Buoni maestriCamurri, la letteratura non è a scuola, è in tv

“I grandi della letteratura italiana” su Rai5 ci fa pensare a tutto quello che la scuola dovrebbe essere e, invece, non riesce a diventare

“Con quali traditori pretesti vi permettete di scemare il loro piacere e la loro età più bella della vita e di compromettere per sempre la freschezza e la sanità della loro intelligenza?”. Così scriveva Giovanni Papini, tipetto battagliero e ultimativo, sempre dalla parte della giovinezza e del furore. Era il 1914 (il testo si chiama Chiudiamo le scuole e si legge gratis su internet in pochi minuti). Un secolo dopo è difficile essere in disaccordo con lui, forse persino per quelli che sono scesi in piazza al grido di #vogliamolabuonascuola.

Di certo, guardare I grandi della letteratura italiana, in onda il lunedì sera alle 21.15 su Rai5, ci fa pensare a tutto quello che la scuola dovrebbe essere e, invece, non riesce a diventare. Venti puntate per venti autori: la passeggiata di Edoardo Camurri, voce e corpo narrante del programma, va da Dante a Pasolini, passando per Ariosto, Manzoni, Svevo, una puntata per ciascuno di tutti i maestri, quelli che sui manuali scolastici abbiamo studiato e, spesso, imparato a fraintendere e detestare. Del programma, che si avvale del coordinamento editoriale di Angela Taraborrelli e della supervisione scientifica di Carlo Ossola, Gabriele Pedullà e Luca Serianni, Camurri è anche autore, insieme a Errico Buonanno, Michele De Mieri e Tommaso Giartosio, tutti dotati di finezza intellettuale e intelligenza degli elettricisti abbastanza da capire che proporre venti lezioni pseudo scolastiche, con i critici seduti alla scrivania, davanti a una libreria o dietro a un camino, non avrebbe avuto alcun senso.

Venti puntate per venti autori: la passeggiata di Edoardo Camurri, voce e corpo narrante del programma, va da Dante a Pasolini, passando per Ariosto, Manzoni, Svevo, una puntata per ciascuno di tutti i maestri, quelli che sui manuali scolastici abbiamo studiato e, spesso, imparato a fraintendere e detestare

Il format, infatti, pur mantenendo fermo un obiettivo squisitamente didattico, riesce più che felicemente a illuminare tutti gli autori che racconta con una luce vitale, appassionante e nuova, con l’aiuto di critici (Lina Bolzoni, Amedeo Quondam, Giulio Ferroni, Alfonso Berardinelli) e scrittori (Nicola Lagioia, Maurizio De Giovanni, Mauro Covacich), che solo un pregiudizio malsano ci ha abituati ad ascoltare come portatori insani di noia, auto-indulgenza e vari gradi di incomprensibilità, ma che con Camurri diventano amici che ci offrono un passaggio guidando su una strada sterrata, che mai avevamo pensato di percorrere.

«Sono convinto che la divulgazione culturale non debba essere fatta solo nel modo tradizionale, con un narratore che si presume onnisciente e ti racconta delle cose: la cultura avviene soprattutto nelle conversazioni tra persone, fuori dalle scene. Riportarla a giuste dosi dentro le scene (…) è il modo più efficace per fare sì che chi è in ascolto, molto prima di immagazzinare nozioni (…) abbia più chance di ascoltare anche solo una parola che non gli risulti immediatamente familiare ma che proprio per questo lo incuriosisca, accendendolo, smuovendolo. Questo, in fondo, è il solo obiettivo da porsi: luce e movimento», racconta Camurri a Linkiesta.

È a quella scintilla, dopotutto, che recriminiamo all’istruzione scolastica di non essere capace di indirizzare i propri sforzi, molto prima dell’“intristire gli animi anziché sollevarli” (ancora Papini, arrabbiatissimo). Camurri, però, non sta con il dinamitardo, non per pacatezza, bensì per lucidità: la scuola, per lui, non può essere troppo più virtuosa della vita («Vivere, in generale, significa essere in pericolo», ricorda Camurri citando Nietzsche), che è fatta di incontri mediocri e folgoranti, di fortuna e del suo opposto, di inaspettato e di perpetrazione dell’uguale. Allo stesso modo, s’incontrano professori socratici o dormienti, funamboli o sonnambuli, innamorati del proprio lavoro o del cartellino: fintanto che la scuola ci getta nel caos di possibilità tanto diverse, non fa che il suo lavoro. Giusto così: la scuola è bellissima e bruttissima per le stesse ragioni, perché è scolastica, imperfetta, reazionaria, zoppicante, vecchietta. Uguale identica alla vita, che non ci migliora quando fila liscia, ma quando un po’ ci strozza.

«Sono convinto che la divulgazione culturale non debba essere fatta solo nel modo tradizionale, con un narratore che si presume onnisciente e ti racconta delle cose: la cultura avviene soprattutto nelle conversazioni tra persone, fuori dalle scene»


Edoardo Camurri

Strozzare il pubblico, però, non è compito di Camurri, che alla scuola si può affiancare ed è evidente che, se osiamo un paragone, è lui a vincere a mani basse. Tutti avremmo voluto un professore di letteratura italiana come lui. Il suo segreto: «Mi diverto perché faccio una cosa che amo, ma soprattutto perché quando parlo di letteratura, ne va della mia vita. Al liceo fui fortunato: incontrai un professore che ci fece leggere I promessi sposi spiegandoci che era un romanzo (…) sul Male. Ci fece leggere, parallelamente, Il concetto di Dio dopo Auschwitz di Jonas: solo un pessimo adolescente resta indifferente se gli viene chiesto di riflettere su come sia possibile conciliare l’esistenza di Dio con il manifestarsi dell’orrore. Quel professore ci dimostrò, allora, che nello studio de I promessi sposi la nostra vita si apriva all’abisso».

Oltre a ricordarci che i grandi della letteratura sono coloro cui dobbiamo la nostra libertà di pensiero perché, per noi e solo per noi, dice Camurri, «si sono avventurati dove noi non avremmo mai osato, hanno illuminato una radura all’interno della quale possiamo scegliere di restare o tentare di muovere passi per andare ancora più avanti», e che quindi è importante sapere grazie a chi possiamo permetterci di ragionare e discutere, il programma restituisce l’idea della gratuità della cultura perché racconta il regalo che ciascun autore ha fatto alla letteratura, offrendogli la sua vita e il suo lavoro. Se Dante, Verga e persino Pasolini e D’Annunzio, a scuola, ci vengono somministrati a volte fuori dalla loro problematicità, come gattini con il collare, nel programma di Rai5 li vediamo scorrerci davanti come avventurieri per vocazione, coloro che ci soccorrono con le parole perfette per dire ciò che noi non avremmo mai saputo dire e forse nemmeno pensare, filantropi del tutto disinteressati al calcolo.

Se Dante, Verga e persino Pasolini e D’Annunzio, a scuola, ci vengono somministrati a volte fuori dalla loro problematicità, come gattini con il collare, nel programma di Rai5 li vediamo scorrerci davanti come avventurieri per vocazione

A quel calcolo, per Camurri, la scuola ci obbliga con il voto, l’idea che studiando Il fuoco ci venga corrisposto in bonus per la promozione. Per questo Lucio Dalla diceva che il suo titolo di studio era il battesimo, ma proprio per questo andare a scuola è così importante: «I compagni che pensano solo a portare a casa una pagella splendente ci insegnano come non dovremmo mai diventare», dice Camurri. In questo, poiché come diceva Aristotele l’uomo è un animale che tende a imitare e quindi il vero strumento di cambiamento sociale e politico è l’esempio. «È infatti scegliendo un maestro», ricorda Camurri citando il suo amato Giorgio Colli, «che cominciamo a diventare qualcosa». Allora, apriamo le scuole: Papini ci perdonerà, ovunque sia. Per l’ebbrezza, che è necessaria alla consapevolezza di sé (lo sottolineava sempre Colli), c’è sempre Rai5, il lunedì sera, alle 21.15.