse pur di non intervenire. Mi spiego, se la Germania (o un altro Paese) volesse costruire un nuovo campo di accoglienza a Lesbo non credo che ci sarebbero troppi intoppi a livello amministrativo. E’ anche una questione di volontà.

Eppure, il Governo Tsipras, un governo di sinistra, aveva annunciato di voler adottare un approccio “inclusivo” sull’immigrazione. Non basato sui respingimenti…
L’esecutivo Tsipras ha soltanto abolito il carcere a 24 mesi. Prima le richieste di asilo erano respinte nel 99,5% dei casi. Però la situazione resta difficile e l’atteggiamento delle autorità non è diventato amichevole. Quasi tutte le Ong ammettono di avere problemi con le autorità. In passato, parliamo del 2011-2012 i metodi dei cosiddetti “push back”, i respingimenti, erano al limite del criminale. Le barche venivano quasi affondate e la guardia costiera non interveniva se venivano segnalate barche alla deriva o in caso di naufragi.

Lesbo a oggi l’unico hotspot greco entrato in funzione. E’ stato inaugurato in pompa magna, ma quasi subito ci si è resi conto che all’interno non funziona quasi nulla. Confermi?
Per prima cosa nel cosiddetto hotspot di Moiria a Lesbo manca un direttore. Il centro è nelle mani della polizia. Per raggiungerlo i migranti e rifugiati appena sbarcati devono compiere un lungo viaggio a piedi. Si parla di una cinquantina di chilometri. E quando arrivano si trovano davanti file chilometriche, che in alcuni casi durano giorni. E devono rispettarle per poter ottenere i permessi. Ho visto bambini tenuti per 3-4 giorni in fila sotto la pioggia o il sole cocente. Non ci sono tende per le persone in coda, ma soprattutto non c’è assistenza. Ho visto persone trasportate davanti ai cancelli d’ingresso del centro, svenute o in ipotermia, respinte dai poliziotti. Ho assistito ad agosto a scontri tra migranti e rifugiati aizzati dalle forze di polizia dopo aver diviso tra loro i migranti e rifugiati siriani. Moiria è stato un centro di detenzione ed espulsione in passato, e oggi non riesce a svolgere le mansioni per cui è stato designato. Pensato, tra l’altro per un massimo di 400 persone. Totalmente inadeguato alla gravità della situazione attuale. Mancano le cose basilari. Nei bagni non ci sono i servizi necessari per il numero di persone in arrivo. Quando sento parlare di hotspot sorrido, perché Moiria a Lesbo non lo è. I permessi, a volte, vengono rilasciati senza foto da poliziotti che in molti casi hanno soltanto voglia di liberarsi del maggior numero di persone nel minor tempo possibile. E una volta ottenuto il permesso il viaggio riprende. In taxi o a piedi verso il porto, dove migliaia di persone si imbarcano per Atene.

Quanto ha senso la logica stessa degli hotspot allora?
Gli hotspot servono soltanto a scoraggiare le persone dal partire, dal mettersi in viaggio. Oppure a facilitare i rimpatri dei cosiddetti migranti economici. Ma avranno poco impatto su persone pronte a tutto pur di salvarsi, di avere una vita migliore.

E la Turchia? Quanto l’accordo da 3 miliardi di euro tra Ue e Turchia aiuterà a frenare il numero degli arrivi?
Quale accordo? Quello per fermare le imbarcazioni di rifugiati che in quanto tali godono di protezione internazionale? Non servono accordi, ma la creazione di un corridoio umanitario. Poi semmai la Turchia è una delle cause del problema. Molti siriani incontrati a Lesbo ad esempio hanno lasciato la Turchia per assicurare un futuro migliore per i loro figli. Dopo tre anni nei campi rifugiati turchi erano ancora senza documenti, questo gli impedisce di lavorare. I bambini, ospitati nei campi turchi ad esempio non vanno a scuola. Ecco perché nessun accordo o piano di azione tra Ue e Turchia servirà a frenare gli arrivi.