Pizza ConnectionTotò Riina, dagli omicidi di Corleone ai messaggi in tv

Finì in carcere la prima volta a 19 anni nel 1949. Uscì e iniziò la scalata al potere criminale di cosa nostra. Al vertice è colui che lancia l'attacco allo Stato. Arrestato nel 1993 ai processi si presenta da grande comunicatore

Una sera di primavera come tante altre in Sicilia. A Corleone c’è da stare ancora più tranquilli però: «u Patri Nostru» al secolo Michele Navarra, medico e ras dei voti della DC corleonese, è tornato dal confino a Gioiosa Jonica. Ce lo aveva mandato il tribunale di Palermo per cinque anni in virtù di una generica «pericolosità sociale» a causa della sua vicinanza a personaggi come i Cannella e Genco Russo. Lui però tornò: come scrive Alfio Caruso, “a Navarra preme dimostrare di essere una sorta di santo e che Corleone è il posto più tranquillo del pianeta”.

19 maggio 1949, la seconda guerra mondiale si è appena conclusa e un giovane Salvatore Riina, appena 19enne, detto «Totò u curtu» esce per la consueta partita di bocce al campo di via Giovanbattista Scarlata. Scoppia una lite e partono le revolverate. Riina, appena diciannovenne, ammazza una persona e ne ferisce un’altra. È lo stesso Navarra che lo obbliga a costituirsi: Riina entra per la prima volta all’interno degli archivi di un tribunale della neonata Repubblica. La Corte d’Assise di Palermo lo condanna a sedici anni e cinque mesi. La prima puntata della carriera criminale di Riina contrapposta a quella dello Stato italiano è andata in scena.

Riina può essere visto a buona ragione come l’uomo che prima con i suoi corleonesi, poi con le stragi ha destabilizzato poteri mafiosi e poteri dello Stato più di chiunque altro.

Cinque anni dopo «u curtu» è già fuori grazie a sconti e condoni e cresce nella nuova classe dirigente di cosa nostra, nonostante il suo livello di istruzione si fermi alla terza elementare, conseguita in carcere a 22 anni. Riina è alla corte di Luciano Liggio, la stessa scuola dove stanno crescendo lo zio di Totò, Giacomo Riina, Calogero Bagarella, futuro cognato di Riina, e quel Bernardo Provenzano che farà la storia di cosa nostra, dopo l’arresto del “capo dei capi”.

La stessa scuola che farà fuori Navarra e prenderà il potere in cosa nostra. Riina assiste e favorisce la latitanza di Liggio e il 15 dicembre 1963 viene arrestato di nuovo. Nei giorni passati all’ottava sezione del carcere dell’Ucciardone farà la conoscenza di Gaspare Mutolo, con cui consumerà un confronto show nel processo dopo l’arresto del 1993.

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In quelle celle si costruiscono amicizie e alleanze che segneranno i trent’anni successivi della storia mafiosa siciliana e dell’Italia. E Totò Riina, già in quei momenti mostra il carisma di quello che la sa lunga e che si è mosso per tempo all’interno di certi ambienti. Lui e Liggio lavorano per Vito Ciancimino, sindaco mafioso della Dc. Nel 1971 uccide il procuratore Pietro Scaglione e nel 1974 dopo l’arresto di Leggio diventa il reggente dei corleonesi.

Riina sa anche come accaparrarsi il consenso delle altre “famiglie”: l’8 giugno del 1978 i suoi uomini rapiscono Pino Vassallo, figlio del costruttore Francesco. Dal riscatto arrivano 400 milioni di lire che Totò distribuirà alle “famiglie” più bisognose.

Nel 1981 Riina inaugura la mattanza ricordata come la “seconda guerra di mafia”. Tolti di torno pezzi da 90 come Bontate, Inzerillo e Badalamenti è tempo di insediare una nuova commissione, con a capo Totò Riina. Correva l’anno 1982, e più di duecento persone lasciarono la vita uccisi per le strade di Palermo. D’altronde, oltre al soprannome di «u curtu» Riina si porta dietro anche l’appellativo di “belva senza cuore”.

Sui traffici ormai globali di cosa nostra indagano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che istruiscono il maxi-processo e lo portano fino in fondo. Il pool antimafia colpisce una mafia viva e le indagini arrivano al cuore economico dell’organizzazione. Troppo per Riina: il maxi-processo si è chiuso con le condanne e le indagini in corso, tra cui il filone Mafia & Appalti rischiano di far saltare il banco e la tassa mafiosa sulle opere in Sicilia. «U curtu» allora fa sapere che è ora di attaccare, e nel 1992 arriva l’attacco diretto al cuore dello Stato: le stragi di Capaci e via D’Amelio prima e l’anno successivo gli attentati di Roma, Firenze e Milano.

Riina può essere visto a buona ragione come l’uomo che prima con i suoi corleonesi, poi con le stragi ha destabilizzato poteri mafiosi e poteri dello Stato più di chiunque altro.

Totò porta fuori cosa nostra da una dimensione di conoscenza da parte dell’opinione pubblica quasi esclusivamente relegata alla sola Sicilia. Con le stragi del 1992 e del 1993 mostra al mondo la potenza militare dell’organizzazione mafiosa, colpendo il cuore dello Stato non solo sull’Isola ma anche in continente. Cosa nostra non ha più solo un atteggiamento parassitario nei confronti dello Stato, ma cerca di mettersi alla pari per vendicare le condanne del maxi processo, l’inchiesta di Falcone sugli appalti e chiedere in cambio provvedimenti favorevoli.

«Buscetta parla di me dicendo che sono un personaggio da fantascienza, ma lui doveva fare il Giulio Verne».


Totò Riina – Durante un interrogatorio nel dicembre 1993

Uno scenario inedito che di fatto porta cosa nostra a un progressivo dissolvimento di quella organizzazione piramidale e fortemente strutturata che era stata fino ad allora. Allo stesso modo quello delle stragi è il periodo di sovraesposizione mediatica massimo per l’organizzazione criminale siciliana, e non a caso sia il maxi-processo iniziato esattamente trent’anni fa, sia le udienze in cui partecipò Totò Riina dopo il suo arresto, furono i primi episodi veramente mediatici per la mafia.

Un’occasione che Totò “u curtu” raccolse alla grande continuando la sua strategia di attacco. La carriera mediatica di Riina comincia qui: ha accompagnato la mafia siciliana da ruoli di primo piano dagli anni ’70, facendogli cambiare pelle. «Per fare la pace, occorre fare la guerra», riferiscono delle sue parole alcuni collaboratori di giustizia. È rimasto un fantasma per anni, precisamente 23, fino al 15 gennaio del 1993, quando il Crimor del Capitano Sergio De Caprio, al secolo Ultimo, lo arresta durante un blitz.

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Ai processi che lo hanno visto coinvolto dopo l’arresto Riina manda messaggi, ai pentiti prima, alla politica e alla magistratura poi. Sicuro di sé e spavaldo nonostante l’italiano incerto. Oltre al confronto con Mutolo nella storia è entrata la descrizione che il boss fece di Tommaso Buscetta: «Quello sa dire solo bugiarderie» e ancora, «Presidente, com’è possibile credere a uno che ha avuto tre mogli…». Oppure: «Buscetta parla di me dicendo che sono un personaggio da fantascienza, ma lui doveva fare il Giulio Verne».

In mezzo i silenzi, e la negazione totale dell’esistenza di cosa nostra, salvo poi chiedere ai collaboratori di giustizia di «sciacquarsi la bocca con l’aceto prima di parlare dei corleonesi».

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Nel corso degli interrogatori si paragona alla «bonanima» Enzo Tortora e spiega così le accuse dei collaboratori di giustizia nei suoi confronti: «Sono fruttuante, uno che frutta. Loro parlano e gli danno ville, case e soldi». Ne ha anche per Balduccio di Maggio, colui che creò la leggenda del bacio con Giulio Andreotti: «Di Maggio ha detto che mi sarei incontrato e baciato con Andreotti. Se si dice, Riina si incontrò con Tizio, tutto può essere. Ma quando si parla di Andreotti ci sono le date, le agende. Di un presidente che si sposta si sa dove va e dove non va. Ma Di Maggio non ha detto la data in cui sarebbe avvenuto l’ incontro. Da questo possiamo capire che tipo è questo Di Maggio».

Si professa un «credente» e non manca di sottolineare di essersi affidato a Dio. Così come nella saga del Padrino dice di essersi tenuto lontano dai traffici di droga perché «Se no, mia moglie e i miei figli non vivrebbero con mia suocera in una casa di pochi metri quadrati e poi la droga e’ una cosa che fa tanto male ai bambini». I traffici provati della mafia dei suoi anni diranno però il contrario sui fatti di droga.

«Sono fruttuante, uno che frutta. Loro parlano e gli danno ville, case e soldi»


Totò Riina

Con altrettanta “sapienza” sposta l’attenzione all’esterno della sua persona con veri e propri atti d’accusa, anche nei confronti dei servizi segreti e di altri magistrati. Avverte perfino Berlusconi, che deve fare attenzione ai “giudici comunista” (sic.) Violante e Caselli.

Sulle pagine di Repubblica Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo descrivevano così gli interrogatori in aula di Riina, andati in onda per la trasmissione “Un giorno in pretura”: “Nella registrazione filmata è apparso chiaro a tutti ciò che già era apparso chiaro in aula: più che essere la Corte a condurre l’ interrogatorio, è stato Riina a tenere, senza nessuna interruzione, una sorta di conferenza sulla sua vita approfittando dell’ occasione per tranquillizzare mafiosi e complici, lanciare messaggi, minacciare chi sta piegando Cosa Nostra”.

E ancora: “quelli che dovevano essere interrogatori e si sono trasformati in minacciose esternazioni, preoccupano (e indignano) il Parlamento, il gabinetto del Guardasigilli, il capo della polizia”. Saranno le ultime volte di quegli interrogatori in televisione. Interrogatori dove Riina nega perfino di conoscere Bernardo Provenzano.

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L’ultimo “capolavoro” di comunicazione di Totò Riina è quello delle minacce al pm di Palermo Nino di Matteo dal carcere di Opera. Durante l’ora d’aria parlando con Alberto Lorusso, il «badante», uomo a metà tra la criminalità comune e la sacra corona unita pugliese. Difficilmente «u curtu» poteva non immaginare che qualche “spia” lo stesse riprendendo, e lui, nel suo stile, ha dato il via allo show.

Un Riina ormai al crepuscolo che incalzato da Lorusso dice la sua sulla Trattativa-Stato Mafia, un processo che, al contrario di quanto si possa pensare, a Totò provocherebbe un certo godimento nel vedere alla sbarra anche coloro che hanno messo fine alla sua latitanza.

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