OccupazioneLavoro, come abbiamo perso le giovani generazioni

La recessione ha diminuito le probabilità di occupazione per tutte le generazioni, sebbene in modo quantitativamente diverso. Ci sono buone notizie per le donne, pessime per gli uomini non qualificati. Ma sono preoccupanti anche i dati Preoccupanti i cali per i giovani diplomati e laureati

I tanti commenti sui dati del mercato del lavoro incorrono, spesso e malvolentieri, nella trappola degli aggregati macroeconomici. È semplice mostrare, per esempio, che il numero di occupati in un dato istante di tempo è composto da lavoratori con caratteristiche molto diverse, in termini di genere, livello di istruzione, competenze. Ogni cambiamento nel livello di occupazione osservato in due istanti di tempo diversi è perciò determinato sia da fattori macro-economici, che hanno un impatto sull’aggregato, sia da fattori micro, che dipendono dalla diversa composizione della forza lavoro e della domanda delle imprese. A titolo meramente esemplificativo, il tasso di occupazione secondo i dati Eurostat, per la popolazione di età compresa fra 15 e i 54 anni, in Italia è sceso dal 57,6% del 2005 al 55,6% nel 2015. Eppure, rispetto a soli 10 anni prima, ovvero al 1995, esso risulta ora più alto di ben 5% punti percentuali. Cosa è effetto macro e cosa invece è dovuto a un insieme di fattori, fra i quali effetti di coorte, come quelli secolari che vedono le donne sempre più istruite e partecipi al mercato del lavoro? Una semplice analisi focalizzata sugli effetti tempo, non permette di distinguere le forze complesse che presenti nel mercato del lavoro, sia dal lato della domanda, sia da quello dell’offerta.

Per permettere di risolvere questione è, perciò, necessario disaggregare i dati per coorti di età similari, e comparare nel tempo i risultati in termini di occupazione, per coorti simili, per esempio in termini di genere e grado d’istruzione. Solo così è possibile isolare i trend più interessanti nel mercato del lavoro. Il primo grafico mostra un esercizio statistico basato sui dati Eurostat. I due grafici mostrano, per uomini e donne rispettivamente, i tassi di occupazione di coorti di 5 anni di età, a partire da quella nata nel 1956-1960, fino alle leve nate nel 1976-1980. I dati sono, in pratica, la diagonale di una matrice che compara i tassi di occupazione delle coorti nel tempo, in questo caso dal 1995 al 2015. Si può facilmente notare come il tasso di occupazione delle generazioni maschili relativamente “più giovani” sia incredibilmente inferiore al tasso delle generazioni più vecchie, allo stesso tempo del ciclo di vita. Lo stesso non può dirsi per le giovani generazioni di donne, che invece mostrano tassi di occupazione crescenti.

Si può facilmente notare come il tasso di occupazione delle generazioni maschili relativamente “più giovani” sia incredibilmente inferiore al tasso delle generazioni più vecchie. Lo stesso non può dirsi per le giovani generazioni di donne

L’aumento di cinque punti percentuali nel tasso globale di occupazione dal 1995 è perciò imputabile alla migliore performance delle donne, e al cambiamento della composizione della popolazione per età, dovuta al cambiamento della struttura demografica, e al livello di competenze. Nel 1995, infatti, la quota di popolazione di età compresa fra i 15 e i 34 anni, solitamente con tassi di occupazione più bassi della popolazione adulta, era del 54% per gli uomini e del 53% per le donne. Nel 2015 essa è scesa al 45% e al 43%, rispettivamente per uomini e donne. Il semplice effetto demografico spiega perciò una parte dell’aumento del tasso, dal 1995 a oggi. Inoltre, la quota di popolazione, di età compresa fra i 15 e 64 anni, con una laurea, che solitamente ha tassi di occupazione più elevati, era pari nel “lontano 1995” al 6% del totale per gli uomini e al 5% per le donne. Nel 2015 la quota è salita al 13% e al 17%, rispettivamente: la popolazione femminile è ora più istruita di quella maschile, con ovvie ricadute sul tasso di occupazione globale e per i due gruppi. Anche l’istruzione, quindi gioca un ruolo positivo nella dinamica del tasso di occupazione totale della popolazione.

L’interesse di questo tipo di esercizio sta nel permettere di comparare generazioni relativamente omogenee, in termini di condizioni e caratteristiche, nel tempo. Il fatto che le giovani generazioni di maschi italiani si trovino in condizioni peggiori di quelle più vecchie, nello stesso momento delle loro vite, è chiaramente legato alla lunga crisi, come si può concludere osservando il grafico 2, che mostra gli stessi dati, calcolati per i cugini francesi, meno colpiti in termini di prodotto e occupazione persa durante la lunga crisi.

Come si nota le curve per gli uomini francesi sono più ravvicinate, mentre le donne mostrano un profilo simile a quello italiano, sebbene più appiattito, ma a livelli comunque di ben superiori a quelli medi italiani. Le informazioni sui cambiamenti per generazione, per due paesi, sono sintetizzate nel terzo grafico. Le generazioni italiane di uomini, nate tra il 1971 e il 1980 hanno 10 punti percentuali in meno di probabilità di essere occupati, rispetto a quelle nate nel 1956-1960, allo stesso punto della loro vita, mentre per la Francia tale differenza è di soli 2 punti percentuali. Le generazioni di donne, invece, sia italiane sia francesi, hanno tassi di occupazione quasi 8 punti percentuali più alti di quelli della generazione nata nel 1956-1960, a parità di età nel ciclo di vita.

Le generazioni italiane di uomini, nate tra il 1971 e il 1980 hanno 10 punti percentuali in meno di probabilità di essere occupati, rispetto a quelle nate nel 1956-1960. Per la Francia tale differenza è di soli 2 punti percentuali

Se si volesse poi scavare più in profondità, sarebbe necessario analizzare le dinamiche all’interno di ogni sottogruppo di competenze, stilizzato a grandi linee, sebbene in modo impreciso, dal titolo di studio posseduto. I grafici 4 e 5 mostrano gli stessi grafici per coorte, per gli uomini e le donne italiane, suddivisi in tre sottogruppi principali: coloro che hanno un titolo di studio inferiore a quello superiore, coloro che hanno un titolo di scuola media superiore, e i laureati. È facile notare come le generazioni di uomini relativamente più giovani, che possiedono solo un titolo di studio inferiore a quello di scuola superiore, siano quelle che più hanno sofferto di una diminuzione nelle chance di essere occupati.


L’aumento dell’occupabilità, per le donne, pare essere circoscritta ai gruppi meno qualificati

Inoltre, l’aumento dell’occupabilità, per le donne, pare essere circoscritta ai gruppi meno qualificati. I tassi di occupazione per le coorti di donne laureate più di recente sono più bassi di quelli delle donne laureate nate nel 1956-1960. L’aumento del tasso globale femminile, come mostrato nel grafico 1, è perciò determinato dall’aumento della quota di laureate nella popolazione femminile, come sopra ricordato. Le laureate, infatti, hanno tassi occupazione 30-40 punti più elevati delle donne con titoli di studio inferiori a quello delle scuole superiori, e di 10 punti rispetto alle diplomate. Un aumento nella quota di donne laureate nella popolazione, porta con sé un effetto positivo sul tasso di occupazione totale per le donne, mentre le chance di occupazione all’interno di ogni gruppo simile, in quanto a istruzione, sono diminuite, anche per le giovani laureate. È il classico effetto di composizione, slegato in gran parte da dinamiche macro aggregate di breve periodo, che invece, soprattutto a causa della recessione, hanno giocato un ruolo opposto. La recessione ha, infatti, diminuito le probabilità di occupazione per tutte le generazioni, sebbene in modo quantitativamente diverso.

Il grafico 6 riassume i cambiamenti, per ogni generazione di uomini e donne con un determinato titolo di studio, rispetto a quelle nate nel 1956-1960. La minore occupabilità è generalizzata, ma colpisce soprattutto gli uomini meno qualificati, con differenze nei tassi di occupazione superiori ai 15 punti percentuali. Preoccupanti i cali per i diplomati e laureati, rispettivamente vicini a 8 e 5 punti percentuali per le generazioni relativamente più giovani. Si può dunque affermare, con un buon grado di certezza, che per le giovani generazioni, soprattutto di sesso maschile, i risultati in termini di reddito, e ricchezza sono probabilmente in linea con i dati mostrati: le generazioni più giovani, a parità di altri fattori, sono meno occupate, con meno reddito, e con meno ricchezza rispetto ai loro padri. Gli studi empirici, nel campo dell’Economia del Lavoro, mostrano che shock economici come quelli subiti dal nostro mercato del lavoro portano con sé alti rischi di carriere sub-ottimali, di depauperamento delle competenze, di solito positivamente correlate al tempo passato sul mercato del lavoro con una buona occupazione e una buona formazione professionale. Assenza di reddito e assenza di capacità di risparmio sono una miscela esplosiva, per le nuove generazioni. Ogni miglioramento futuro nell’indice globale di occupazione, ora fermo attorno al 56%, lontano 10 punti dalla media dei paesi Ocse, deve perciò essere più attentamente analizzato, per evitare di scambiare effetti di coorte, e altri effetti di composizione, per un aumento generalizzato delle prospettive di occupazione.

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