Politica e societàSe il miracolo a Milano lo fanno i bottegai

Non è mai corso buon sangue tra i commercianti e sinistra politica. Ma a Milano casi come il distretto urbano dell’Isola raccontano come un’esperienza può avere successo: con investimenti sull’identità del quartiere, un passo indietro dei partiti e la collaborazione tra Comune e Regione

Tra sinistra politica e commercianti non è mai corso “buon sangue”. Sin da quando Carlo Marx usò il termine (dispregiativo?) di “bottegai” per definire coloro che a suo avviso erano destinati a divenire proletari, schiacciati dalla concorrenza industriale. Roland Barthes li descrisse in Miti d’oggi come i portatori della “ideologia anonima” della piccola borghesia. Per Barthes si tratta di grettezza e crudeltà mentale, di incapacità di pensare l’altro. Siamo nella Francia degli anni Cinquanta, gli anni in cui trionfa Poujade e il poujadisme, ossia il movimento dei bottegai, dei borghesi piccoli piccoli, che odiano con la stessa virulenza sia il fisco sia gli intellettuali (assomigliano a qualche altro movimento politico dei giorni nostri).

Anche le “feste di via” che erano state un modo dei quartieri e dei commercianti di “riprendersi la città” dopo i disastri della politica nella stagione di Tangentopoli, si erano via via spente, nella regolamentazione istituzionale del vicesindaco De Corato (regolamento con delibera 82 del 26/9/2002) che dava in mano ad alcuni “professionisti delle bancarelle” la gestione di questi mercati, sempre più di basso livello commerciale e di scarso significato di aggregazione collettiva, sociale, culturale, sportiva.

Le feste di via a Milano si erano spente, con la regolazione dell’ex vicesindaco De Corato. Ora vivono una nuova stagione grazie ai Distretti urbani del commercio, istituito da una legge regionale del 2008

Con la D.G.R. 7730/2008 la Regione Lombardia, istituendo i Duc, Distretti urbani del commercio, cerca di dare il via a una politica di gestione integrata tra soggetti pubblici e privati nell’interesse comune dello sviluppo sociale, culturale ed economico e della valorizzazione ambientale del contesto urbano e territoriale di riferimento. Lo scopo è anche sostenere i “negozi di vicinato” cosi importanti nel presidio del territorio e nella coesione sociale quanto deboli (se presi singolarmente) nel resistere a crisi economica, concorrenza sleale, globalizzazione. Non è semplice però far cooperare i diversi esercenti e non è facile far girare una macchina complessa come quella che vede insieme il pubblico e il privato.

L’esperienza positiva del Duc Isola è però la prova concreta che questa strada è percorribile se si mettono insieme alcuni “ingredienti” che hanno funzionato in questa esperienza.

Innanzitutto occorre da parte dell’amministrazione pubblica locale (che sia Comune o organo decentrato) un investimento sull’autonomia, creatività, capacità di fare rete sul territorio dei commercianti e delle loro associazioni. In secondo luogo va sviluppato un progetto sull’identità del quartiere, un racconto che va condiviso e aiuta a collocare ogni singola iniziativa in una prospettiva, in uno scenario. Nel caso dell’Isola è stata l’idea di un quartiere “storico” che conservava il suo sapore e le sue caratteristiche (il negozio di vicinato, le botteghe artigiane, il mercato popolare, l’associazionismo culturale) dentro al rinnovamento e la modernità. La crescita del nuovo skyline di Milano non è stata vista come un pericoloso nemico ma come un’opportunità e una sfida: heritage e innovation possono parlarsi.

Il distretto urbano del commercio dell’Isola va preso a modello: è stato sviluppato un progetto sull’identità del quartiere tra vecchio e nuovo, non c’è stato un colore politico e il distretto ha sostenuto la cultura, i giovani artigiani e l’agricoltura a chilometro zero

In terzo luogo l’azione dei commercianti è stata “trasversale”, non c’è stato un colore politico, ma il lilla scelto come colore del logo di distretto è quello della Metropolitana nuova che unisce. In quarto luogo si sono mixati i linguaggi. Il distretto ha sostenuto la cultura (festival clown a febbraio/marzo, festival jazz a maggio eccetera), ha dato spazio ai giovani artigiani (Botteghe sotto i grattacieli), ha promosso l’agricoltura a chilometro zero (“Fattorie sotto i grattacieli”), ha condiviso la festa della parrocchia (S. Maria alla Fontana), ha promosso feste di quartiere (fish & swing, notte lilla, giovedì all’Isola), ha impegnato gli operatori del food locali nel dar da mangiare a tutti nelle iniziative.

È cresciuta in questo modo un’identità di quartiere e una specificità dell’Isola che oggi è complementare e indispensabile a Gae Aulenti. Oggi il Politecnico di Milano studia questa esperienza e in un convegno (inizio 2016) presenterà i risultati di questa ricerca. La collaborazione e l’investimento dell’amministrazione comunale e di quella regionale tramite gli assessorati Commercio e Turismo sono stati indispensabili alla crescita del Duc. Si può fare certamente di più e lo faremo. Per esempio costituendo un’associazione delle associazioni, un’unica Rete del Distretto Isola e rendendo concreto e quantificabile il contributo che i commercianti danno al quartiere. I commercianti possono sviluppare un proprio “5 per mille” a favore del territorio.

Sarebbe questo un piccolo esempio di come si possa aiutare un welfare in crisi. Non chiedendo ma restituendo al quartiere. La nuova stagione di Milano parte anche da qui: dalla ritrovata abitudine a fare bene le cose per se e per gli altri. Come diceva Aristotele: “Noi siamo quello che facciamo ripetutamente. L’eccellenza quindi non è un atto ma un’abitudine”.

Articolo tratto da Arcipelago Milano