Inarrestabili settantenni: da Iggy a Richards, a Ozzy, la carica degli anziani spericolati

Una vita sempre al massimo fra droga, musica, donne e palco: il club degli "anziani" del rock che non teme l'età (e fu protagonista del mondo raccontato dalla serie "Vinyl")

Come per certi esperimenti bizzarri che si vedono in tv o su internet, bisognerebbe mettere la scritta (a caratteri lampeggianti) «Da non ripetere a casa senza adeguata sorveglianza». Invece noi vorremmo conoscerla, quella formula magica. L’ultimo, in ordine di tempo, a farcelo desiderare è stato Iggy Pop, sbarcato a Cannes per il documentario che l’amico di una vita, Jim Jarmusch, ha dedicato a lui e alla sua band, gli Stooges. Il doc si intitola (guarda un po’) Gimme Danger. Abbiamo imparato vedendo Iggy ai photocall che la posa sensuale in cui spesso viene immortalato non è artificio di scena: è che il signor Pop (che di cognome vero fa Osterberg) ha una gamba più corta dell’altra, e infatti sulla Croisette una delle sue ciabatte era raso terra e l’altra con una zeppa consistente. E qui già si vede il Dna dell’icona: noi con una lombosciatalgia sembriamo un attrezzo da idraulico dimenticato in un angolo, Iggy con un severo svantaggio articolare è sexy.

Poi, abbiamo avuto modo di verificare che l’Iguana non vive a torso nudo, ma basta mezza sillaba perché sollevi la maglietta. Il magnifico settantenne protopunk, dopo aver divertito i fotografi più di trenta starlette smutandate e aver mulinato il dito medio senza sosta, ha guardato il film sulla sua vita e si è chiesto: «Ho fatto davverto tutto quello?». E in quel “tutto” ci sono molta musica, grande carisma, invenzioni spettacolari (lo stage diving, il rotolarsi su cocci di vetro e via così), ma anche una quantità indefinita e gigantesca di droghe, dall’eroina all’LSD, e sbracamenti selvaggi di ogni tipo. Lui, attivissimo e arzillo come sempre, ha appena inciso un album (Post Pop Depression) e giura di non toccare più cose nocive, ma nessuno di noi al cospetto dell’ultima moglie, una torreggiante hostess esotica di nome Nina Alu dal piglio minaccioso, ammetterebbe nemmeno di friggere con l’olio di semi.

Iggy Pop ha guardato Gimme Danger il film sulla sua vita e si è chiesto: «Ho fatto davverto tutto quello?». E in quel “tutto” ci sono molta musica, grande carisma, invenzioni spettacolari (lo stage diving, il rotolarsi su cocci di vetro e via così), ma anche una quantità indefinita e gigantesca di droghe, dall’eroina all’LSD, e sbracamenti selvaggi di ogni tipo

Di poche settimane fa è la notizia che Ozzy Osbourne, inglese, di pochi mesi più giovane di Iggy, quell’omino pettinato alla Renato Zero che in un reality tv di Mtv vedevamo sotto le psicoinfluenze più disparate mentre raccoglieva diligente le deiezioni degli amati cani, è stato messo alla porta (e non è la prima volta) dalla volitiva moglie Sharon, che è anche la sua manager. L’ex leader dei Black Sabbath, detto The Prince of Darkness, è stato in prigione, ha avuto problemi psichici, ha abusato di alcool e stupefacenti in dosi che avrebbero minato un esercito di palestrati, ha tentato di strangolare la consorte di cui sopra dopo aver ingollato quattro bottiglie di vodka e ha staccato con un morso la testa di un pipistrello che un fan aveva gettato sul palco.

Ha pure sniffato una colonia di formiche, ma questo sembra un gesto di impatto scenografico dagli scarsi risvolti tossici. Dopo una vita del genere, da un sopravvissuto sessantottenne ci si aspetterebbe che non distinguesse Miss America dal pilone di un viadotto: invece il metallaro romantico si è invaghito di una sciampista di quarantacinque anni, facendo arrabbiare la tenace Sharon che dopo un trentennio ora promette il divorzio e lo dipinge come un concentrato di ormoni che corre dietro ad ogni gonnella. Lui, senza un plissé, ogni tanto si fa un lifting, per migliorare l’autostima.

Sugli Stones difficile dire cose che abbiano una coerenza anagrafica. Mick Jagger compirà a luglio settantatre anni, è bisnonno e indossa dei pantaloni skinny che entrerebbero a fatica ad una modella anoressica adolescente. Mentre alla bocciofila i suoi coevi, la cui massima trasgressione è stata in vita il bicchiere di rosso della casa, faticano a rialzarsi in linea retta dopo aver fatto due tiri sghembi, lui dritto come un fuso fa tournée per il mondo, presenzia a matrimoni di figli (ne ha sette) e nessuno lo ha mai visto seduto con un plaid a portata di mano.

Il suo alter ego negli Stones, l’amato-odiato Keith Richards (stessa età di Jagger), grandioso chitarrista nonché eroinomane irredimibile, nel 2006 (già ultrasessantenne) fu operato al cervello in Nuova Zelanda dopo essere caduto da una palma da cocco sui cui tentava di arrampicarsi (si ignorano i motivi del gesto). Definire “sregolato” lo stile di vita di Richards rende l’idea così come dire che l’Everest è un montarozzo. Eppure, con in faccia una quantità di rughe da sherpa imbalsamato, la sigaretta incorporata e la matita nera agli occhi, fa il pade di Jack Sparrow-Depp nella saga dei Pirati dei Caraibi, suona, compone e non si ferma mai. Se non altro, sta con la stessa donna (la ex modella Patti Hansen) da quasi quaranta anni, dopo svariate intemperanze; mentre un altro Stones, Ronnie Wood, anche lui in armonia con l’anima trasgressiva della band, si è sposato da poco con una graziosa trentottenne e a breve diventerà papà di due gemelli. La signora comunque non è preoccupata, dice, perché la zia di Wood ha vissuto fino a cento anni (chissà con quali abitudini, visto il nipote) e probabilmente perché sa, beata lei, qualcosa sulla struttura molecolare del marito che noi ignoriamo.

Keith Richards, grandioso chitarrista nonché eroinomane irredimibile, nel 2006 (già ultrasessantenne) fu operato al cervello in Nuova Zelanda dopo essere caduto da una palma da cocco sui cui tentava di arrampicarsi (si ignorano i motivi del gesto). Definire “sregolato” lo stile di vita di Richards rende l’idea così come dire che l’Everest è un montarozzo

Quell’epoca viene rappresentata senza filtri nella serie Vinyl, ideata per Hbo da Scorsese insieme allo stesso Jagger. Tutto quello che abbiamo sempre pensato delle follie psicotrope e dello strafattismo degli anni d’oro del rock è più vero del vero. Come conferma anche Exile on Main Street: A Season in Hell, il libro di Robert Greenfield che racconta gli anni in cui gli Stones, per problemi economico-fiscali, dovettero trasferirsi in Francia: vi si tratteggia una vita blindata, con spacciatori alle porte 24 ore al giorno e persone senza contezza di sé ammucchiate ad ogni piano della megavilla in Costa Azzurra. I musicisti si alzavano nel pomeriggio, si devastavano in ogni modo noto e ignoto e di notte, febbrilmente, suonavano nudi in cantina.

D’accordo, la maledizione del 27 (l’età in cui morirono Jim Morrison, Janis Joplin, Amy Winehouse) fa rabbrividire, ma pure uno come Ringo Starr, che nei Beatles era quello bruttino e meno esposto, celato in seconda fila dietro la batteria, ha settantacinque anni e ne dimostra venti di meno. Oggi è un adepto dell’alimentazione bio, dopo avere bevuto per anni sedici (sì, sedici) litri di vino al giorno e avere sniffato betoniere di cocaina: è un signore asciutto con una gran testa di capelli (com’è che nessuno è un filo stempiato? Perché hanno queste chiome vigorose a settanta e passa anni dopo avere martoriato ogni organo interno e il geometra del quarto piano che si sfonda di miglio e crescina si conta i peli rimasti?). D’accordo, Ringo si è messo a fare pilates e si nutre di cavoletti di Bruxelles organici, ma se uno di noi bevesse anche solo per un mese sedici fiaschi di Cabernet al dì avrebbe il fegato atomizzato, una pancia da gestante a fine gravidanza e il medico della mutua barricato in ambulatorio che non perde tempo a farti l’impegnativa delle analisi. Perché Ringo non ha nemmeno le maniglie dell’amore?

Probabilmente c’è stata una sacca spazio-temporale in cui distribuivano anticorpi come se piovesse, forse come ci dicevano all’asilo «gioca, gioca con la terra che così ti fai le difese e non ti ammali», forse qualche divinità dionisiaca li ha protetti. Non è dato sapere, se non quando qualcuno di loro, generosamente, donerà il corpo alla scienza. Però, come recita una battuta: bisognerà iniziare a pensare a che razza di mondo vogliamo lasciare a Keith Richards.