Con l’addio di Davutoglu la Turchia fa un altro passo sulla via neo-ottomana

Nel 2015 i primi scricchiolii con Erdogan per il fallimento della svolta neo-ottomana, poi il dossier e le dimissioni «non per scelta ma per necessità»

Il presidente del consiglio turco, Ahmet Davutoglu, ha annunciato le sue dimissioni il 5 maggio. Durante l’ultimo vertice con il suo partito (la formazione islamista Liberà e Giustizia, Akp, di cui è anche presidente) si è palesata l’impossibilità di restare a capo del governo dopo l’emersione dei contrasti con il Presidente turco, e fondatore del partito, Recep Tayyp Erdogan. La situazione era andata peggiorando negli ultimi mesi. Secondo gli osservatori internazionali Erdogan non tollerava più le posizioni moderate del presidente del consiglio su vari dossier, dalla riforma iper-presidenzialista voluta da Erdogan alla linea dura contro i curdi, passando per varie questioni interne e internazionali.

Il colpo di grazia è arrivato a fine aprile, con la diffusione “anonima” dei “Pelican Files”, una lista di argomenti su cui Davutoglu era troppo poco in linea con Erdogan. L’accusa per cui è stato eliminato politicamente Davutoglu è quindi mancanza di cieca lealtà nei confronti di un presidente della Repubblica che, sempre meno nascostamente, ambisce ad avere un potere assoluto sui destini del Paese.

Fino ai recenti sviluppi Davutoglu era considerato un fedelissimo di Erdogan, spesso anzi criticato per l’appiattimento ai diktat del presidente. Proveniente dall’accademia, a inizio anni 2000 – quando Erdogan, dopo aver da poco fondato l’Akp, diventa presidente del consiglio per la prima volta – Davutoglu svolge soprattutto il ruolo di consigliere, in particolare di politica estera. Nel 2009, durante il secondo mandato da premier per Erdogan, viene nominato ministro degli Esteri e – complice la concomitante deflagrazione delle Primavere Arabe – si trova nella posizione di tradurre in concreto le idee che aveva propagandato fino a quel momento.

Fino ai recenti sviluppi Davutoglu era considerato un fedelissimo di Erdogan, spesso anzi criticato per l’appiattimento ai diktat del presidente. Proveniente dall’accademia, a inizio anni 2000, Davutoglu svolge soprattutto il ruolo di consigliere, in particolare di politica estera

È la fase della “svolta neo-ottomana” della Turchia, quando il Paese si allontana dalla tradizionale vicinanza con l’Occidente (ereditata dal padre della patria, Kemal Ataturk) – insieme alla strenua difesa della laicità dello Stato – per tornare a guardare verso est, verso quel Medio Oriente islamico che per secoli era stato provincia dell’Impero Ottomano. Arriva così la vicinanza con la Fratellanza Musulmana (e con la sua affiliata palestinese, Hamas), il gelo con Israele per i bombardamenti su Gaza e per la vicenda della Freedom Flottilla, il supporto alle rivoluzioni tunisina, libica, egiziana e siriana. Quando la scommessa neo-ottomana sembrava vincente Davutoglu viene incensato come l’artefice del grande ritorno sulla scena internazionale della Turchia. Poi però arrivano i problemi.

In Libia la situazione degenera rapidamente in una guerra civile, con Ankara che sostiene il parlamento islamista di Tripoli in contrapposizione alla comunità internazionale che riconosce Tobruk. In Egitto un golpe militare rovescia il governo dei Fratelli Musulmani di Mohammed Morsi. In Tunisia vincono le ultime elezioni le formazioni laiche. In Siria Assad resiste alle prime spallate e, in particolare grazie all’appoggio prima dell’Iran e poi della Russia, riesce a tornare all’attacco. Non solo. In Siria esplode anche la questione curda, che terrorizza Erdogan per i legami tra Ypg siriano e Pkk curdo-turco.

La Turchia si trova nella scomoda posizione – specie rispetto agli alleati americani ed europei – di essere un alleato de facto dello Stato Islamico, utile contro Assad e contro i curdi. In questa situazione Davutoglu diventa primo ministro, nel 2014, quando Erdogan ottiene la presidenza della Repubblica turca. Non gli viene rinfacciato il fallimento della linea neo-ottomana da lui propugnata – e del resto sostenuta convintamente da Erdogan – e il conseguente isolamento internazionale in cui ha sprofondato il Paese, ma anzi viene premiata la sua fedeltà a Erdogan durante le proteste di Piazza Taksim del 2013, quando Davutoglu non esita a schierarsi col premier contro i manifestanti.

Nel 2015 però Davutoglu “perde”, da premier, le elezioni di giugno, quando l’Akp per la prima volta non ottiene la maggioranza in parlamento. E da qui cominciano ad avvertirsi i primi scricchiolii. Erdogan lancia una spregiudicata strategia della tensione per recuperare il voto dei nazionalisti turchi e sottrarre consensi alle liste di sinistra e filo-curde (mai così premiate come nelle elezioni di giugno 2015). Secondo diversi analisti la guerra contro il Pkk iniziata nel 2015 – dopo due anni di tregua – si spiega anche se non soprattutto con queste motivazioni elettorali. E la scelta paga.

La Turchia si trova nella scomoda posizione – specie rispetto agli alleati americani ed europei – di essere un alleato de facto dello Stato Islamico, utile contro Assad e contro i curdi. In questa situazione Davutoglu diventa primo ministro, nel 2014

Nel novembre dello stesso anno l’Akp ri-vince le elezioni, stavolta con una ampia maggioranza, e Davutoglu resta premier. Dal suo scranno appoggia la repressione voluta da Erdogan contro giornalisti e intellettuali, contro i curdi e contro l’ex alleato – ora arcinemico – il tycoon islamista Fethullah Gülen, difende la politica muscolare del presidente nei confronti dell’Unione europea e in generale delle “potenze straniere” che ingerirebbero nella vita politica turca. Ma qualcosa sembra essersi rotto nel rapporto tra i due.

Erdogan pare non aver mai digerito l’analisi del voto di giugno di Davutoglu, secondo cui era un segnale che il popolo turco non voleva la svolta iper-presidenzialista tanto cara al presidente della Repubblica. I dissapori aumentano, fino a che a fine aprile vengono anonimamente diffusi sul web (parrebbe da fonti vicine a Erdogan) i “Pelican Files”, una lista di 27 questioni su cui premier e presidente sarebbero ai ferri corti: dal supporto di Davutoglu a una legge sulla trasparenza, invisa ad Erdogan, al sostegno espresso alla magistratura che indaga su ministri dell’Akp vicini al presidente; dall’eccessivo protagonismo del premier nelle trattative con la Ue sui migranti (dove viene anche accusato di debolezza nei confronti della Germania), ai suoi smarcamenti sulla possibilità di trattare una nuova tregua col Pkk (ipotesi rifiutata da Erdogan); dalle critiche che ha osato muovere al presidente in generale, all’eccessivo buonismo mostrato verso i docenti arrestati perché contrari alla guerra col Pkk (Davutoglu era favorevole all’arresto, ma disse che non credeva dovessero finire in carcere).

Dopo la diffusione dei “Pelican Files” Davutoglu impiega pochi giorni per trarre le conseguenze e dimettersi sia da premier che da presidente del Akp, «non per scelta ma per necessità», nelle sue parole. La narrazione di Erdogan – secondo cui il Paese è accerchiato dai nemici, le potenze straniere tramano contro di lui ed è dunque necessario il pungo di ferro coi nemici interni ed esterni – non poteva tollerare i dubbi e le mediazioni di Davutoglu. Adesso il suo successore verrà probabilmente designato nel congresso straordinario del partito il 22 maggio. Uno dei nomi che gira è quello di un genero di Erdogan, Berat Albayrak. Che sia lui o un altro, gli esperti concordano nello scommettere che il presidente vorrà qualcuno che non ostacoli, nemmeno minimamente, la sua rincorsa al potere.