Viva la FifaNikefobia, quando vincere fa paura

Sono tanti gli episodi di atleti che almeno una volta si sono fermati a un passo dalla gloria. Perché non sono riusciti a battere il nemico peggiore: sé stessi

Immagina che una bella penna, diciamo una Emanuela Audisio, scriva di te: “Ha una corsa meravigliosa, da gattone felpato che non fa rumore e che con un balzo arriva dove vuole”. Immagina di lavorare, giorno dopo giorno, per migliorare la tua falcata. Di fare in modo che la tua potenza non rimanga schiacciata verso terra, inchiodandoti come un robusto olmo. Ma che quella forza si sprigioni in avanti, dando la sensazione a chi ti guarda che il terreno nemmeno lo tocchi, come faceva Michael Johnson, uno dei più grandi uomini-jet della storia. Immagina di presentarti alla linea di partenza, pronto, carico, con la potenza che guizza tra la pelle e i muscoli, pronta a esplodere su quella pista. L’ultimo sguardo agli avversari, poi il suono dello starter che rimbomba in un attimo. L’energia che hai trattenuto esplode, stai volando. Accanto a te non vedi nessuno, il traguardo si avvicina, in pochi secondi taglierai il traguardo e sarai campione. Corri, corri, ma non arrivi. Il fiato si fa grosso, tutto d’un colpo le gambe sono pesanti come se riempite di cemento. Qualcuno sta arrivando prima di te. Sei secondo. Ti succede una, due, tre volte. E chi ti ha battuto sarà secondo a sua volta, in un agghiacciante effetto domino che ti vede sconfitto sempre, anche sei potresti battere tutti.

Hai vinto la tua prima medaglia olimpionica a 16 anni e pochi giorni. Prima di te, nessun’altra italiana aveva vinto nel nuoto per almeno 30 anni e i giornali dovevano ancora ricorrere a Novella Calligaris, visto che dopo di lei il nulla. Poi sei arrivata tu. E hai vinto ad Atene, dove quei Giochi li hanno inventati. Una medaglia d’argento, a un’età nella quale di solito si va a scuola in motorino, altro che piscina-palestra-dieta. Poi arriva il momento che ti senti affogare. E stai affogando, perché scopri un’allergia ad una muffa presente nell’acqua della piscina. I giornali parlano di ansia e stress, ma non è vero. Quella arriva dopo. Una gara, due, tre abbandonate perché quella piscina ti sembra profondissima, quell’acqua inghiottirti. La gola ti si chiude, non respiri più e scappare è l’unica. Sei forte, la più forte, puoi batterli con tre bracciate delle tute, ma meglio lasciar perdere.

Per tutta la tua vita, non hai fatto altro che sparare. In maniera del tutto legale, si intende. Braccio teso, messa a fuoco dell’obiettivo. Forza, concentrazione. Un colpo, ore di preparazione. Non si uccide nessuno, si vincono medaglie. Ai Giochi di Atlanta ’96 sei a un passo dalla gloria. Braccio teso, obiettivo fissato, lo hai fatto migliaia di volte. Un colpo solo e ti prendi l’oro. Il tuo avversario è un italiano. Pfui! Gli italiani nella pistola ai Giochi non hanno mai vinto l’oro. Punti l’arma, mentre l’allenatore del tuo avversario gli si avvicina per dargli una pacca sulla spalla: “Argento, bravo”. Stendi il braccio, ma non riesci a mettere a fuoco l’obiettivo. Non vedi più nulla, ma devi sparare. E allora spara, spara, spara dritto lì. Premi il grilletto e per te è una liberazione: ora puoi ripiegarti su te stesso, a terra, sfinito dal caldo e dalla tensione. L’allenatore del tuo avversario si è sbagliato: l’italiano è oro, sei tu l’argento. Per un decimo.

Yifu Wang sviene dopo aver sbagliato l’ultimo tiro ad Atlanta ’96: l’oro va all’italiano Roberto Di Donna ( MICHEL GANGNE/AFP)

Ti hanno detto fin da subito che sei uno dei migliori calciatori della tua generazione. Un olandese, poi, che sa dribblare e giocare palla a terra: il massimo. Altro che i brasiliani: i campioni li sappiamo fare anche qui, dove una volta la terra era sotto il mare e ora la calchiamo con biciclette ed emuli di Van Basten. Di viso dimostri più dei tuoi anni, poi prendi palla e non ti vede più nessuno. Chelsea, Real Madrid, Bayern Monaco: tutta l’Europa del calcio che conta si rifà gli occhi. Il tuo è un danzare sul pallone. Lui va da una parte, l’avversario dall’altra. Sempre la stessa mossa, ma ci cascano tutti. Anche tu però, cominci a cascarci. Ogni volta che stai per vincere qualcosa, le tue gambe che mulini così veloci di fronte al difensore di turno improvvisamente si irrigidiscono, come incastonate nel silicone. Ti succede in una finale del Mondiale, poi due rigori sbagliati in altrettante finali tra Coppa di Germania e Champions League. E un attimo diventi l’eterno secondo.

Basta poco. Un avversario che ti supera sempre, il tuo elemento naturale che sembra rigettarti, un ultimo tiro che non sai gestire o un pallone che non sai come mettere in fondo alla rete. Arrivare ad un passo dalla gloria e non farcela. Tyson Gay, Federica Pellegrini, Yifu Wang, Arjen Robben. Ovvero, quando ti prende la nikefobia. Che non è la paura di indossare una certa marca d’abbigliamento (facciamo subito la battutaccia così ce la leviamo di torno), ma è la paura di vincere. La fobia della nike, dal greco che vuol dire proprio vittoria. Succede quando sai di avere le caratteristiche giuste per farcela, ma non ce la fai. Un blocco mentale, prima che fisico. Negli anni, sono stati tanti gli atleti che ne hanno sofferto e tanti quelli che hanno deciso di affidarsi a mental coach e psicologi dello sport per ovviare al problema. C’è stato anche chi si è rivolto a specialisti anche se non hai mai sofferto di tale fobia, per gestire in tempo certi meccanismi mentali.

Basta poco. Un avversario che ti supera sempre, il tuo elemento naturale che sembra rigettarti, un ultimo tiro che non sai gestire o un pallone che non sai come mettere in fondo alla rete.

Perché la questione, va da sé, è molto complessa e riguarda differenti stadi e situazioni. C’è la sindrome pre-agonistica, così come quella cosiddetta del campione, a seconda che questa si manifesti in maniera acuta o cronica. Non solo: nella nikefobia rientrano due grandi casi. Possono convivere sotto la stessa etichetta sia la depressione da successo che la l’inibizione al successo. Il primo è uno stato depressivo legato a un senso di insicurezza di cui è preda lo sportivo che teme, anche se inconsciamente, la responsabilità che il successo comporta. Possiamo considerare questa forma quella più comune, la prima che ci viene in mente se pensiamo a cosa sia “la paura di vincere”. Ma c’è anche l’inibizione al successo: è il senso di colpa latente che, per dirla in senso medico, esige un processo di autopunizione riparatrice. Riformulato in parole povere: vinci, ma non credi di meritarlo, così successivamente perdi per compensare le cose.

Quello che accomuna tutti i casi è come lavora la nostra testa. Che può influire sul corpo non solo bloccandolo, ma anche danneggiandolo: è il caso degli atleti che si infortunano prima di una gara importante. E come recuperare dall’infortunio è poi una lotta contro il tempo per rientrare in gara, così il percorso per affrontare la nikefobia può non coincidere con i tempi dello sport di oggi, sempre più brevi: le carriere dei campioni dello sport sono sempre più usuranti, intense e senza un attimo di respiro e la sensazione è che chi si ferma è perduto. La differenza può farla allora la mente: Iosefa Idem ha vinto un bronzo ai Mondiali di canoa alla bellezza di 44 anni.

Molti sono i metodi per affrontare la nikefobia: uno di questi è applicare il concetto di resilienza, ovvero “la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino. Il verbo “persistere” indica l’idea di una motivazione che rimane salda”, come spiega lo psicologo dello sport Pietro Trabucchi, che tra gli altri ha seguito Giorgio Di Centa, oro ai Giochi invernali di Torino 2006. Su un metodo però sembra esserci accordo: l’insegnare a perdere, fin da bambini. In tanti lo sottolineano, anche gli sportivi stessi. C’è una frase di Michael Jordan nella quale ricorda tutti gli insuccessi che lo hanno portato a vincere. Ricordatevelo, la prossima volta che accompagnate vostro figlio alla partita.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta