Pensa come un ingegnere, agisci come un terrorista

Il legame tra ingegneria e terrorismo islamico non è né un caso né una correlazione spuria: secondo due studiosi c’entra l’atteggiamento mentale, che sarebbe molto simile

Il più celebre è senza dubbio Osama bin Laden, ispiratore della strage dell’11 settembre. Ma c’è anche Faisal Shahzad, che nel maggio 2010 aveva cercato di provocare un attentato a Times Square, con un’automobile piena di bombe. Oppure Muhammad Yussuf Abdulazeez, che ha sparato alla base militare di Chattanooga, nel Tennessee, nel 2015. Per certi versi va preso in considerazione anche Rizwan Farook, l’autore della strage di San Bernardino, senza dubbio c’entra Khalid Shaikh Mohammad, autore dell’attentato al World Trade Center nel 1993. Non va dimenticato nemmeno Azahari Husin, la “mente” del bombardamento di Bali del 2002, e poi il più rappresentativo: Mohamed Atta, che non ha bisogno di presentazioni. Sono tutti terroristi islamici e, soprattutto, sono tutti ingegneri.

Non è la prima volta che viene notato questo collegamento. È un caso? È una correlazione spuria, una serie di coincidenze? Come si racconta qui in un lungo articolo, c’è chi, come Diego Gambetta e Steffen Hartog, studiosi di scienze sociali a Oxford, ha una risposta. Ed è no, non è un caso: le due cose c’entrano eccome. Lo spiegano in un libro piuttosto controverso: Engineers of Jihad: The Curious Connection Between Violent Extremism and Education.

Come farebbe un ingegnere, sono andati a guardarsi i numeri. Su 500 estremisti islamici conosciuti (quasi tutti maschi, poi: altra cosa che andrebbe investigata), hanno selezionato i 207 dei quali è possibile stabilire un’istruzione superiore, ed è emerso qualcosa di strano: 93 avevano studiato ingegneria. Cioè il 45%, poco meno della metà. È un dato anomalo: se si guarda alla totalità dei laureati nei Paesi rappresentati nel database si scopre che solo il 12% ha studiato ingegneria. Non solo: il fenomeno si ripete considerando anche gruppi terroristici non islamici. Tra i neonazi e neostalinisti russi la maggior parte sono ingegneri. Tra i neonazi e suprematisti bianchi negli Usa la maggior parte sono ingegneri. Ecco, forse non è un caso: i terroristi laureati sono in gran parte ingegneri.

Di fronte a questa lettura, gli ingegneri non terroristi si sono subito offesi (o meglio, adirati). Alcuni, però, hanno considerato (da bravi ingegneri) i risultati dei calcoli, e hanno avanzato una spiegazione piuttosto semplice: gli ingegneri tra i terroristi sono tanti perché vengono selezionati sulla base delle loro competenze tecniche, in particolare nel problem solving. Non tutti sanno creare una bomba, spiegano. Il problema, però – e i due autori lo fanno notare con prontezza – è che non è vero che vengono scelti. Sono loro che decidono di aggregarsi a loro, di propria iniziativa. Nei 228 attentati considerati, la maggioranza degli ingegneri coinvolti, poi, assume un ruolo decisionale, da leader. Solo il 15% di loro si occupava delle bombe. È una differenza decisiva.

Il nesso ingegneria-terrorismo, insomma, appare qualcosa di più di una battuta o di un fenomeno statistico, e i due autori azzardano alcune spiegazioni. Ad esempio, la delusione che segue gli studi. Le aspettative di chi si dedica all’ingegneria per ottenere un’ascesa sociale tangibile, in molti Paesi (per capirsi: quelli da cui provengono molti terroristi) sono destinate a essere frustrate. È vero che spesso sono l’ignoranza e mancanza di istruzione le migliori condizioni per provocare la violenza terroristica. Ma in molti casi (più di quanto non si pensi), anche l’istruzione lo è, soprattutto quando a questa non consegue un prestigio sociale adeguato. Insomma: in Paesi con economie sclerotizzate, ci si laurea e non si trova lavoro. Questa differenza tra aspettative e opportunità concrete può rivelarsi molto dolorosa, perfino umiliante. E da qui nasce la rabbia, una rabbia da élite.

Eppure, anche questa spiegazione non è sufficiente: se fosse vero, dovrebbe valere anche per altri campi di studio, e non succede. Non ci sono tra i terroristi, ad esempio, numeri equivalenti di laureati in medicina o in legge. Anche queste professioni con cui si cerca di emergere a livello sociale ma che dopo gli studi, in alcuni Paesi, rischiano di non portare i frutti desiderati. Possibile che solo gli ingegneri ne soffrano? Possibile che per i medici la frustrazione sia minore? Secondo i due autori no, non è possibile. E allora la spiegazione va cercata altrove. Ad esempio, all’interno del percorso di studi. Perché non è essere istruiti che porta al terrorismo. È proprio essere ingegneri.

La responsabilità di tutto, azzarda un’ipotesi, sarebbe il mind-set tipico dell’ingegnere. Lo si può definire, secondo i ricercatori, con tre tratti specifici: chiusura cognitiva, preferenza per l’ordine, disgusto di fronte all’ambiguità. Sono elementi psicologici che si manifestano in varie forme, come l’accettazione (se non proprio la ricerca) di gerarchie definite, e il disgusto di fronte a situazioni non familiari. Sono presenti nei jihadisti e, come hanno notato gli autori del libro sulla base di una serie di sondaggi condotti da loro, si ritrovano in abbondanza tra gli ingegneri (arrivati primi nei test, secondi gli economisti). In particolare, sono “la ricerca di certezza”, il “pensare con poche sfumature” i tratti più distintivi delle due categorie. I due gruppi pensano più o meno allo stesso modo, per cui non è strano che alcuni del primo gruppo, in particolari condizioni, scelgano di appartenere anche al secondo (la jihad). Si esagera? È troppo? Secondo alcuni, ingegneri compresi, no. Non si esagera.

Resta un dubbio: è ciò che viene insegnato nelle università a creare questo atteggiamento mentale o, piuttosto, è l’atteggiamento mentale a spingere per la scelta di un particolare corso di studi? Le due cose si tengono. Come denunciano vari professori americani, i corsi di ingegneria negli ultimi 20 anni si sono “appiattiti”, e tendono a “restringere anziché allargare la visuale cognitiva degli studenti”, perché “passano tutto il tempo con lo stesso assortimento di regole epistemologiche”, che non aiuta ad aprirsi all’esterno. Anzi: si vede come i curricula proposti nelle università mettano in atto “una ideologia della depoliticizzazione”, in cui “tutti gli aspetti che non sono considerati tecnici perdono importanza”. Ma non tutti sono d’accordo. E comunque riguarda soprattutto le università americane.

Secondo altri, invece, gli studi ingegneristici sono ormai diventati “un’enorme ostentazione delle conquiste ottenute dal mondo occidentale”, rendendo più doloroso ed evidente, per chi studia in Paesi arretrati, la distanza della sua situazione rispetto a quella che scopre sui libri, aumentando la rabbia. Ma è forse una ricostruzione cervellotica. Molto da ingegnere, in realtà.

Resta che, nella questione, i fattori possono essere numerosi e le cause disparate: in fondo, i soggetti sono tutti diversi, ed è difficile trovare regole generali. Si può fare con la statistica, ma funziona anche per gli esseri umani? Di sicuro, gli ingegneri ci sono. Alcuni vanno a fare la jihad. E, visto che piazzano bombe o si fanno saltare in aria, qualche disagio ce l’hanno. Fin qui, tutto bene. Per il resto, sembra che sia meglio studiare sociologia. Al massimo si fanno libri discutibili.

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