Google e gli altri: la carica dei lobbyisti all’assalto di Bruxelles

Pranzi e cene offerti agli europarlamentari. Sono tanti i gruppi di potere che influenzano le decisioni politiche da cui dipendiamo tutti. Alcuni sono conosciuti, altri decisamente occulti. Perché una vera legislazione per le lobby in Europa non c'è

Trentamila persone, quasi quanto quelle impiegate dalle istituzioni comunitarie. Tanti sarebbero i lobbisti oggi in azione a Bruxelles. Nella capitale d’Europa le lobby contano tanto quanto i governi, gli eurodeputati o le rappresentanze permanenti. O almeno questo è il sentimento generale in una città diventata simbolo di politica, affari, business e diplomazia.
Se la lobby di per sé non rappresenta automaticamente la prova di reato, né un possibile tentativo di corruzione di politici e altri decisori, è anche vero che il suo ruolo in assenza di regolamenti può diventarlo. E a Bruxelles, come nel resto delle capitali europee la regolamentazione langue.

Transparency International che alle lobby e alle loro attività dedica da sempre un’attenzione particolare ha riassunto in cifre la loro presenza nella capitale belga e le interazioni con la Commissione Ue, unica delle tre principali istituzioni comunitarie ad avere accettato di rendere pubblici una parte degli incontri con i lobbisti e il proprio personale. In un rapporto pubblicato dalla Ong nel 2015 si legge che “Le lobby presenti a Bruxelles sono 8.695, in un anno gli incontri tenutisi tra l’esecutivo Ue e le lobby sono stati oltre 7000 e nel 75% dei casi si è trattato di incontri con rappresentanti dell’industria e di altre società. Il totale di euro spesi dai diversi gruppi per fare pressione sulle istituzioni comunitarie ammonta a circa 1.5 miliardi di euro l’anno“.

I dati del rapporto pubblicato da Transparency International diventano più interessanti se messi in parallelo con l’agenda quotidiana e politica di Bruxelles e se si guarda nel dettaglio l’ammontare di risorse a disposizione di ogni singola azienda o associazione. Ed ecco allora che si scopre che le cinque principali lobby a investire di più nel loro ufficio Ue sono: Exxon Mobil, Microsoft, Shell, Deutsche Bank e Dow. Segue Google. In sintesi: petrolio e internet. Non stupisce, del resto, considerati gli interessi in gioco oggi in Europa dove il settore energetico e l’economia digitale sono tra i comparti considerati strategici. Quello che è difficile è ricostruire passo per passo le tappe e le fasi dell’interazione tra gruppi di pressione e decisori. Se la Commissione Ue ha avviato negli ultimi anni una politica di trasparenza aprendo in parte alla consultazione pubblica di quello che Transparency International chiama le tracce digitali degli incontri con i lobbisti, che al momento tiene conto però soltanto degli incontri che riguardano appena l’1% del suo personale, il Parlamento e il Consiglio Ue restano ancora indietro.

Guarda Il grafico di Integrity Watch sugli incontri tra personale della Commissione e lobbisti

Le cinque principali lobby a investire di più nel loro ufficio Ue sono: Exxon Mobil, Microsoft, Shell, Deutsche Bank e Dow. Segue Google. In sintesi: petrolio e internet.

Nonostante sia considerata spesso l’istituzione meno potente ed incisiva, l’Europarlamento ha comunque il potere di far passare o modificare quanto proposto dalla Commissione. Ed è per questo che i suoi 751 membri sono quotidianamente presi di mira da gruppi di lobbisti. Soprattutto se all’orizzonte ci sono decisioni importanti in grado di cambiare il mercato europeo. «Per chi arriva a Bruxelles da poco» racconta a Linkiesta l’assistente di un eurodeputato francese «Si ha spesso l’impressione di essere al centro di una vasta opera di seduzione. I lobbisti ci chiamano, ci invitano a cena, organizzano dei meeting strategici, ci forniscono la loro visione dei testi al voto. Tutto questo non è illegale se ovviamente il deputato riesce a restare obiettivo al momento del voto». Il problema, infatti, più che l’obiettività è la moralità e l’eticità del politico in questione.

Negli ultimi anni i casi di corruzione all’interno delle istituzioni sono stati molti e in alcuni casi hanno fatto parecchio rumore. L’ultimo ha portato direttamente alle dimissioni dell’ex Commissario Ue John Dalli. Contro il politico maltese l’accusa di aver ceduto alle influenze della lobby del tabacco mentre erano in corso i negoziati sulla nuova direttiva relativa proprio al fumo.
Direttiva entrata in vigore qualche settimana fa. Il caso Dalli non è l’unico e non sarà probabilmente l’ultimo. Per Yannik Bedel dell’ufficio Ue di Transparency International «La percezione di azioni di influenza sull’operato dei politici a livello comunitario può avere un impatto pesante sulla credibilità delle istituzioni».

Affermazione che trova il sostegno delle ultime rilevazioni condotte dall’Eurobarometro sulla fiducia dei cittadini verso le istituzioni Ue e la presenza di casi di corruzione, dove i livelli di fiducia nei confronti dell’Ue è oggi al minimo storico un po’ dappertutto in Europa. Il dato comunitario è in linea con quello nazionale, sempre Transparency International ha osservato come oggi sei su dieci cittadini europei ritengono che le pratiche poco trasparenti di lobbying e pressione sui decisori politici siano alla base dei fenomeni di corruzione.

Contro il politico maltese, l’ex Commissario Ue John Dalli, l’accusa di aver ceduto alle influenze della lobby del tabacco mentre erano in corso i negoziati sulla nuova direttiva relativa proprio al fumo

«Per migliorare il rapporto tra istituzioni e cittadini e tra politica e cittadini è importante regolamentare le attività dei gruppi di pressione, è necessario che le lobby siano registrate, che si conosca chi ne fa parte: nomi e cognomi» spiega ancora a Linkiesta Yannick Bedel «Il registro per le lobby attivato a Bruxelles è al momento poco attendibile. Per prima cosa la registrazione di una società è lasciata al libero arbitrio della società stessa e poi i dati inseriti sono incompleti o parziali».

Il registro di cui parla Yannick Bedel è stato creato nel 2011 dall’iniziativa congiunta di Commissione Ue ed Europarlamento, ma al momento il vero limite nella sua efficacia è tutto nella volontarietà della sottoscrizione. Aspetto che insieme alla mancanza di sanzioni adeguate rende la sua efficacia praticamente nulla. «Tra le priorità della mia agenda politica ci sarà anche il rendere obbligatorio per ogni lobby operante a Bruxelles l’iscrizione a un apposito registro» aveva tuonato Juncker davanti al Parlamento Ue in occasione dell’udienza di ratifica del mandato da Presidente della Commissione Ue. Era l’autunno 2014, poche settimane dopo ci fu lo scoppio del Luxleaks.

Nonostante gli attacchi della stampa e dell’opposizione Juncker non ha fatto marcia indietro e le consultazioni tra le diverse parti fervono in attesa che l’esecutivo Ue arrivi, entro l’autunno, ad annunciare la nuova proposta sulla trasparenza nelle relazioni tra istituzioni e lobby. «Temiamo che ancora una volta si perda un’occasione importante» racconta a Linkiesta Yannik Bendel dell’ufficio Ue di Transparency International “Se l’attenzione del pubblico calerà sotto il peso di emergenze e di crisi più urgenti, il registro obbligatorio delle lobby potrebbe ancora una volta essere posticipato”.

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