«Papa Francesco riapra le porte della Chiesa a noi preti sposati»

Don Giuseppe Serrone si è dimesso dal proprio incarico pastorale, ha ottenuto dal Pontefice una dispensa dagli obblighi del celibato e si è sposato. Oggi chiede che la Chiesa riammetta i sacerdoti sposati, come avviene con gli anglicani convertiti al cattolicesimo. «Saremmo una risorsa»

«Non vogliamo giustificazioni bibliche, né vogliamo stravolgere il diritto canonico. Chiediamo solo che i sacerdoti sposati possano tornare a esercitare il ministero. Credo che potremmo rappresentare una ricchezza per la Chiesa Cattolica». Don Giuseppe Serrone è stato a lungo parroco. Nel 2001 si è dimesso, ha ottenuto una dispensa da Papa Giovanni Paolo II e si è sposato. Oggi è il punto di riferimento dell’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati. Un movimento che offre sostegno ai religiosi che decidono di lasciare diocesi e parrocchie per intraprendere un nuovo percorso di vita. Al centro della questione torna, come ciclicamente avviene, la regola del celibato ecclesiastico.

«Negli anni – racconta Serrone – la nostra associazione è entrata in contatto con centinaia di casi. Ma il fenomeno è ovviamente molto più vasto». In Italia si parla di almeno 8-10mila preti sposati. Sono cifre ipotetiche, «i dati ufficiali sono nascosti». Eppure c’è chi ha stimato che negli ultimi quarant’anni ci siano stati almeno 65mila casi, 11mila dei quali poi rientrati nel ministero. È un tema che riguarda anche le suore? «Non ci sono stime – continua Serrone – Ma evidentemente la questione affettiva riguarda tanto gli uomini che le donne».

«Può accadere che a un certo punto della propria vita sacerdotale una persona decida di dimettersi dal proprio incarico pastorale. Dopo un’istruttoria, viene concessa una dispensa dagli obblighi del celibato. Rimane valida l’ordinazione sacerdotale, ma non si può più esercitare il ministero»

Cosa succede a un sacerdote che vuole sposarsi? «Per il solo attentato al matrimonio scatta automatica la scomunica». Ovviamente c’è anche un percorso diverso, «quello che hanno fatto molti di noi, me compreso» continua il fondatore dei sacerdoti lavoratori sposati. «Può accadere che a un certo punto della propria vita sacerdotale una persona decida di dimettersi dal proprio incarico pastorale. Dopo un’istruttoria, viene concessa una dispensa dagli obblighi del celibato. Rimane valida l’ordinazione sacerdotale, ma non si può più esercitare il ministero». È il caso di don Serrone. «Sono un sacerdote dispensato. Mi sono dimesso, mi sono sposato. E il mio matrimonio è stato riconosciuto religiosamente, attraverso la sanatio in radice. È stato Papa Giovanni Paolo II a concedermi la dispensa dall’obbligo del celibato». Non tutti i sacerdoti chiedono la dispensa. Alcuni, senza sposarsi, possono vivere una doppia vita. Altri decidono di lasciare il ministero. «In quel caso – continua Serrone – ci può essere una sospensione a divinis». Però ci sono alcune eccezioni. «Ad esempio gli ex anglicani che si convertono al cattolicesimo. Grazie a una speciale concessione, sono stati accettati nella Chiesa cattolica romana con mogli e figli. È un fenomeno che nasce negli anni Settanta. Molto diffuso in America, dove la Chiesa anglicana ha avuto delle prese di posizione su gay e donne che non tutti hanno accettato. Alcuni hanno preferito riavvicinarsi a Roma».

«Nel Vangelo non si parla di celibato obbligatorio. Questa è una normativa ecclesiale. Di solito si fa risalire al 1050, anche se viene sancita definitivamente durante il Concilio di Trento. Ma nelle Sacre Scritture non ci sono dati che avallano l’apologia del celibato»

Oggi l’associazione fondata da don Serrone offre supporto e aiuto ai sacerdoti che decidono di sposarsi. Spesso hanno bisogno di una casa, di un lavoro. «All’inizio di questo percorso c’è sempre molta sofferenza». A volte basta un consiglio. «Ci vuole tempo e pazienza per accettare la propria situazione. Non è una scelta facile. Ma alla fine, grazie alla trasparenza e alla sincerità, si riesce a superare questa fase». Il tema dei preti sposati torna spesso al centro del dibattito. Eppure nel Vangelo non si parla di celibato obbligatorio. «Questa è una normativa ecclesiale che non ha basi scritturistiche – continua Serrone – Appartiene a un contesto storico particolare. Di solito si fa risalire al 1050, anche se viene sancita definitivamente durante il Concilio di Trento. Ma ripeto, nelle Sacre Scritture non ci sono dati che avallano l’apologia del celibato. Nella Bibbia si dice persino che Pietro aveva una suocera. È lecito pensare, dunque, che fosse sposato».

Eppure non è questo il punto. «Le nostre vicende non vogliono avere una giustificazione biblica – continua il sacerdote – Pensiamo solo che i preti sposati potrebbero rappresentare una ricchezza per la Chiesa. Non vogliamo certo stravolgere la legge. Si tratta unicamente di riaccoglierci nel servizio, come è stato fatto per gli anglicani che si sono convertiti». Serrone prosegue: «Siamo persone che hanno compiuto un percorso, anche in ambito familiare, che i sacerdoti in servizio non possono avere». Ad essere reintegrati sarebbero pur sempre sacerdoti, seppure dispensati dall’obbligo al celibato. «Siamo già preparati, abbiamo studiato. Abbiamo alle spalle un’esperienza pastorale». Chissà, forse potrebbe anche essere una risposta alla crisi delle vocazioni? «Perché no… Ho conosciuto molti giovani che vorrebbero entrare in seminario ma non vogliono rinunciare al matrimonio». Eppure della questione se ne parla da tempo. Perché adesso dovrebbe cambiare qualcosa? Il pontificato di Papa Francesco offre forse maggiori speranze ai preti sposati? «Questa potrebbe essere una fase favorevole. Quando, circa un anno fa, Papa Francesco ha ricevuto i sacerdoti romani, è stato lui a dire che questo argomento era nella sua agenda».

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