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«Siamo molto brave, anche se all’inizio nessuno credeva in noi»: ecco come il sogno di giocare a calcio di poche decine di donne diventa il simbolo del riscatto femminile in una nazione martoriata dalla guerra civile

Corre, corre molto veloce e non per scappare. Lei corre per inseguire il pallone e tirare un destro in rete. Frozan ama il calcio da quando era piccola, ma all’epoca nessuno le dava retta e quando provava a palleggiare, la sgridavano e la mettevano in castigo. Eppure, oggi che ha ventitré anni, gioca nella squadra di calcio di Kabul e nella nazionale dell’Afghanistan. In un Paese dove i talebani stanno riprendendo il potere e dove, nell’immaginario comune, le donne sono sottomesse e senza diritti, in realtà sono tante le giocatrici di pallone.

Stesso allenamento degli uomini, stessa passione, conoscenza degli schemi, vita da spogliatoio, l’unica cosa che cambia è la divisa. Sotto il completo di maglietta e pantaloncini, infatti, le ragazze hanno una maglia a maniche lunghe, calze e hijab, il velo nero che copre i capelli. E che nessuno pensi che siano impacciate per questo. Per rompere i pregiudizi e conquistare i fan hanno dovuto dare sempre il massimo, non mollare mai, segnare e vincere, per non essere inferiori alle squadre maschili.

«Per noi il calcio è un simbolo di libertà, ma giochiamo con una passione vera, non solo per dimostrare una tesi», racconta Frozan. «Ci alleniamo due volte a settimana, anche se spesso molte ragazze non vengono, perché fanno fatica a convincere le famiglie. Con me alla fine si sono arresi», ammette sorridendo. «Mi hanno lasciata giocare quando mi hanno visto segnare i primi gol e allora hanno capito che avevo davvero talento. Ma per altre è più difficile». Nonostante in gran parte dell’Afghanistan ci siano molte squadre ed esista una federazione, il retaggio culturale non ha ancora sdoganato alcune libertà.

«Cerchiamo di incoraggiare le ragazze a giocare a calcio, pur rispettando le famiglie», ha detto Hajra Abul Fazal, Capo del Comitato delle donne in Federcalcio dell’Afghanistan, creato nel 2003 per aiutare due squadre a vincere le difficoltà che incontravano quotidianamente. Prima di allora, infatti, le atlete erano minacciate e gli spazi per gli allenamenti venivano negati, ma con il lavoro dell’organizzazione le cose sono iniziate a cambiare. Con un lento, ma progressivo incoraggiamento, infatti, sempre più donne hanno deciso di sfidare i pregiudizi e sono scese in campo, tant’è che oggi le attività del comitato si sono allargate anche alle provincie di Balkh, Herat e Sar-e-Pol. Le stesse famiglie, pian piano si sono lasciate coinvolgere dalla passione per il calcio e se all’inizio alle partite non veniva nessuno, oggi ai bordi del campo ci sono decine e decine di tifosi: famiglie al completo, amiche e anche amici, curiosi di assistere a un match insolito.

«Siamo molto brave, anche se all’inizio nessuno credeva davvero che avremmo potuto giocare una partita seria» ha raccontato ancora Frozan, che è un’attaccante e ha segnato molti gol durante la stagione. La squadra di Kabul è uno delle più forti e durante il torneo di calcio femminile, iniziato lo scorso settembre, ha vinto quasi sempre. Una delle prime partite l’ha giocata contro la Bamyan, il team della cittadina afghana, capoluogo dell’omonima provincia, che nella prima gara ha perso di brutto.

«Qualcuna ha mollato, ma la maggior parte ha vinto la paura ed è tornata a infilare i calzoncini. In fondo, non facciamo nulla di male. Non ci si vedono le gambe, che era l’unica cosa di cui mamme e nonne avevano il terrore»

«Abbiamo fatto del nostro meglio» ha detto la diciassettenne Kamala «ma la verità è che ci serve ancora molto allenamento e in città non abbiamo le stesse strutture di Kabul. Abbiamo solo una piccola palestra dove ci sforziamo di fare passaggi e schemi. Ma la prossima volta le batteremo». A vincere spesso, invece, è la Maihan, che negli ultimi anni si è aggiudicata la Donna Premier League e ha sollevato molti trofei. «Per noi giocare equivale a rompere un tabù» dice Sadaf, ala sinistra «e rischiamo tanto. Non solo storte o crampi in campo, ma spesso minacce e violenze fuori. Qualcuna ha mollato, ma la maggior parte ha vinto la paura ed è tornata a infilare i calzoncini. In fondo, non facciamo nulla di male. Non ci si vedono le gambe, che era l’unica cosa di cui mamme e nonne avevano il terrore».

Negli ultimi anni, nonostante la difficile situazione del Paese, in Afghanistan sono sorti davvero dei grandi talenti e lo hanno scoperto anche i militari del contingente italiano ad Herat, che il 7 dicembre ha organizzato una partita di calcio. A sfidarsi sono state la squadra dalle soldatesse italiane e quella delle ragazze del Bastan football club, che hanno giocato al Camp Arena nell’ambito del progetto “A match for Women Rights – Afghanistan and Italy, together we win”, organizzato dalla cooperazione civile e militare (CIMIC). «Una partita di calcio femminile è già un bel gol per le donne afgane» ha commentato il 1° Caporal Maggiore Elisabetta Martina, capitano della squadra italiana. «Lo sport ha sempre unito le persone, ma così si è pienamente manifestata la sua funzione di acceleratore sociale per una causa nobile, che combatte una piaga ancora troppo spesso presente» ha detto riferendosi alla difficile condizioni in cui ancora molte donne sono costrette a vivere.

L’adrenalina pompa nelle vene, il batticuore si fa sentire nei polsi, i calzettoni sono su, i capelli ben fermi. È tutto pronto e Frozan scende in campo, ancora una volta.

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