Italia con la pistolaPaura del terrorismo: la chiamata alle armi

“Se al Bataclan qualcuno avesse avuto una pistola, sarebbe andata diversamente”, dicono gli animatori dei gruppi che su Facebook chiedono il porto d’armi per tutti. Mentre Salvo Stefio, uno dei rapiti insieme a Quattrocchi, propone un corpo nazionale di volontari

«Se il 13 novembre al Bataclan di Parigi qualcuno dei presenti avesse avuto una pistola, forse le cose sarebbero andate diversamente». A parlare è Concezio Alicandri Ciufelli, 42enne abruzzese collezionista d’armi e animatore della pagina Facebook “Difesa dei legali possessori di armi”, che in meno di un anno ha raccolto 11mila adesioni. Nell’ultimo rapporto dell’Europol, si parla di 5mila foreign fighter pronti a colpire l’Europa. E lo stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi ha parlato di una «percezione di insicurezza da parte dei cittadini». «Le forze dell’ordine sono sempre di meno e male armate», dice Ciufelli. «La migliore soluzione per i problemi di sicurezza legati al terrorismo e alla delinquenza è rilasciare ai cittadini e ai legali possessori di armi il porto per la difesa personale».

In base alla banca dati della polizia di Stato, le armi registrate in Italia nel 2014 erano 1 milione e 100mila. Ma secondo Gunpolicy.org, le pistole e i fucili in mano agli italiani (legalmente e illegalmente) arrivano a 7 milioni. La maggior parte sono utilizzate per sport o per caccia. Che significa che l’arma può essere trasportata solo da casa al poligono o al luogo di caccia. I detentori del porto d’armi per difesa personale, che cioè possono circolare liberamente con una pistola, sono circa 23mila. Si tratta per lo più di magistrati, prefetti, politici. Per ottenere il permesso bisogna fornire “una ragione valida e motivata”, spiega la Polizia di Stato.

Con la legge antiterrorismo dell’aprile 2015, le maglie del rilascio di armi sono state ristrette ancora di più. «Con la scusa di proteggere gli italiani dal terrorismo internazionale», dice Ciufelli, «sono state introdotte regole inutili per la detenzione legale di armi da parte dei privati cittadini. Perché il cittadino non è libero di difendersi come vuole?», si chiede Ciufelli. «Sarebbe anche un deterrente contro i potenziali aggressori. Invece ci stiamo muovendo verso un progressivo disarmo: la sola cosa che ci dicono è che se capiti in mezzo a un attentato la prima cosa da fare è scappare». Quando lo scorso novembre, due donne della provincia di Ferrara vennero picchiate dai ladri in casa, uno dei membri del gruppo “Difesa dei legali possessori di armi” andò a portare una orchidea sulla tomba della signora che non sopravvisse all’aggressione.

«Le forze dell’ordine sono sempre di meno e male armate. La migliore soluzione per i problemi di sicurezza legati al terrorismo e alla delinquenza è rilasciare ai cittadini e ai legali possessori di armi il porto per la difesa personale»

Su Internet si trova anche una petizione pubblica per “il porto d’armi libero ma responsabile”. Ed esiste una associazione, la Auda (Associazione utilizzatori delle armi), che porta avanti quello che chiamano “il diritto all’autodifesa”. «In Italia», si legge sul sito, «con le armi consentite alla detenzione e al porto, anche il personaggio protagonista di un telefilm d’azione avrebbe problemi di sopravvivenza e la serie al massimo durerebbe tre puntate».

Su Facebook i gruppi che chiedono maggiori permessei per il del porto d’armi destinato alla difesa personale sono numerosi. Le critiche sono rivolte anche alle aziende italiane produttrici di armi, dalla Beretta alla Pedersoli, per «l’incapacità di fare lobby contro le leggi restrittive». All’americana, insomma.

«Dodici anni fa mi trovai a dover sparare a una distanza di cinque metri», racconta Giuseppe Lentini, operatore siciliano del 118 e amministratore del gruppo “Porto d’armi per difesa personale a tutti i cittadini”. «Stavo andando al poligono e passando con la macchina vidi che alcuni ragazzi avevano rubato la pistola a un carabiniere e lo avevano circondato. Così colpii uno di questi ragazzi a una gamba». Da allora gli è stato tolto il porto d’armi per uso sportivo. «Perché non si deve dare ai cittadini onesti la possibilità di potersi difendere?», si chiede. «Non è una licenza di uccidere. Bisogna selezionare le persone e capire che armi dare. Soprattutto in questo periodo di grandi pericoli si potrebbero creare delle forme di collaborazione con le questure».

«Perché non si deve dare ai cittadini onesti la possibilità di potersi difendere?. Non è una licenza di uccidere. Bisogna selezionare le persone e capire che armi dare. Soprattutto in questo periodo di grandi pericoli si potrebbero creare delle forme di collaborazione con le questure»

La proposta di fornire un aiuto alle forze dell’ordine contro il terrorismo è arrivata da Salvo Stefio, la guardia di sicurezza privata rapita in Iraq nel 2004 insieme a Fabrizio Quattrocchi. Stefio, che oggi addestra chi fa sicurezza in zone di pericolo, ha creato l’associazione “Corpo volontario di difesa territoriale”, lanciando anche una petizione online. «L’idea è quella di creare gruppi di cittadini volontari, con tanto di divise riconoscibili, in supporto delle forze dell’ordine», dice Stefio. «Davanti alla possibilità di attacchi terroristici, i cittadini potrebbero fornire un monitoraggio visivo capillare dei punti sensibili delle città». Non si tratterebbe, al momento, di persone armate. «Dovrebbe esserci una legge apposita per dare delle armi», dice Stefio. «Si tratterebbe solo di osservatori con occhi esperti e ben addestrati a saper cogliere alcuni segnali, perché chi agisce per attuare operazioni terroristiche prende un buon numero di contromisure». La formazione dei volontari, ribadisce , «è alla base del nuovo corpo. L’idea è di creare aree di sicurezza, non di insicurezza. Un occhio esperto, ad esempio, si sarebbe accorto subito che il fucile che trasportava quel signore alla stazione Termini di Roma era in realtà un fucile giocattolo, e invece si è creato il panico».

L’idea sembra piacere. Tant’è che già in 200 città italiane sono nate delle succursali dell’associazione pronte a fare richiesta ai comuni per potersi “arruolare”. «Non faccio allarmismo», dice Stefio, «ma cerco di allarmare in modo costruttivo». E «chissà, in futuro questi corpi di volontari potrebbero diventare una vera e propria guardia nazionale, come accade in altri Paesi, da richiamare in servizio in situazioni di emergenza per la difesa del territorio».

«L’idea è quella di creare gruppi di cittadini volontari, con tanto di divise riconoscibili, in supporto delle forze dell’ordine. Davanti alla possibilità di attacchi terroristici, i cittadini potrebbero fornire un monitoraggio visivo capillare dei punti sensibili delle città»

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