IntervistaRifugiati: «Nell’arco di una vita rischiamo di esserlo tutti»

Parla Hakan Gunday, lo scrittore turco che in Ancóra (Marcos y Marcos) racconta il dramma dei profughi in Turchia dal punto di vista di uno scafista. «La distanza dalla guerra non si misura in spazio», dice, «ma in tempo, quello che serve perché le conseguenze arrivino fino a noi»

Nell’estate del 2010, a pochi mesi dall’inizio della guerra, alla frontiera tra Giordania e Siria, circa 80 chilometri a nord di Amman e un centinaio a sud di Damasco, c’erano tre file. Una per i turisti, non troppi, che ancora non sapevano di essere tra gli ultimi a visitare la Siria per molti anni a venire. Una per i giordani e i siriani, affaccendati come tutti mediorientali. E una dedicata solo agli iracheni. Quest’ultima era una fila vuota, fantasma, perché fatta semplicemente di colonne di passaporti accatastati davanti al poliziotto che doveva vidimarli.

I possessori di quei passaporti erano richiedenti asilo. Scappavano dall’Iraq distrutto da un decennio di guerra civile. I siriani e i giordani li ignoravano in un modo che ora ci è molto familiare, perché è lo stesso modo con cui ora noi ignoriamo loro, i siriani Più o meno gli stessi a cui oggi, sei anni dopo quei giorni d’estate, tocca lasciare tutto e avventurarsi in viaggi ancora più pericolosi e decisamente più costosi di quelli che toccavano agli iracheni.

«Tutti noi possiamo essere rifugiati, trafficanti di rifugiati e cittadini che hanno paura dei rifugiati. Può capitare nell’arco di due generazioni, come a voi in Europa, o nell’arco di una stessa vita, come ai profughi siriani». A parlare è Hakan Gunday che non è siriano, e non è neppure iracheno. È un turco, ma un turco molto particolare.

Nato a Rodi e vissuto anni in Francia prima di tornare a Istanbul, Hakan, che è uno dei più importanti scrittori turchi della nuova generazione — quella dopo Pamuk, per intenderci — e ha appena pubblicato in Italia Ancóra, edito da Marcos y Marcos, un romanzo duro e crudo in cui racconta la lotta per la vita dei profughi che attraversano la Turchia vista con gli occhi del figlio di uno scafista.

«In Turchia sono anni che i migranti passano», racconta Gunday. «Prima dei siriani c’erano gli iracheni, prima ancora gli afgani e i pakistani. Per mille e cinquecento chilometri questa gente resta invisibile, fintanto che cammina. Diventano visibili solo quando muoiono, perché li filmiamo, li fotografiamo e li stampiamo sulle prime pagine dei nostri quotidiani. Prendi il caso di Aylan, il bambino siriano morto su una spiaggia turca qualche mese fa. Quel bambino non è morto il 2 settembre. Aylan su quella spiaggia c’era da anni, e ce ne starà altri di anni visto che i bambini tra Grecia e Turchia stanno continuando a morire».

E nel resto del Medio Oriente?
La situazione è preoccupante. L’abbiamo vista evolversi in diretta nel corso degli ultimi quattro anni: tutti hanno fatto del loro meglio per distruggere la Siria, supportando ognuno un gruppo armato diverso e perdendone subito dopo il controllo. Tutte insieme, mano nella mano, le grandi potenze con interessi nell’area si sono messe d’impegno per fare della Siria un buco nero. Direi che ci sono riusciti benissimo.

E quali sono i risultati?
Siamo di fronte a un incendio attorniato da pompieri che non smettono di spruzzare benzina sul fuoco, giusto per vedere come andrà a finire, tanto non sembra riguardarli.

Perché deve riguardarci?
Perché è davanti a tutti noi. Ormai non è soltanto nelle città siriane distrutte, ma anche nelle strade di casa nostra, dove stanno arrivando le decine di migliaia di persone che scappano ogni giorno dalla Siria, da anni.

Che responsabilità abbiamo verso quella gente?
Non abbiamo fatto altro che insistere nel dividere il loro paese dal punto di vista sociale, economico, religioso, comunitario e siamo riusciti a fare tutto così bene che abbiamo impoverito un’intera regione, arricchito una minuscola minoranza, venduto milioni di armi e fatto in modo che la gente restasse lì a usarle o a farsele usare contro. E ora ci stupiamo del fatto che i profughi vengono da noi a chiedere ospitalità? È grottesco.

Che cosa possiamo fare?
Non c’è una soluzione per mettere le cose a posto da un giorno all’altro. Semplicemente perché non siamo di fronte a un problema che si è creato da un giorno all’altro. Non possiamo essere noi la soluzione, noi possiamo essere al limite l’inizio della soluzione. E direi che è già qualcosa.

E allora qual è l’inizio della soluzione?
Per prima cosa dobbiamo informarci, tornare ad essere attivi nella ricerca delle informazioni. Oggi la censura ha cambiato volto, grazie alla rete è sempre più difficile fare in modo che un documento sparisca sul serio, ma lo si può facilmente annegare immettendo in rete dieci notizie false per ognuna di quelle vere. Per questo dobbiamo imparare a scegliere, a confrontare, a riconoscere una fonte affidabile da una non affidabile. Solo così possiamo avere un’idea di quello che sta succedendo veramente. Una volta capito che cosa abbiamo intorno, dobbiamo iniziare a chiederci che cosa fanno i nostri politici e i nostri eserciti. Per anni è stato assolutamente normale che ci fossero bombardieri dovunque, esercitazioni in ogni mare, esperimenti nucleari e via dicendo. Nessuno si chiedeva nulla. Poi, appena ai confini la pressione è salita, tutti a chiedersi cosa ci fanno qui. Bisogna partire da qui.

Non è tardi?
Può darsi, ma prima o poi bisogna iniziare ad affrontare la situazione. Noi stiamo pagando il prezzo di errori fatti esattamente cento anni fa. La frontiera tra la Turchia e la Siria è stata tracciata da un inglese, Sykes, e da un francese, Picot, proprio nel 1916.

Cosa ha comportato quel patto?
Tante frontiere inventate che hanno diviso famiglie in due: da un giorno all’altro un cugino è diventato siriano e un altro è diventato turco. È questa la frontiera che in migliaia di persone stanno cercando di superare. Se non siamo in grado di accettare e di accogliere quella gente, siamo una società morta. Possiamo avere i migliori musei e i migliori teatri d’opera, ma siamo già morti, perché abbiamo paura. Abbiamo paura persino dei bambini, abbiamo paura di cosa potranno diventare le seconde e le terze generazioni. E abbiamo ragione ad avere paura, perché li alleverà la nostra società morta, raggrinzita e in decomposizione. Viviamo da anni nel mondo globalizzato, ormai dovremmo averlo capito: quando dall’altra parte del mondo c’è una tragedia, la distanza che ci separa non si misura in spazio, si misura in tempo.

In che senso dici che si misura “in tempo”?
Si misura nel tempo che ci vuole perché le conseguenze arrivino fino a noi. Non è una questione di se ma di quando. Possono passare mesi o anni, ma prima o poi i problemi arrivano. All’inizio del mio romanzo c’è una dichiarazione del padre di Gazâ, che dice al figlio che la sua missione nella vita dovrà essere sempre quella di sopravvivere, non importa a che prezzo, perché deve sempre pensare che la questione è tu o io. Poi però per tutta la vita Gazâ cerca di cambiare quel “Tu o io” in un “Tu e io”, per scardinare il ruolo di mostro che la realtà gli ha affibbiato. Credo che anche noi dobbiamo lottare con noi stessi, all’interno delle nostre società, per arrivare a sostituire al “Noi o loro” un “Noi e loro”. Anche perché, anche una volta che vinci tutte le battaglie “Tu contro Io”, alla fine rimani da solo. Sei sopravvissuto, ok, ma sei da solo.

In Ancòra ti sei occupato di un punto di vista delicato, quello del figlio di uno scafista. Cosa hai imparato scrivendo questo romanzo?
Ho imparato che nell’arco di una vita sola, tutti noi possiamo essere rifugiati, trafficanti e anche razzisti che hanno paura dei rifugiati e che un giorno aprono la finestra e dicono: «Ma da dove vengono tutte queste persone? Ma cosa vogliono da noi? Ma che se ne vadano!». Se capissimo questa intercambiabilità dei ruoli — che se proietti la storia un po’ più in là delle nostre singole vite abbiamo anche noi stessi, nella nostra stessa famiglia — non potremmo mai più comportarci con i migranti in maniera così disumana con chi arriva. Dobbiamo trovare il modo di sviluppare più empatia che diffidenza. Perché se non riusciamo ad accelerare, non solo perdiamo un sacco di tempo, ma scaviamo anche fossati di odio sempre più profondi tra le culture, il che significa soltanto una cosa: guerre.

È la maledizione del nostro tempo, è un vortice di Male che si autoalimenta, come un circolo vizioso. Sta a noi decidere cosa fare. Ma ormai non ci tocca più decidere se risolvere il problema, ora ci tocca decidere quando iniziare a farlo. Sono generazioni che mettiamo la polvere sotto il tappeto. Ormai ce n’è talmente tanta che quel tappeto non tocca più terra. È un tappeto volante. Questa è la storia del mondo. Noi non siamo la generazione che salverà il mondo, ma come tutte le generazioni prima di noi possiamo decidere se occuparcene oppure lasciare altra polvere sotto il tappeto per quelli che ci seguiranno.

Dobbiamo essere ottimisti o pessimisti per il futuro?
La vuoi sapere la verità? L’ottimismo non esiste. E non esiste nemmeno il pessimismo. La definizione di speranza e scoramento, come di felicità e di disperazione, è la stessa. È la volontà di vivere, malgrado tutto. Dove la parte sulla volontà di vivere è la parte dell’ottimismo, mentre quella del pessimismo è quel “malgrado tutto”. Malgrado le cellule del tuo corpo che ogni secondo muoiono, noi viviamo. Malgrado la guerra, malgrado la povertà, malgrado la paura, l’Umanità continua a vivere. Malgrado tutto.

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