Speciale 2015Scuola di polizia, missione Bruxelles

Capitale di tre Stati, con sei corpi di polizia, senza fondi per la sicurezza: così la città belga è diventata il simbolo di come non si affronta la minaccia jihadista

Surreale, multiculturale, libertaria, innovativa, grigia e piovosa. La lista degli aggettivi per descrivere Bruxelles potrebbe essere lunga. Ne esemplifica lo spirito il Manneken Pis, simbolo irriverente di una città che non si è mai presa davvero sul serio. Al punto da essere diventata in questi mesi il capro espiatorio per il diffondersi del radicalismo e del terrorismo islamico in Europa, avendo dalla sua poche possibilità di difendersi. L’idea è arrivata dal Governo Federale di Charles Michel, che per quattro giorni ha di fatto posto Bruxelles sotto il coprifuoco. Una misura preventiva per evitare il verificarsi di un altro attacco simile a quello di Parigi. Quattro giorni di controllo totale su una città autarchica, sufficienti a mostrare che il Belgio è uno Stato, con la S maiuscola.

L’allerta 4 ha, però, dato prova al contrario delle disfunzioni congenite di un Paese segnato da profonde lacerazioni interne, che per sopravviverne è ricorso alla segmentazione del territorio e delle sue funzioni amministrative. Ancora una volta Bruxelles ne è l’esempio lampante. La città è contemporaneamente capitale delle Fiandre, del Belgio e dell’Europa. Ruoli per i quali dispone dei relativi Parlamenti ed esecutivi. Divisa in 19 amministrazioni territoriali, ognuna con il proprio sindaco e la propria giunta, Bruxelles è anche la sola città europea a disporre di ben sei polizie diverse, sotto la guida di ben sei capi di polizia. Una semplificazione territoriale, certo, ma che crea non pochi paradossi. Nelle aree di confine tra due municipalità facenti capo a due diversi distretti di polizia è molto probabile che la richiesta di intervento di una squadra di polizia venga soddisfatta dopo ore di attesa e rimpallo tra due commissariati.

Divisa in 19 amministrazioni territoriali, ognuna con il proprio sindaco e la propria giunta, Bruxelles è anche la sola città europea a disporre di ben 6 polizie diverse, sotto la guida di ben 6 capi di polizia.

Nel maggio 1998, con la cosiddetta riforma “Polipo”, la polizia belga viene divisa tra locale e federale. La prima viene suddivisa in ben 196 unità, disseminate tra Fiandre e Vallonia e disposte sotto lo stesso numero di capi, alle quali competono soprattutto il controllo dell’ordine pubblico, del territorio e lo svolgimeno di alcune mansioni amministrative. Alla seconda, a larghissima maggioranza fiamminga, competono soprattutto funzioni speciali, come l’antidroga, ma anche la scientifica.
Ad accomunare le due in questi anni un piano di tagli e riduzioni di fondi che hanno bloccato nuove assunzioni, rinnovo di strutture, materiali e corsi di formazione. Negli ultimi cinque anni la quota del bilancio federale assegnata alle forze di polizia è sceso da 2 agli attuali 1,6 miliardi di euro annui. Ecco perché nessuno crede al piano annunciato dal Ministro dell’Interno Jan Jambon per l’assunzione di 2500 nuovi agenti entro quest’anno.

La disfunzionalità si traduce, però, in alcuni casi in un aumento dei pericoli alla sicurezza nazionale. E’ il caso ad esempio della lista consegnata un anno fa dai servizi segreti belgi al Comune di Molenbeek. Nell’elenco contenente i nomi di 85 giovani considerati a rischio radicalizzazione residenti nel Comune di Bruxelles, figuravano anche Abdeslam Salah e suo fratello, il kamikaze che si e’ fatto esplodere davanti a un caffè lungo il boulevard Voltaire a Parigi. La competenza a intervenire nel quartiere di Molenbeek spetta per quanto riguarda le attività di prevenzione e intervento sociale alle autorità locali, mentre tutto il resto ricade nella competenza federale. Un puzzle complesso da comprendere per chi non vive a Bruxelles e in Belgio, ma che nel Paese se serve spesso da giustificazione in casi di errori lampanti da parte di politici di ogni livello. Lo stesso valga per il coprifuoco esteso alla sola città di Bruxelles, ma non al suo aeroporto, geograficamente parte delle Fiandre e non parte del territorio metropolitano della capitale. Fatto piuttosto bizzarro se si considera che l’aeroporto di Zaventem dista dalla sede della Commissione europea appena quindici minuti di auto.

Ad alimentare il senso di una dilagante disfunzionalità belga in questi mesi anche i grossolani errori di comunicazione del Governo Federale. Tra questi il recente annuncio della creazione di un livello 5 di allerta anti-terrorismo. Fino a oggi i livelli sono stati in tutto quattro. Forse l’esecutivo pensa che non bastino? E se si adotta una nuova scala di pericolosità come si valutano le quattro giornate di assedio a cui Bruxelles è stata relegata un mese fa. E perché nonostante nessun arma sia stata confiscata e soltanto quattro dei 22 fermi sono oggi agli arresti, la minaccia terroristica è scesa di nuovo al livello 3? Domande alle quali, forse, non si avrà risposta. Cosi come è apparso un suicidio politico l’intervista rilasciata dal Ministro della Giustizia Koen Geens all’emittente fiamminga VTM nella quale ha ammesso che Abdeslam Salah avrebbe avuto la possibilità di scappare grazie a una legge che impedisce alla polizia di effettuare perquisizioni tra le 23 e le 5 di mattina. Voglia di verità o tentativo di screditare il Governo? Una cosa è certa in nessun altro Paese europeo un Ministro andrebbe in televisione ad ammettere verità scomode come questa.

Così come in nessun altro Paese, la polizia federale sarebbe in grado di ironizzare su stessa come quella belga. E’ il caso del tweet pubblicato il giorno dopo quella che avrebbe dovuto essere la grande retata anti-terroristi avviata contemporaneamente in diverse località del Paese. Nelle ore cruciali del blitz- svoltosi rigorosamente tra le 20.30 e le 22.30- la polizia ha chiesto ai residenti delle aree interessate dalle operazioni di mantenere il silenzio sui social media. Ordine al quale tutti hanno obbedito. Al posto degli aggiornamenti sulla polizia sui social media è scattata la corsa a postare immagini di gattini di ogni genere. Scelta premiata dalla polizia federale con un tweet, nel quale si ringraziavano ‘i gattini’ con un enorme ciotola di croccantini.

Surreale il coprifuoco esteso alla sola città di Bruxelles, ma non al suo aeroporto, geograficamente parte delle Fiandre e non del territorio metropolitano della Capitale. Fatto piuttosto bizzarro se si considera che l’aeroporto di Zaventem dista dalla sede della Commissione europea appena quindici minuti di auto.

I problemi del Belgio somigliano in piccolo a quelli europei. Il localismo belga è il risultato della creazione di un Paese che non esisteva in quanto Nazione. Frutto del calcolo geopolitico di inizio 1800 il Belgio nasce nel 1830 come Stato cuscinetto tra Francia e Germania. Insieme finiscono due popoli molto diversi tra loro: i fiamminghi e i valloni. Gli uni vivono per quasi due secoli assoggettati al dominio della francofonia e per meno di un secolo a quello dell’industria pesante della Vallonia. La stessa che negli anni, fino almeno al 1970, richiama in Belgio immigrati dal Nord Africa, ma anche Italia, Spagna e Portogallo. Dall’inizio del 1900 a livello politico regna la spartizione di ruoli, cariche e incarichi tra i Socialisti, i Liberali e i Cristiano Democratici. Alla frazione politica si unisce quella linguistica, che di fatto crea due universi paralleli che si scontrano a Bruxelles, unica regione a essere dichiarata ufficialmente bilingue. E che anche per questa ragione è da sempre luogo di conflitti interni.

Allo stesso tempo la frammentazione amministrativa ha garantito il funzionamento di un Paese che per quasi due anni, dal 2010 al 2012 è andato avanti senza avere un Governo Federale. Non stupisce quindi che sia proprio Bruxelles a ospitare le sedi dell’Unione europea. L’Europa di oggi del resto, con la sua resistenza all’integrazione economica e politica somiglia in parte al Belgio disfunzionale, dove per guardare dentro i confini ben delineati si rischia di perdere il senso degli eventi che di quei confini non tengono conto. È il caso del terrorismo jihadista che prima dei belgi e degli europei ha compreso l’esistenza di confini liquidi tra città, regioni e Paesi europei.