I Certosini, chi sono i monaci più lontani dal mondo

Sono l'ordine monastico più chiuso e inaccessibile. Vivono in solitudine quasi assoluta, non si parlano tra di loro, coltivano il distacco. Da tutto.

«Separati da tutti, siamo uniti a tutti, per stare a nome di tutti al cospetto del Dio vivente». Loro dentro, noi fuori. Loro uniti, noi unici, – almeno così rivendichiamo. Loro per noi, noi per noi stessi. Noi sette miliardi e mezzo, loro 296 (tanti ne risultavano al 31 gennaio del 2014). L’ordine dei certosini esiste e resiste, tetragono, dal 1084: è il più ferreo, ascetico e contemplativo degli organi monastici della Chiesa cattolica.
La vita che si conduce nelle certose (i loro monasteri, non visitabili da profani, salvo rare e complicate autorizzazioni) è quanto di più eversivo possiamo immaginare: è la rivoluzione dell’incamminarsi verso l’origine. E’ la scelta radicale di restare ai margini, dove si accoglie senza essere accolti, dove sta il confine tra visibile e invisibile, e il tempo perde il suo senso.

L’ordine dei certosini esiste e resiste, tetragono, dal 1084: è il più ferreo, ascetico e contemplativo degli organi monastici della Chiesa cattolica

Per un certosino il tempo non esiste: come potrebbe esistere la dimensione che serve a dividere l’agire umano in tappe, a dargli obiettivi, ciascuno teso a un’acquisizione? Il tempo è strumentale, la vita certosina è contemplativa: la contemplazione non è strumentale, è riassorbimento, ricerca di Dio, tende a cogliere la totalità e l’interezza che il tempo spezzetta.
La vita nelle certose è, tuttavia, scandita in modo estremamente rigoroso. Esiste una differenza interna: i cosiddetti “fratelli” vivono un numero maggiore di momenti fuori dalle celle (dentro le quali, comunque, trascorrono la gran parte del tempo), soprattutto quelli dediti al lavoro (si chiamano “obbedienze” tutti gli spazi in cui si esplicano le mansioni: la cucina e il giardino sono, per esempio, obbedienze), ma senza mai parlarsi. Il bene comune si fa solitariamente, è somma delle singole operosità. I padri, invece, restano in cella, dove si dedicano a rilegatura, cucito, tessitura, dattilografia, falegnameria.
Fino al 1970, le monache obbedivano a regole meno dure, godevano di maggiori momenti di aggregazione (tra di loro, mai all’esterno o con esterni), ma da allora, a seguito di pressanti richieste, sono riuscite a ottenere una equiparazione: a eccezione delle funzioni liturgiche, precluse alle donne, certosine e certosini sono uguali (anche nel vestire: la sola differenza è che gli uomini hanno il cappuccio e le donne il soggolo con il velo che passa sotto il mento e arriva al capo).

Le suore certosine fino al 1970 godevano di un regime leggermente più morbido di quello dei monaci. In seguito a loro pressanti richieste ora i trattamenti sono uguali

I beni che non si riescono a produrre dentro le certose vengono acquistati grazie alla vendita di piccoli oggetti d’artigianato e , soprattutto, del famigerato liquore Chartreuse (il nome è quello del massiccio delle prealpi francesi, dove il fondatore dell’ordine, San Bruno da Colonia, si rifugiò insieme a sei compagni per dedicarsi all’ascesi e all’esicasmo, la preghiera del cuore).
I monaci condividono un solo pasto settimanale, la domenica e con la stessa cadenza lasciano la certosa, per una passeggiata di non più di tre ore, la spaziatura, durante la quale comunque non parlano con estranei.
Il silenzio è la regola da non infrangere: nessuno dev’essere interrotto o distratto dal proprio raccoglimento. E questa è la vita pratica, che non è una concessione o una distrazione dall’Opera più Alta, ma anch’essa occasione della celebrazione di Dio (i certosini non mortificano il proprio corpo, la dialettica dell’espiazione dei peccati non li caratterizza: forse per questo possono dirsi “separati da tutti ma uniti a tutti”, vivono appieno e gioiosamente la co-appartenenza al mondo sensibile e al mondo divino, non nel contrasto della loro separazione).
La vita spirituale corrobora quella pratica, ma ha i suoi momenti assoluti: comincia a mezzanotte, con l’Ufficio notturno e prosegue fino alle sei, quando ci si corica per rialzarsi dopo poche ore e continuare le celebrazioni, le salmodie, le liturgie conventuali (quasi tutte cantate in gregoriano). Una vita di solitudine? No: una vita solitaria. «Una monaca non è sola: ama. Ama un Dio nascosto, ma la cui sicura presenza la riempie di gioia».
La gioia è un sentimento che i certosini elogiano: nell’ultima parte de Nel Grande Silenzio (2005), il film di Philip Gröning a loro dedicato, si vedono alcuni monaci che, durante la spaziatura, giocano nelle neve, usano i loro sai come slittini e ridono. Facciamo fatica a immaginare che una vita come la loro possa essere felice: pensiamo l’ascesi al massimo come nirvana, pensiamo la solitudine come privazione, persino come autismo, pensiamo lo scambio come interazione, perché siamo lontani dal dono, dalla comunicazione che non sia botta e risposta. E invece esiste, a quanto pare, un luogo interiore che non lascia tracce, ma che è la nostra radice comune e al quale esistono persone che si dedicano: anche di loro siamo eredi e beneficiari.

I certosini sono fuori dal nostro mondo, perché noi pensiamo che il mondo sia nostro

Ci sono 23 certose attive, nel mondo: sette in Francia, quattro in Spagna, tre in Italia. Nella Certosa di Serra San Bruno, in Calabria, il fondatore, arrivò dopo pochi mesi presso la Sede Apostolica, cui papa Urbano II lo aveva chiamato a prestare consiglio, dopo sei anni di vita eremitica presso la valle di Chartreuse, dove aveva fondato la prima abbazia.
La Corte Pontificia lo deluse (era solo il 1090, all’incirca e l’Urbe era già inadatta al misticismo e forse pure alla religione di cui è sede terrena), quindi decise di fondare un altro eremo in Calabria, dove rimase fino alla morte, nel 1100.
Scelse la Calabria perché era una terra ricca di zone di eremitaggio, esattamente come la vicina Basilicata (soprattutto nell’area materana e murgica, verso il tavoliere pugliese, dove le grotte dei benedettini sono tuttora visibili e visitabili), fruita tanto dai monaci ortodossi quanto dai cattolici, tutte persone che vivevano insieme ma da sole. Il modello di vita certosino è assai vicino, dunque, a quello dei padri del deserto, ai quali Ermanno Cavazzoni ha dedicato un libro prezioso, da poco uscito per Quodlibet, Gli eremiti del deserto, zeppo di storie diincontri con le tentazioni, i demoni, di visioni conseguenti ai digiuni – guardare Le tentazioni di Sant’Antonio di Salvador Dalì per averne un’idea non modesta – , di anni trascorsi dentro buche nella sabbia, a cibarsi di datteri e amore per Dio.

I certosini sono fuori dal nostro mondo, perché noi pensiamo che il mondo sia nostro e convinti come siamo che la trascendenza non ci riguardi, continuiamo a distinguerla dall’immanenza, siamo dei noiosi professorini di filosofia pratica o, al massimo della ribellione, di astruserie zen di cui non capiamo nulla se non in quale punti cardinali ficcare il nostro cranio. Non ci rendiamo conto che spingiamo la vita verso il basso, che non sappiamo elevarci, perché ci hanno cantato che la libertà è partecipazione, mentre, ammesso che esista, la libertà è anche, soprattutto, un tendere verso l’alto: lì sta l’amore per l’amore, dal quale non possiamo prescindere per amare chi sta più sotto, subito sopra la terra.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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