TaccolaL’affaire Calenda e le figuracce degli ambasciatori

La nomina come ambasciatore a Bruxelles di un personaggio che non proviene dalla carriera diplomatica è un segnale chiaro: il premier non ne può più degli alti burocrati della Farnesina e ha avviato la rottamazione

La nomina di Carlo Calenda, viceministro allo Sviluppo economico (Mise), come ambasciatore italiano all’Unione europea, è ben più di una sfida agli alti papaveri della Commissione e in primo luogo a Jean-Claude Juncker. Potrebbe essere una rottura di Matteo Renzi con il mondo della diplomazia italiana e con i burocrati della Farnesina.

Quello che si dice è che prima di nominare Calenda, Renzi abbia sondato la disponibilità di un ambasciatore di carriera, attualmente nella sede diplomatica di un Paese di prima fila. Se l’operazione è saltata, dicono i ben informati, è perché l’alto diplomatico avrebbe chiesto in cambio niente meno che la presidenza di Finmeccanica. Un episodio che la dice lunga sullo stato di salute della diplomazia italiana, proprio nei giorni in cui un inviato tedesco guadagna le prime pagine del mondo per il capolavoro dell’accordo tra le fazioni in Libia. Per questo la nomina del viceministro allo Sviluppo economico, già protagonista in Europa della battaglia – persa – sul “Made in”, andrebbe vista in un’ottica di scontro interno tra Renzi e il mondo delle feluche. Chiamarla rottamazione non è eccessivo, forse: era da mezzo secolo che non si nominava ambasciatore un non diplomatico di carriera. Ulteriore indizio del clima di tensione è il siluramento via giornali dell’ex ambasciatore a Bruxelles Stefano Sannino, lasciato a macerare per un mese in attesa di comunicazioni ufficiali.

Quello che si dice è che prima di nominare Calenda, Renzi abbia sondato la disponibilità di un ambasciatore. Se l’operazione è saltata sarebbe perché l’alto diplomatico avrebbe chiesto in cambio niente meno che la presidenza di Finmeccanica

A fronte di questa situazione, Calenda si è guadagnato la considerazione del premier per aver condotto la questione Mes-China. A Bruxelles, dopo aver battagliato con i Paesi del Nord, Germania in testa, ha ottenuto un rinvio semestrale dell’abolizione dei dazi nei confronti dei prodotti cinesi.

E ora proprio Calenda ha di fronte battaglie delicatissime: quella sull’Ilva, dossier a lui familiare (se n’è occupato al Mise), e quelle sulla Legge di Stabilità e la bad bank. Il premier gli chiede di gestirle in modo muscolare, perché da quelle battaglie dipende una buona fetta della ripresa italiana, se non la sopravvivenza politica dello stesso Renzi. Per ottenere risultati servirà non solo l’attivismo che viene riconosciuto a Calenda. Bisognerà lavorare con le diplomazie degli altri Stati europei per far uscire l’Italia dall’isolamento in cui lo stesso Renzi l’ha ficcata. Ai diplomatici l’impresa non è riuscita. Ora tocca al manager prestato alla politica.