La casa immaginaria e le tecniche per ricordare tutto

Uno dei trucchi più diffusi per memorizzare informazioni e quello di disporre le immagini in un ambiente immaginario conosciuto. È il metodo "dei loci", di antiche origini, ormai dimenticato, che fonda tutto sull’istinto umano per gli spazi

Iosif Brodski scriveva nel 1985 che se la memoria avesse dovuto somigliare a qualcosa, sarebbe stata una biblioteca dove i libri erano disposti «in disordine alfabetico, senza opere complete». Volumi accumulati alla rinfusa, nessuna pretesa di completezza, caos e quantità. Se la immaginava come un enorme quadro pieno di buchi, in grado di restituire il senso generale di un’idea ma mai la visione perfetta. Brodski parlava per esperienza e raccontava un concetto di memoria molto comune. Tuttavia, se fosse vissuto cinquecento anni prima, e anziché scrivere quelle righe nel 1985 lo avesse fatto nel 1485, la sua riflessione – è molto probabile – sarebbe stata molto diversa. A quell’epoca la memoria era un’altra cosa: era quella, ad esempio, di Pietro da Ravenna, insigne giurista che si vantava di ricordare alla perfezione ventimila casi legali, mille testi di Ovidio, duecento discorsi di Cicerone, trecento aforismi vari di filosofi, settemila testi relative alle scritture e molto, molto altro.

Non era l’unico. A quel tempo faceva scalpore anche Pico della Mirandola, in grado di recitare a memoria la Divina Commedia di Dante dall’inizio alla fine e dalla fine all’inizio. Cosa che del resto faceva, con estrema tranquillità, con qualsiasi cosa gli capitasse di leggere. Agostino d’Ippona, mille anni prima, raccontava il caso del suo compagno di studi Simplicio che era in grado di recitare alla perfezione tutte le opere di Virgilio e di Cicerone, anche al contrario. Poteva individuare i versi richiesti, i passaggi indicati e poi estrapolare le informazioni necessarie, proprio come fosse un archivio. E, come fa notare la professoressa Mary Carruthers, eminente studiosa della trattatistica medievale sulla mnemotecnica, «la cosa notevole per i compagni di Simplicio non era che sapesse a memoria i testi di Virgilio o Cicerone, bensì che potesse ripeterli al contrario, o leggerli alla perfezione nella mente».

Insomma, all’epoca la memoria era un’altra cosa. Di sicuro, non somigliava a una biblioteca disordinata. Più a una disciplina. Nelle scuole, del resto, insieme alla grammatica e alla retorica, veniva insegnato come ricordare. Un tipo di istruzione che proseguì per tutta l’antichità, attraversò il medioevo e raggiunse il XIX secolo. Precetti tanto diffusi che Cicerone, che pure li padroneggiava, evitò di investigarli nei suoi scritti «per non sprecare l’inchiostro». Il trattato più antico di cui si dispone oggi è la Rhetorica ad Herennium (autore anonimo), una sorta di manuale di retorica che comprende, in poche pagine, tutte le nozioni fondamentali di mnemotecnica elaborate fino ad allora, a partire – almeno secondo la tradizione – dal Simonide di Ceo, poeta greco del VI secolo a. C. È l’inventore della disciplina. O meglio, colui che l’ha codificata.

Secondo l’autore dell’Ad Herennium, la mente umana può ricordare molte più cose di quanto si immagini, ma solo se le traduce in immagini. A loro volta, le immagini devono avere un senso, essere disposte secondo un ordine preciso, cioè ricreando nella mente una struttura da ripercorrere in ogni direzione, proprio come gli scaffali della biblioteca. Qui è il punto centrale: la parola “ripercorrere”. Per memorizzare le informazioni, spiega il trattato, occorre immagazzinare le immagini all’interno di uno spazio della mente, un luogo conosciuto, che si possa visualizzare e con cui si ha familiarità. Che si possa, appunto, ripercorrere. La cosa migliore è la propria casa. Su questo principio si fonda la tecnica dei loci (dal latino locus), che costruisce i “palazzi della memoria”.

Nel suo libro L’arte di ricordare tutto, Joshua Foer si diverte a raccontare il percorso con cui, affascinato dalla stramberia dei campionati di mnemotecnica (competizioni in cui i partecipanti – i mnemonisti – si sottopongono a gare di memoria prodigiose), apprende i rudimenti della mnemotecnica. Per ricordare, spiega, occorre ripercorrere nella mente gli spazi più familiari. Il cervello dell’uomo si è formato per funzionare in un ambiente molto diverso da quello contemporaneo. Nel Pleistocene non era molto utile ricordare targhe, numeri di telefono o lunghe stringhe di parole. Serviva di più sapere localizzare il cibo, comprendere la distanza dai pericoli o dai rifugi, destreggiarsi tra ostacoli o nemici. Era necessario, di conseguenza, possedere uno strumento essenziale: una buona memoria spaziale.

È notevole, anche se nessuno lo nota mai, che si riesca a ricordare (anche a distanza di tempo) gli ambienti di case ed edifici in cui si è stati anche solo una volta e per poco tempo. È una capacità innata. La familiarità immediata che l’uomo intrattiene con gli spazi, soprattutto quelli chiusi, è molto superiore a quella che sperimenta con i numeri, o con i suoni. È tanto importante che si utilizzano parametri spaziali anche per definire la dimensione temporale. Ad esempio, “prima” deriva, dopo un lungo cammino, dal latino “pro”, che vuol dire “davanti”. “Dopo”, a sua volta, da “post”, che in origine significa “dietro”. Su tutte queste cose, insomma, si basa la mnemotecnica. Ma come fa?

In primo luogo, occorre immaginarsi un ambiente ben conosciuto. Gli antichi raccomandavano di pensare alla propria casa. Per imprimerla bene nella mente, se possibile, consigliavano di camminare varie volte lungo il suo perimetro, così da padroneggiarla in tutti gli angoli. È la cornice di riferimento, il magazzino dove posizionare i ricordi. Dopodiché, ci si occupa delle nozioni che si vuole memorizzare. Ognuna di queste deve essere trasformata in un’immagine. È facile farlo con gli elenchi, soprattutto di cose concrete, meno semplice con concetti astratti (ci si aiuta con parole dai suoni somiglianti, ad esempio), o con i numeri (andrebbero associati a lettere, e poi a immagini a loro volta, da non modificare mai).

La Rhetorica ad Herennium suggerisce di rendere l’immagine il più vivida possibile ma, come suggerisce a Linkiesta la prof.ssa Carruthers, «non è necessario che sia una raffigurazione precisa. Basta uno schizzo. In ogni caso ». Se, per esempio, occorre ricordarsi un oggetto come una pagnotta, è più semplice se la si immagina nelle mani di una modella famosa o, a seconda delle preferenze, di un uomo bellissimo e seducente. Una volta fissata l’immagine, la si posiziona in una stanza della casa, cioè un locus, a seconda del suo ordine di comparsa. Ripercorrendone gli ambienti nella mente, la si ritroverà dove si è lasciata, e allora ci si ricorderà che, ad esempio, dopo esser stati dal parrucchiere (un ciuffo di capelli posizionato in cucina) si deve passare dal panettiere. E poi, chissà, dal dentista (una bella tenaglia feroce in cantina). Una volta fissate, diventa difficile scordarsele.

Quella dei loci è una tecnica più efficace rispetto a quella, ben più diffusa nell’epoca contemporanea, fondata sulla ripetizione meccanica. «Quest’ultima è limitata», continua Carruthers, «perché posiziona le nozioni solo in un posto. Se si pensa invece a una struttura più agile e maneggevole, allora una casa in cui si possa camminare (nella mente, ovvio) in varie direzioni è ottima». Del resto, «la varietà di “percorsi” e combinazioni possibile è ciò che rende questo metodo “dei loci” capace di creare nuove idee». Le nuove immagini, le loro sovrapposizioni, i nuovi incontri. Camminando in una casa familiare ma immaginaria, orientati dai ricordi della coscienza, nascono nuovi pensieri. Certo, ogni volta bisogna trovare nuove case, nuovi spazi, o “ripulire” quelli già impiegati. Non è mai stato un lavoro semplice.

Cicerone, come si è detto sopra, era un grande fruitore della tecnica dei loci: la usava per i suoi discorsi. Preferiva concentrarsi sulla memoria rerum, cioè degli argomenti che avrebbe affrontato, anziché della memoria verborum, cioè delle singole parole che avrebbe impiegato una di seguito all’altra (è possibile anche questo. Ad esempio il poliglotta Timothy Diner la utilizza, tra le altre tecniche, per imparare lingue straniere). Tutte queste abilità gli consentivano di parlare in pubblico senza perdere il filo. Per lui, ogni tema aveva un luogo – da qui l’espressione “in primo luogo”, che i più distratti potranno trovare quattro paragrafi sopra, all’inizio. E ogni orazione consisteva in un percorso.

Mettere insieme le informazioni in un quadro chiaro è il senso della conoscenza. Nella disciplina della mnemotecnica i dati sono legati da contesti simbolici, percorsi noti che si basano su spazi familiari. Lo smarrimento di chi rimane senza casa – oppure senza il percorso che riporta a casa – si ritrova, nella mente, nell’incapacità di ricostruire l’ordine delle informazioni. Per gli antichi la memoria era la vera scienza, la conoscenza non superficiale ma precisa di una nozione, un dato, una realtà. Al di fuori di questo, c’era la mancanza di senso. E, guarda caso, “senso” deriva da “sentire”, che in origine non significava “percepire”, ma “trovare la propria strada”.