Palmira libera, la vittoria di Assad e Putin è la nostra sconfitta

Duole dirlo, ma il merito della riconquista di Palmira e delle batoste all’Isis non è degli Usa, e meno che mai dell’Europa. Che restando in mezzo alla strada rischia di essere travolta

Con la riconquista di Palmira le truppe del regime di Damasco, con il fondamentale supporto militare della Russia, infliggono allo Stato Islamico la sua più cocente sconfitta, tattica e di immagine, in Siria. Le propaggini occidentali del Califfato sono ora isolate dalle roccaforti di Raqqa e Deir ez Zur, a loro volta sottoposte a una crescente pressione da nord dalle milizie curde siriane e da sud dall’esercito lealista. Bashar al Assad, presidente del regime siriano, può presentarsi oggi come colui che – insieme ai suoi alleati russi, iraniani e sciiti in generale – sta in concreto facendo di più contro il terrorismo jihadista, sostenendo che l’America e la coalizione da lei guidata ottengano “piccoli risultati” a causa della loro “mancanza di serietà”. E che gli Usa abbiano sbagliato i propri calcoli sulla Siria non lo sostiene solo il dittatore siriano ma anche svariati analisti occidentali.

Mantenendo una posizione ambigua, che da un lato chiedeva ufficialmente la rimozione di Assad dal potere ma dall’altro non voleva un immediato collasso del regime, Washington ha dato in più occasioni l’impressione di non sapere cosa fare in Siria. Di questa incertezza ha approfittato per primo il regime siriano che, oltre a evitare un attacco diretto – sembrava imminente nel settembre 2013 -, ha spregiudicatamente lasciato evadere migliaia di jihadisti per “inquinare” la ribellione siriana e renderla impresentabile agli occhi dell’Occidente. Ne hanno approfittato gli Stati mediorientali che avevano scommesso sulla caduta del regime siriano, Turchia e Arabia Saudita soprattutto, per finanziare e armare i ribelli (jihadisti inclusi). Ne ha infine approfittato lo Stato Islamico, che ha potuto conquistare e controllare un territorio vasto come l’Inghilterra a cavallo tra Siria e Iraq.

Bashar al Assad, presidente del regime siriano, può presentarsi oggi come colui che – insieme ai suoi alleati russi, iraniani e sciiti in generale – sta in concreto facendo di più contro il terrorismo jihadista, sostenendo che l’America e la coalizione da lei guidata ottengano “piccoli risultati” a causa della loro “mancanza di serietà”

A questi danni ha parzialmente posto rimedio l’ intervento militare di Mosca. Nato per impedire la caduta di Assad – non a caso il Cremlino ha concentrato i bombardamenti sui ribelli moderati e non sull’Isis fino all’entrata in vigore della tregua lo scorso 27 febbraio -, lo sforzo bellico russo si sta rivelando fondamentale anche in ottica di contrasto allo Stato Islamico e, in modo ancora più marcato, per il negoziato diplomatico. Avendo reso controproducente per Turchia e Arabia Saudita una prosecuzione delle ostilità – tanto più durava la guerra tanto più Mosca rafforzava la propria presenza militare in Medio Oriente, anche in ottica di lungo periodo, e tanto meno i ribelli sostenuti da Ankara e Riad potevano sperare di ottenere al tavolo delle trattative – Putin ha di fatto creato le condizioni per un accordo che garantisca la stabilità.

Agli Stati Uniti si può dunque rimproverare una lunga catena di errori, il primo dei quali è probabilmente l’intervento in Iraq nel 2003 (da cui è nata l’insorgenza jihadista irachena, poi evoluta nell’Isis) nato nella cornice della demenziale “guerra al terrore” scatenata da George W. Bush, seguito dall’incapacità di stabilizzare il caos da loro stessi creato, dalla scommessa azzardata su un esito gestibile (e conveniente) delle Primavere Arabe – anche in Siria, non cogliendo la specificità del Paese rispetto agli interessi strategici iraniani e russi -, dal non aver saputo gestire l’evoluzione del conflitto e dall’aver in generale dato un’impressione di sbandamento evidente nella loro politica mediorientale. Tuttavia se Washington, con una mossa cinica ma razionale, può scegliere di fare spallucce rispetto agli errori del passato (il baricentro strategico degli interessi americani si sta spostando progressivamente verso il Pacifico, del Golfo e del Mediterraneo pare gli interesserà sempre meno), non altrettanto può fare l’Europa, costretta a pagare il conto in termini di ondate migratorie e terrorismo.

Agli Stati Uniti si può dunque rimproverare una lunga catena di errori, il primo dei quali è probabilmente l’intervento in Iraq nel 2003

A fronte di un costante allontanamento americano dall’area i vari attori regionali stanno già reagendo: i vecchi alleati (Sauditi, Turchia, Israele) con preoccupazione, i vecchi nemici (Russia e Iran soprattutto) allargando la propria sfera di influenza. L’Europa non può rimanere ferma. Prima di muoversi, tuttavia, deve iniziare a esistere. Senza un esercito europeo, che risponda a un centro decisionale europeo che faccia gli interessi strategici dell’Europa, e una diplomazia europea non si può andare da nessuna parte (al momento gli Stati nazionali hanno interessi confliggenti e non di rado confusi). Lo Stato Islamico va sradicato militarmente per risolvere in prospettiva le emergenze europee legate al terrorismo e all’immigrazione (senza ovviamente dimenticare i necessari interventi di de-radicalizzazione in Europa, di miglioria del controterrorismo, di inclusione delle minoranze, smembramento dei ghetti etc.). Se gli Usa non sono disposti a farlo con decisione, Bruxelles dovrebbe avere i mezzi per sostituirsi a Washington. Non necessariamente militari, ma anche solo diplomatici. Perché se si decide di sostenere un tiranno come Assad in nome della guerra allo Stato Islamico lo si deve fare tutti e lo si deve fare con convinzione. Stesso discorso se lo si vuole abbattere. A restare in mezzo alla strada si rischia solo di essere travolti.