Salute fai da teTest per le intolleranze: possiamo davvero fidarci?

I test di autodiagnosi che si trovano anche in farmacia non sono validati scientificamente e possono portare a errori nella dieta e problemi di salute

Chiara ha 25 anni ed è intollerante al lattosio. Per diverso tempo ha avuto dei disturbi intestinali, come gonfiore di stomaco, mal di testa, prurito insonnia, che le hanno fatto pensare di avere un disturbo alimentare. Così ha deciso di sentire il parere del suo medico di base e di recarsi da uno specialista: l’allergologo, che l’ha sottoposta a degli esami in ospedale ed è arrivato a diagnosticarle l’intolleranza al lattosio. Cosa sarebbe successo però se Chiara invece di seguire questo iter, avesse provato uno dei tanti test di automedicazione disponibili in farmacia, parafarmacia ed erboristeria? Il risultato sarebbe stato lo stesso?

Solo sette esami su quattordici hanno riconosciuto la vera intolleranza di Chiara

La risposta è no. Non avrebbe ottenuto gli stessi esiti e le cose sarebbero andate in maniera diversa. Chiara infatti, collaborando a un’inchiesta di Altroconsumo, dopo aver ricevuto gli esiti certi della sua intolleranza si è sottoposta a sei diversi tipi test per le intolleranze: Cytotest, Finder, Natrix Fit, Creavu Test, Vega Test, Elettroagopuntura di Voll. Ha provato ogni test almeno due volte, in una struttura diversa dall’altra e in totale si è sottoposta a 14 esami. Solo sette esami su quattordici hanno riconosciuto la vera intolleranza di Chiara, mentre nella maggior parte dei casi ne sono comparse altre non vere. «Se Chiara però avesse eliminato dalla sua dieta gli oltre 60 alimenti a cui è risultata (falsamente) intollerante nei vari test – come riporta Altroconsumo – la sua salute sarebbe stata a rischio perché avrebbe eliminato gruppi alimentari importanti senza motivo».

Quasi mai è necessario eliminare interi gruppi alimentari. Nel caso di Chiara per esempio, «due test concordavano sul fatto che fosse intollerante a mandorla, latte di mucca e di pecora» spiega a Linkiesta Laura Filippucci, referente inchieste di Altroconsumo. «Di conseguenza i consigli dietetici riportati nel referto consigliavano l’esclusione totale di latte e latticini, cosa che comporterebbe il rischio di carenze di calcio e vitamina D. Se gli esami avessero diagnosticato il vero problema, l’intolleranza al lattosio, non ci sarebbe stata una preclusione così netta, anzi si sarebbe potuto avere libero accesso al consumo di alcuni prodotti caseari e di tutti quelli delattosati».

Possiamo fidarci dei test di automedicazione per le intolleranze? La risposta a quanto pare è un’altra volta no

Possiamo fidarci dei test di automedicazione per le intolleranze? La risposta a quanto pare è un’altra volta no. A confermalo è anche la Società italiana di allergologia, asma e immunologia clinica (Siaaic), che qualche mese fa ha parlato di test non validati scientificamente, che non mostrano alcuna ripetibilità nel diagnosticare disturbi legati all’alimentazione: «Sono privi di attendibilità scientifica e non hanno dimostrato efficacia clinica» riporta anche l’Istituto superiore di sanità (Iss).
Ma anche il Guardian scrive come questi test stiano convincendo migliaia di persone a prendere provvedimenti non necessari nella loro dieta. Tanto che anche l’organizzazione Sense About Science ha prodotto un documento in collaborazione con esperti e associazioni, per aiutare i cittadini a fare chiarezza.

Non solo, considerando che il costo di questi test va dai 20 fino ai 250 euro, vi è anche un enorme spreco di soldi: «Ogni anno nel nostro Paese vengono spesi 300 milioni di euro per l’esecuzione di quattro milioni di esami fasulli per la diagnosi di allergie e intolleranze alimentari» scrive ancora la Siaaic. «Gli italiani allergici ai cibi sono oltre due milioni, gli intolleranti “veri” sono complessivamente non oltre 10 milioni. A questi si aggiungono circa 8 milioni di “ipersensibili immaginari” che imputano un malessere qualsiasi a qualche cibo».

INTOLLERANZE vs ALLERGIE

Il fenomeno delle intolleranze è in crescita ovunque e nel nostro Paese di circa l’8-10% ogni anno. Tutto vero o solo moda? A chiederselo è anche il Guardian , che dà la colpa soprattutto alla confusione che ruota intorno alla distinzione tra allergia alimentare e l’intolleranza. «Un’intolleranza alimentare – spiega Morena Lussignoli, tecnologa alimentare di Altroconsumo a Linkiesta – è causata dalla mancanza o scarsità di alcuni enzimi necessari per digerire ed eliminare alcuni alimenti. I sintomi compaiono solo dopo l’ingestione, in modo continuativo, di sufficienti quantità dell’alimento indesiderato e i disturbi hanno intensità variabile, anche a seconda della quantità di alimento, ingerito ma non sono mai gravi come nelle allergie (shock anafilattico)».

Diverso è il caso dell’allergia: una risposta del sistema immunitario nei confronti di particolari alimenti, quando entrano in contatto con le mucose della bocca e del resto dell’apparato digerente e vanno in circolo nell’organismo. «È sufficiente anche un piccolissimo quantitativo di allergene (sostanza a cui si è allergici ndr) – continua Lussignoli – per scatenare la risposta del sistema immunitario. L’ipersensibilità a un alimento può nascere durante l’infanzia o manifestarsi in momenti particolari, per esempio dopo un’infezione intestinale o l’assunzione di antibiotici oppure, ancora, nel caso di grandi cambiamenti ormonali (pubertà, menopausa). Un’allergia alimentare insomma può insorgere a qualsiasi età»

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