«Dai rifiuti al cibo: Milano può diventare la capitale dell’economia circolare»

Usare i fanghi di depurazione del capoluogo meneghino come concimi per il parco agricolo sud Milano. Fabrizio Barini, candidato consigliere per il Partito Democratico lancia l’idea: «L’impatto simbolico sarebbe fortissimo. Nel mondo saremmo la città che non butta via niente»

Usare i rifiuti di Milano, adeguatamente trattati, per concimare i terreni del parco agricolo sud Milano e farne un serbatoio di cibo, acqua pulita ed energia per la città. A lanciare l’idea è Fabrizio Barini, quarantenne candidato consigliere alle prossime elezioni comunali milanesi. In lista con il Partito Democratico, «perché Milano deve saper cogliere il processo di crescita e proiezione internazionale di questi ultimi anni», Barini viene dal mondo della finanza, ma la sostenibilità ambientale è il suo chiodo fisso: «È lì che vanno veicolati gli investimenti – spiega -. Essere attenti all’ambiente non vuol dire solo limitare il consumo di suolo o impedire l’accesso alle automobili. È un processo che riguarda molte altre cose».

A cosa si riferisce?
Ad esempio, una mia ossessione è l’efficenza energetica degli edifici, veri e propri caloriferi di mattoni e cemento. Andrebbero sistemati tutti i condomini costruiti nella seconda metà del novecento. Non solo a Milano, peraltro, ma in tutta l’area metropolitana. Che dovrebbe essere percepita e governata al pari della Grande Londra, come fosse, per l’appunto, un’unica grande metropoli. Sulla quale sperimentare progetti ambiziosi e innovativi.

Come riaprire i Navigli, o non far pagare i mezzi pubblici?
Idee interessanti, ma io ho in mente altro.

Cosa, di preciso?
Ad esempio, mi piacerebbe Milano usasse i big data e le informazioni in essi contenuti per prendere decisioni. Si tratta di un flusso di dati che già è utilizzato e che già sta cambiando la vita delle persone. Dobbiamo cambiare rotta e governare il cambiamento, senza subirlo. E proprio per questo, sono affascinato da un progetto di economia circolare che sta portando avanti la famiglia del premio Nobel Giulio Natta per il rilancio del parco agricolo sud Milano.

In che senso?
Prima della rivoluzione industriale, il parco sud era il luogo in cui la città si rigenerava. Scarichi fognari e scarti, grazie alle marcite, diventavano concime che rendeva la terra fertile per far crescere cereali, ortaggi, frutta e dare da mangiare alla città.

«Dalle acque reflue si prelevano fanghi che a loro volta sono trattati chimicamente per trattenere soltanto le sostanze organiche che nutrono il terreno. Non è una novità, sia chiaro: già da tempo, i fanghi di depurazione sono usati in agricoltura. Qui di innovativo ci sarebbe un progetto sistemico e simbolico: Milano non butta via niente. E dai rifiuti produce benessere»


Fabrizio Barini

E come mai si è smesso?
L’industrializzazione ha frenato questo processo, perché ha reso le acque reflue troppo sporche per essere utilizzati. Anche per questo, oggi quei terreni non sono più fertili come allora. E se lo sono, è grazie ai fertilizzanti chimici.

Quindi? Come si torna all’ottocento?
In parte ci siamo già tornati: oggi la città si è deindustrializzata e le nostre acque reflue sono molto più pulite. Per tutto il resto c’è la tecnologia: dalle acque reflue si prelevano fanghi che a loro volta sono trattati chimicamente per trattenere soltanto le sostanze organiche che nutrono il terreno. Non è una novità, sia chiaro: già da tempo, i fanghi di depurazione sono usati in agricoltura. Qui di innovativo ci sarebbe un progetto sistemico e simbolico: Milano non butta via niente. E dai rifiuti produce benessere.

Grado di fattibilità?
Alto, se non fosse per la sfiducia che gli investitori, soprattutto quelli internazionali, hanno nei confronti della politica. Dobbiamo far sì che la recuperino, perché sono loro a portare avanti i progetti di lungo periodo, quelli di rigenerazione. La politica dovrebbe fare un bel bagno di realismo e iniziare a parlare una lingua, quella dei mercati, che oggi non conosce. Oltre, ovviamente, a un‘inglese fluente che è ancora, purtroppo, merce rara.

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