TaccolaRischio terrorismo e riciclaggio, i money transfer sono incontrollabili

L’allarme del Tesoro alla Camera: i money transfer sono uno strumento ideale per i riciclaggio, soprattutto da parte della criminalità cinese, e per finanziare il terrorismo. Anche perché le nuove regole europee hanno reso i controlli impossibili

Un buco nei controlli, bello grosso: in Italia ci sono 35mila punti vendita abilitati al “money transfer” che, se non sono porti franchi per i criminali, ci vanno vicino. Da qui passa una bella fetta del riciclaggio delle varie mafie, soprattutto cinese, e del finanziamento al terrorismo internazionale. L’allarme arriva dalla massima autorità in materia in Italia, Giuseppe Maresca, il capo della direzione Quinta del dipartimento del Tesoro del Ministero dell’Economia e delle Finanze. E giunge durante un’audizione alla Camera, in Commissione Finanze, il primo di un ciclo di incontri (il 28 aprile sono state sentite le società Moneygram, Ria e Western Union) sui rischi legati ai money transfer.

Il principale motivo dell’allarme è quasi banale: i punti vendita non sono sottoposti a regolamentazione finanziaria. «La loro funzione non è dissimile da quella di un tabaccaio che riceve i pagamenti per le scommesse calcistiche», dice Maresca. Infatti i punti vendita abilitati al trasferimento di denaro coincidono con i tabaccai, con gli internet point, con fruttivendoli e bazar etnici. Mentre le banche hanno una serie di obblighi stringenti di controllo sui soggetti su cui passano i bonifici, lo stesso non vale per i money transfer. Il motivo è che, come spiegato in una precedente analisi de Linkiesta, quando si mandano dei denari con i money transfer, non ci sono dei bonifici. Si fanno delle compensazioni tra gli uffici facendo la somma algebrica dei vari versamenti. A fine mese, gli uffici si appoggiano a una banca ed effettuano i bonifici, che però non tengono conto delle singole transazioni. A complicare il tutto c’è il fatto che queste società hanno spesso le sedi legali al di fuori dell’Italia e questo rende più difficili i controlli da parte delle autorità nazionali.

«Le società sono sottratte a un rischio di sanzioni. Le autorità estere (del Paese in un cui le società hanno sede, ndr) non hanno alcun interesse a svolgere controlli oltre i loro confini»


Giuseppe Maresca, il capo della direzione Quinta del dipartimento del Tesoro

Siamo arrivati al secondo punto della denuncia di Maresca: la direttiva europea sui servizi di pagamento, detta Psd e recepita in Italia nel 2010, ha cambiato le carte in tavola. Prima le società di money transfer dovevano avere delle sedi in Italia. Ora possono averla in qualsiasi Paese europeo e di conseguenza l’hanno spostata in Paesi dove le tasse sono minori. Ma il problema è soprattutto di controlli. È vero che le società devono comunicare all’Organismo degli agenti e dei mediatori (Oam) la presenza di agenti in un determinato Paese e le operazioni di avvio e chiusura delle attività, ma oltre non si va. «Con le Psd le società sono sottratte a un rischio di sanzioni effettive», dice Maresca. «Le autorità estere di origine (del Paese in un cui le società hanno sede, ndr) non sono in grando né hanno alcun interesse a svolgere controlli oltre i loro confini». Questo vale anche per le tre grandi aziende che si dividono l’85% del mercato italiano: la Western Union (45% di quota di mercato), la Moneygram (20%) e la Ria (20%). Per loro, spiega il dirigente del Tesoro, valgono però le regole di “compliance” e vigilanza che hanno imposto le autorità statunitensi, dato che tutte e tre hanno i loro headquarters negli Usa. Questi grandi gruppi, aggiunge, hanno interesse a rispettare le norme per evitare rischi reputazionali e per non avere problemi nei rapporti con le banche. Ma se le società fanno i controlli, resta comunque alto il rischio di comportamento infedele dei gestori dei singoli punti vendita, che sono un mare, 35mila. «La numerosità dei punti vendita, la possibilità di passare da un operatore all’altro, l’assenza di normative che impongano vincoli di monomandato rendono difficili e costosi i controlli sui singoli punti vendita», dice Maresca.

I rischi maggiori, però, vengono dal 15% di quota di mercato in mano a «piccolissime società, dalle finalità poco chiare». Nel migliore dei casi sono promosse da istituzioni di Paesi di origine degli stranieri residenti in Italia; ma anche in questo caso la governance tutt’altro che robusta le espone a rischi di utilizzo illegale importante e ripetuto. Lo scenario peggiore è che siano società costituite esclusivamente per compiere attività illecite. Possono essere anche italiane, come emerso durante uno scandalo che a Firenze ha coinvolto anche Bank of China. A volte, spiega il dirigente del Tesoro, sono anche società italiane, ma completamente asservite agli interessi della criminalità.

I problemi maggiori vengono dal 15% di quota di mercato in mano a piccolissime società. Nel migliore dei casi hanno una governance tutt’altro che robusta le espone a rischi di utilizzo illegale. Nel peggiore sono costituite esclusivamente per compiere attività illecite

In tutti i casi, sia i rischi di riciclaggio da parte della criminalità sia quelli di terrorismo sono «attuali». E se i primi sono più rilevanti ma anche più facili da individuare, perché spesso le operazioni sono legate allo spostamento di merci (droga o altri beni di contrabbando), i finanziamenti per il terrorismo sono difficili da scovare: sono la somma di piccoli versamenti che si perdono in un mare di operazioni normali e che spesso passano da finte associazioni caritatevoli. Solo quando i totali si fanno rilevanti si fanno notare. Come nel caso dei soldi partiti da Reggio Emilia agli Emirati Arabi, passati da 41mila (2013) a 448mila euro (2014), a cui si aggiungono i 300mila euro partiti da Parma. Cifre sospette perché né a Reggio né a Parma risultano immigrati provenienti dagli Emirati.

Di fronte a questo colabrodo, che cosa si può fare? Votare al più presto il disegno di legge che recepisce un’altra direttiva comunitaria, la Quarta Direttiva Antiriciclaggio, approvata nel maggio 2015. Assieme alla direttiva Psd II (votata dal Parlamento europeo nell’ottobre 2015) ha introdotto delle correzioni alle storture della Psd: ad esempio, prevede la costituzione di punti di contatto nei Paesi ospitanti per le società di money transfer che hanno sede in un Paese europeo. Qualsiasi società che opera in Italia dovrà quindi o essere registrata in Italia e quindi vigilata dalla Banca d’Italia; o istituire dei punti di contatto in Italia, che siano responsabili del comportamento dei punti vendita in Italia. Dovranno fornire le informazioni all’Oam, che li girerà alla Banca d’Italia e alla Guardia di Finanza. La GdF potrà accedere alle banche dati degli Oam, studiare la mappa dei punti vendita e incrociare le informazioni con quelle delle varie forze di polizia.

Ma questo, avverte Maresca, non basta. Servono le sanzioni: lievi per irregolarità sporadiche e formali di singoli punti vendita; pesanti e accompagnate dalla registrazione nei database degli Oam in caso di violazioni ripetute e intenzionali dei punti vendita. Poi si tratterà di alzare il tiro dai singoli punti vendita alle società madri. E bisognerà dare la possibilità alla Gdf di chiudere immediatamente i punti vendita se c’è la possibilità che siano coinvolti in reati gravi come il finanziamento del terrorismo. Tutte cose che oggi sono escluse e lo saranno finché la IV Direttiva antiriclaggio non sarà stata recepita. Chiudere tutti i punti vendita invece non avrebbe senso, perché l’attività di trasferimento delle rimesse da punto a punto in giro per il mondo sarebbe troppo costosa per le banche. «Una strategia che intendesse scoraggiare l’utilizzo dei money transfer – conclude il dirigente del Tesoro – non sarebbe realistica e porterebbe a una crescita dei meccanismi clandestini e quindi a un aumento di opacità».

Alle sollecitazioni del Tesoro ha risposto il 28 aprile in un’audizione in Commissione finanze il presidente del Money Transfer Working Group (di cui fanno parte MoneyGram, Ria e Western Union), Massimo Canovi. «Le recenti proposte di un’ulteriore regolamentazione del mercato trovano noi grandi operatori completamente a favore», ha detto. «All’interno delle singole aziende – ha aggiunto – sono istituite apposite strutture dedicate alla gestione e al controllo dell’applicazione dei programmi di compliance, antiriciclaggio, antiterrorismo e prevenzione delle frodi» attraverso «identificazione del cliente, monitoraggio e segnalazione delle attività anomale o sospette, costante e proattiva collaborazione con le Autorità competenti e formazione dei dipendenti e degli agenti». «Collaboriamo giornalmente – ha concluso – con le autorità e molte inchieste nascono da nostre segnalazioni. Inoltre il sistema normativo italiano è tra i più sicuri e restrittivi in materia e noi siamo contenti che sia così».

L’audizione in Commissione Finanze della Camera di Giuseppe Maresca, il capo della direzione Quinta del dipartimento del Tesoro del Ministero dell’Economia e delle Finanze