La strategia di Salvini: rottamare la Meloni e prendersi la destra

Il piano del leader della Lega: far fuori uno dopo l’altro i suoi rivali di centro-destra per rimanere da solo e creare una lista di destra, modello Le Pen, per correre contro Renzi. L’unico ostacolo? L’asse tra Berlusconi e il vecchio Senatur Umberto Bossi

Vai avanti tu, ché mi vien da ridere. Giorgia Meloni, ora che si è candidata ufficialmente a sindaco di Roma, rischia di essere la prossima rottamata da Matteo Salvini, in questa confusa caccia al tesoro che è diventata la ricerca di una giovane leadership del centrodestra. Non che Salvini voglia farlo, il rottamatore. Il segretario della Lega ripete ogni giorno che quella parola si addice a Matteo Renzi, non a lui. Ma finge di non accorgersi che la sua ruspa sta facendo cadere uno dopo l’altro i suoi possibili avversari interni, perché li spinge a candidarsi o a prendere decisioni senza che lui, il guidatore, lo faccia in prima persona.

Salvini, è vero, vuole sbarazzarsi dell’ombra di Silvio Berlusconi, perché ha capito che il Cav non è così interessato a far perdere Renzi. E che soprattutto non gli cederà spontaneamente le chiavi di casa. Però difficilmente il segretario della Lega arriverà a mettersi contro l’ex premier e le sue tv in maniera definitiva, è convinto che alla fine un accordo lo si troverà. Più facile, al momento, cercare di neutralizzare chiunque possa rivendicare pezzi di leadership quando arriverà il momento di candidarsi per davvero in prima persona, alle Politiche del 2018 (o 2017?). Più facile ancora se fatto con una pacca sulla spalla e il sorriso da guastafeste. Un’abilità che ha sempre avuto, Salvini, fin da quando si ritrovò in mano la Lega da Roberto Maroni, che era convinto di poter controllare il suo successore senza esperienza salvo poi venire oscurato dalla sua grande abilità comunicativa.

In realtà la vera debolezza di Salvini è che sta continuando a non crescere una classe dirigente alternativa a quella vecchia, con il rischio di non avere poi le forze per trasformare il consenso personale in potere reale

Due anni e mezzo dopo, Salvini ha in mente di intestarsi una formazione politica nuova che occupi lo spazio della destra. Vuole portare in dote i voti della Lega, i voti d’opinione che raccoglie lui e agganciare i voti di Fratelli d’Italia e degli eredi sparsi di Alleanza Nazionale ma anche dei delusi di Forza Italia. A quel punto sceglierebbe un nome per la grande lista lepenista da far correre con l’Italicum da nord a sud. La nuova legge elettorale sarà d’aiuto a questo disegno. Oltretutto Salvini, dopo aver creato confusione sul candidato del centrodestra a Roma, ha ottenuto senza chiederlo che la Meloni si candidasse a sindaco, quando ormai non gli poteva più essere chiesto di candidarsi lui stesso a sindaco di Milano (una delle condizioni che i Fratelli d’Italia avevano posto lo scorso anno in cambio di un impegno diretto della loro leader). E se la Meloni a questo punto perderà, Salvini non avrà più comprimari al tavolo del centrodestra.

Fantapolitica, si dirà. Anche perché questo scenario nasconde diverse trappole, per Salvini, che probabilmente una vera strategia non ce l’ha ancora. La prima è legata proprio alla sua volontà di andare oltre gli attuali partiti per ridurli a una sola lista nazionale, leggera e arrembante sul modello dei 5 Stelle, da contrapporre al Pd di Renzi. I leghisti duri e puri non sono infatti pronti a seguirlo, malgrado percentualmente poco rilevanti a livello nazionale. Il segretario del Carroccio sta rimandando da inizio anno il congresso che avrebbe dovuto già in queste settimane modificare lo Statuto per renderlo meno nordista.

Ma intanto si dice che Berlusconi stia stuzzicando il vecchio Umberto Bossi, che di voti non ne ha più ma che simbolicamente fa ancora presa in un certo elettorato di centrodestra nostalgico: se Salvini rottamerà lui e la Lega, si dice, il Cav è pronto a sostenere Bossi per un’azione di disturbo. E il vecchio Senatur non vedrebbe l’ora di tornare a fare qualcosa. Uno schema che potrebbe essere recplicato anche fra gli ex An, nel caso di una spaccatura con Salvini: l’iperattivismo di Gianfranco Fini è guardato con curiosità. In realtà la vera debolezza di Salvini è che sta continuando a non crescere una classe dirigente alternativa a quella vecchia, con il rischio di non avere poi le forze per trasformare il consenso personale in potere reale. Salvini può continuare a mandare avanti tutti, a farli candidare al posto suo o a prendere decisioni che non condivide, ma alla fine quando rimarrà in piedi solo lui, il segretario della Lega dovrà decidere che cosa fare davvero da grande.

Twitter: @ilbrontolo