American Horror Story. Benvenuti all’Hotel Cortez: non ne uscirete più

La serie Usa ora con Lady Gaga e Naomi racconta l'albergo dell'orrore a Los Angeles. Che poi non è affatto peggio della vita reale

Leggere sempre i feedback! È questa la dura legge delle prenotazioni online, la morale della nuova stagione di American Horror Story, iniziata da poco qui in Italia, giunta all’epilogo lì in America (il 13 Gennaio, gli amatori della serie avranno parecchio da rimbrottare sul passaggio di testimone tra Jessica Lange e Lady Gaga).
A meno che non vogliate finire come le due svedesi in shorts e stivali scamosciati -ovviamente male-: appena arrivano davanti all’Hotel Cortez si rendono conto di essere lontane dalle attrazioni turistiche che volevano tanto visitare -gli Universal Studios e Beverly Hills- anzi, che non le vedranno mai. Se avessero letto i feed, ammesso ce ne fossero stati, avrebbero senz’altro scoperto che quello non era il luogo adatto ad una vacanza spensierata ma il covo del male più torbido e feroce.
Ci provano anche due influencer con la puzza sotto il naso a scrivere una recensione ma finiscono -ovviamente- male. Ordinano paté e lattuga romana grigliata (?!) e la receptionist, la raggiante Kathy Bates, dopo avergli spacciato una scatoletta per gatti come foie gras -e loro si leccano i baffi- gli insegna le buone maniere trucidandoli con un cavatappi.

L’hotel Cortez è a prova di feed ed è ricalcato alla finestra con carta velina da una delle costruzioni più terrificanti della East Coast: il Cecil Hotel costruito nel 1924 -anche nella finzione la data resta reale- a Downtown, il quartiere più losco di Los Angeles.
Quello che oggi si chiama Stay on Main era luogo caro a Richard Ramirez e altri serial killer, teatro di attività criminali assortite, suicidi e omicidi. L’ultimo è avvenuto nel 2013: una ragazza è stata ritrovata nella cisterna idrica perché uno degli ospiti, bevendo un bicchier d’acqua, aveva notato un certo “funny taste” -anche nella finzione quel gusto resta reale-. Insomma, un hotel da brividi. Come l’Overlook di Shining o l’ Earle nella Hollywood di Barton Fink, ispirati anch’essi ad hotel “in carne e ossa”. Il tempo salta, portando il prescelto verso una strana forma di pazzia psichedelica. Mentre i personaggi si sciolgono e la loro routine capitola, quelle stanze restano immutabili, culle impersonali di una storia collettiva.

“Puoi lasciare libera la stanza quando vuoi ma non potrai andartene mai” canta Don Henley sulle note di Hotel California e il destino -una sorta di eredità- diventa un numero impresso sopra una porta

L’iconografia è sempre la stessa, camere giganti come bocche fameliche, labirinti rivestiti da moquette optical e gusto retro’. Perché un hotel può essere molte cose ma è soprattutto un luogo di passaggio. Come indossare un vestito usato, anche se lo laviamo e rilaviamo.. una ragazza annoiata l’avrà buttato nei cesti dell’Humana o l’avranno sfilato ad un morto? Stessa cosa per le camere, i letti, le lenzuola. Fantasmi festaioli che bevono champagne al Chelsea Hotel, fantasmi incazzati che bevono sangue al Cortez, dove sono successe solo cose turpi. Chiunque entri in contatto con quelle macchie, anche se ben lavate da Mrs Evers con il suo ingrediente segreto (l’amore), resterà contaminato.

“Puoi lasciare libera la stanza quando vuoi ma non potrai andartene mai” canta Don Henley sulle note di Hotel California e il destino -una sorta di eredità- diventa un numero impresso sopra una porta. La costruzione inespugnabile -corridoi senza uscita, passaggi segreti, pareti rivestite d’amianto per camere di tortura- non ha padrone e diventa una trappola anche per il suo proprietario, Mr March. A muovere i fili è il Cortez, il resto è solo un supermarket, ricettacolo di sangue fresco e cadaveri in potenza. Ma è tutto talmente grottesco da far ridere: non può essere un incubo né l’inferno. Infatti, come dice Naomi Campbell nuda e sventrata (da un tossico cucito dentro al materasso) a Chloe Sevigni: “È questo l’inferno? No. Se fosse l’inferno sarei io ad indossare quel terribile completo di Zara”.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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