La soluzione alla crisi finanziaria? Bad Bank o morte

In questi casi è il mercato che comanda, e il mercato non si rassicura a parole o rivangando i successi del passato. E' il momento di agire, cioè di varare la Bad Bank

A leggere i quotidiani italiani non si capisce per quale motivo i mercati si stiano accanendo nei confronti delle banche italiane. Campeggiano titoli di tipo calcistico del tipo “Italia batte Europa”. Ma è vero che siamo i più forti e solidi di Europa? E, se le debolezze strutturali del sistema bancario italiano (le sofferenze) sono note da molto tempo, perché il “mercato” sembra essersene accorto solo nelle ultime settimane?

Partiamo dall’inizio. Le sofferenze, in inglese Non Performing Loans (NPL), sono i prestiti che la banca ha effettuato ma che i debitori non riescono più a ripagare perché ad esempio l’azienda è fallita o si è perso il lavoro e non c’è più modo di onorare le rate del mutuo. A quanto ammontano i NPL in Italia? A livello aggregato stiamo parlando di oltre 200 miliardi di euro (il 12,5% del PIL, quasi 5 anni di deficit pubblico!). Per la media delle banche italiane, le sofferenze sono pari al 10% degli attivi. Come nel caso del pollo di Trilussa, questa è una media. Tra le grandi banche, si va dal Monte Paschi dove i NPL sono il 21,7% degli attivi a Unicredit dove sono l’8,3%. Volendo effettuare un confronto europeo, le principali 21 banche europee (che includono Intesa Sanpaolo e Unicredit), presentano un livello di NPL pari al 3,3%.

Visto che questi dati sono noti da anni, più che da mesi, per capire il motivo dietro il crollo in Borsa delle banche italiane in questi giorni, dobbiamo capire come ragiona il “mercato”. Eliminiamo, quindi, subito il campo dall’argomento che le banche italiane non hanno avuto bisogno di aiuti statali durante gli anni della crisi, come invece è accaduto in altri paesi. La eliminiamo perché a noi interessa capire come ragiona il mercato e il passato per il mercato non ha alcun significato. Il prezzo delle attività finanziarie riflette una valutazione del futuro, non del passato. E dobbiamo sgombrare subito il campo anche da argomenti del tipo di chi sia la colpa dello stock di sofferenze, se dei manager o della recessione o della sfortuna. Al mercato non interessa di chi sia la colpa delle sofferenze. Interessa solo capire se e come la banca può fare fronte alle sofferenze senza ricorrere ad un nuovo aumento di capitale.

Al mercato non interessa di chi sia la colpa delle sofferenze. Interessa solo capire se e come la banca può fare fronte alle sofferenze senza ricorrere ad un nuovo aumento di capitale

In primo luogo, la banca può avere effettuato degli accantonamenti e spesato già una parte dei NPL in bilancio. A tal proposito, le banche italiane hanno un tasso di copertura pari al 46%, il che significa che rimangono da affrontare perdite potenziali massime pari al 56% del valore nominale dei NPL. Il tasso di copertura dei crediti deteriorati, il 46%, è superiore alla media europea, il 44,8%. Ma evitiamo di gioire. Sulla base di questo dato, l’affermazione “Italia batte Europa” è un po’ peculiare. Facciamo un esempio. Se la percentuale di NPL è pari al 10% degli attivi e il tasso di copertura è del 60%, rimangono perdite potenziali per il 4%. Se un’altra banca ha sofferenze pari all’1% degli attivi e un tasso di copertura dello 0%, rimangono perdite per l’1%. Quale delle due banche è più solida?

Se prendiamo i dati riportati sul Sole 24 Ore del 20 gennaio 2016 relativi alle maggiori banche europee, troviamo ad esempio che la peggiore banca europea in termini di percentuale di copertura è ING Group con il 29,3%, ma le sofferenze sono pari solo al 2,5% degli attivi. E’ vero che Intesa Sanpaolo e UniCredit hanno un tasso di copertura del 51% e 53,8%, ma le sofferenze sono pari a quasi tre-quattro volte quelle di ING: 9,1% e l’8% rispettivamente.

Le perdite effettive non sono pari all’intero valore del denaro prestato. Ci potrebbero essere garanzie di soggetti terzi o immobili o attrezzature, come nel caso dei mutui. Ma non bisogna illudersi troppo. Anche senza voler conteggiare i costi amministrativi del recupero, è chiaro che il valore di quanto si riesce a recuperare, soprattutto da aziende industriali o commerciali, dipende dal ciclo economico, generale e di settore. Consideriamo il valore di recupero dell’attrezzatura di perforazione di un’azienda petrolifera fallita o di un complesso residenziale in costruzione o di un mega-yacht: il valore dipende dal ciclo del petrolio o dal ciclo economico. Nel caso delle 4 banche, si è valutata una percentuale di recupero del portafoglio dei NPL pari al 18%.

Torniamo quindi ai numeri. I NPL sono pari al 10% degli attivi e la copertura è pari al 46%. Quindi, le perdite massime derivanti dai NPL sono pari al 5,4% degli attivi. Se il valore di recupero dei NPL è quello delle 4 banche, cioè il 18% del valore nominale, il sistema bancario italiano nel suo complesso dovrebbe far fronte a perdite pari al 3,6% degli attivi. Non è poco. Soprattutto se consideriamo che quella è una media e ci sono banche dove la percentuale di NPL è pari al 21,7% (MPS) o al 18% (Banco Popolare).

Questo è il momento di agire. E l’azione adesso consiste nel varare la “bad bank”. Sono mesi che il governo parla con la Commissione della bad bank. Immaginiamo che si sia più o meno capito quale sia la soluzione meno avversata in Europa. E’ il momento di prendere una decisione, scegliere la soluzione più adatta e procedere.

Le strade per affrontare questo macigno dei NPL sono sostanzialmente quattro.
La prima, quella “sana”, consiste nel riassorbimento graduale dei NPL grazie alla ripresa economica e alla ripresa della redditività delle banche. Questo consente di alzare il valore di realizzo dei beni recuperati e di usare parte dei redditi per coprire le perdite residue.
La seconda, quella “cattiva”, consiste nella risoluzione della banca con bail-in, … come nel caso delle 4 banche.
Le altre due strade, la terza e la quarta, sono quelle straordinarie dell’aumento di capitale o della bad bank “pubblica” che acquista i NPL ad un prezzo onesto.

Il mercato può vedere di buon occhio la prima e la quarta. E questo era lo scenario che prevaleva fino a pochi mesi fa, prima della vicenda delle 4 banche, del peggioramento del ciclo economico internazionale e delle polemiche durissime tra Renzi e la Commissione Europea. La seconda e la terza strada sono invece negative. La seconda strada è diventata più probabile dopo l’entrata in vigore della normativa comunitaria della Banking Union. La terza strada è diventata più complessa dopo la vicenda delle 4 banche che ha spaventato tutti gli azionisti retail e non solo quelli.

In conclusione, il problema dei NPL era noto da tempo e il mercato non è che lo ha scoperto nei giorni scorsi. Quello che il mercato ha iniziato a valutare in maniera diversa è la modalità di soluzione del problema, attribuendo probabilità maggiori alle modalità meno favorevoli per gli azionisti.

Questo ci indica anche la soluzione. E’ inutile rivangare le glorie del passato. E’ inutile tentare di convincere il mercato a parole. Va bene essere ottimisti, ma senza esagerare altrimenti il mercato pensa che chi è al volante non abbia capito nulla della situazione. Soprattutto, è inutile attaccare l’Europa. Il Premier Renzi può forse aver guadagnato punti nei sondaggi da quando ha abbracciato la linea anti-europeista. Ma cosa succederebbe se, oggi, qualche esponente politico tedesco volesse rendere pan per focaccia e replicare con una bella intervista al Financial Times replicando tel quel i giudizi dispregiativi che il nostro Premier espresse il 21 dicembre nei confronti del sistema bancario tedesco? Basterebbero poche parole per segnare il destino delle banche italiane e … del nostro Premier.

Questo è il momento di agire. E l’azione adesso consiste nel varare la “bad bank”. Sono mesi che il governo parla con la Commissione della bad bank. Immaginiamo che si sia più o meno capito quale sia la soluzione meno avversata in Europa. E’ il momento di prendere una decisione, scegliere la soluzione più adatta e procedere. Risolvere il problema dei NPL non è interesse solo dell’Italia, ma anche dell’Europa che non può permettersi di aprire il vaso di pandora di una crisi bancaria e della BCE che adesso ha la supervisione dei sistemi bancari europei ed è responsabile della stabilità finanziaria.

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