Bruxelles, così le notizie vengono inventate

Lo scopo dei cronisti d’assalto piombati a Bruxelles dopo gli attentati è quello creare immagini facili a uso e consumo del pubblico, per confermare teorie e non per raccontare la verità. Pretendere di raccontare in 24 ore fenomeni complessi come la radicalizzazione di Molenbeek è impossibile

Chi? Cosa? Dove? Come? Quando? E poi soltanto alla fine Perché? Ogni giornalista ha iniziato la sua carriera ricevendo dai colleghi più anziani la consegna a rispettare le cinque- in realtà sei- domande chiave della notizia. Le stesse in vigore da sempre, dalla carta stampata nelle tipografie rumorose di fine ’800 a quelle digitate oggi su smartphone e tablet e pubblicate on-line. Si dice che il giornalismo ha cambiato veste, ma non sostanza.

A Bruxelles, città ferita e vulnerabile, dove in questi giorni le parole hanno un valore più importante del solito, il giornalismo ha un ruolo decisivo e difficile al tempo stesso: raccontare cosa accade e poi ricostruire il filo degli eventi.

Da consueto hub della stampa internazionale, abituata a seguire gli affari istituzionali e dunque poco allenata all’inchiesta e alla cronaca minuto per minuto, la capitale belga si è trasformata in poche ore in teatro di guerra. Da mercoledì mattina agli abituali corrispondenti del politico di ogni testata europea, asiatica, statunitense e australiana sono stati affiancati gli inviati. In alcuni casi le grandi testate americane, ad esempio, hanno scelto di inviare a Bruxelles i loro reporter di punta, quelli di solito sul campo in Medio Oriente. Uno spostamento di una così ingente quantità di personale e risorse deve essere giustificato nella logica di un’azienda mediatica con un alto ritmo produttivo, con la ricerca delle notizie, con l’aumento di lettori, di click e di telespettatori. Da martedì Bruxelles è un “luogo caldo” mediaticamente fondamentale, impossibile non essere li.

La ricerca della notizia a ogni costo in una città blindata, dove i media nazionali sono stati redarguiti a più riprese dagli inquirenti per aver pubblicato informazioni sensibili che in alcuni casi hanno se non sabotato, danneggiato le indagini, ha sollevato critiche interne alla categoria che ha rivendicato il diritto a informare. Allo stesso tempo, però, in questi giorni si assiste anche alla costruzione delle notizie. Non si tratta di casi isolati, purtroppo.

Realizzare in meno di ventiquattro ore un servizio che racconti il fenomeno della radicalizzazione in una città ferita come questa è folle se si ragiona in termini reali e di qualità, non se si resta nel limbo del sensazionalismo e della superficialità

Dalla richiesta di inchieste fast-food sull’islam radicale, da realizzare in meno di 24 ore, alla creazione del caso giornalistico.

Sono queste alcune delle richieste avanzate a giornalisti italiani residenti a Bruxelles dalle testate nazionali. Realizzare in meno di ventiquattro ore un servizio che racconti il fenomeno della radicalizzazione in una città ferita come questa è folle se si ragiona in termini reali e di qualità, non se si resta nel limbo del sensazionalismo e della superficialità. Perché pensare di raccogliere testimonianze di ex combattenti in Siria, oggi pentiti, tanti qui a Bruxelles e nel resto del Belgio è pura follia in queste giornate. Così come non aiuta a capire un fenomeno complesso come quello dei foreign fighters e della mancata integrazione della seconda e terza generazione di immigrati magrebini in questo Paese. Il rischio, molto probabile è quello di creare immagini facili a uso e consumo del pubblico, per confermare teorie e non per raccontare la verità.

Si spinge ancora più in là il tipo di “giornalismo” nel quale al cronista sul posto, in questo caso Bruxelles, viene chiesto di recarsi a Molenbeek e filmare un gruppo di giovani magrebini che dichiara il proprio amore per l’Isis. Non c’è reportage, non c’è racconto, non c’è testimonianza, in questo caso si cerca di costruire e vendere il “falso”, unica parola adatta a descrivere questo meccanismo.

Il rischio, molto probabile è quello di creare immagini facili a uso e consumo del pubblico, per confermare teorie e non per raccontare la verità

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta