Europa a due velocità, l’unica soluzione per il futuro dell’Unione

Dopo la Brexit, il futuro del continente passa per una restrizione dei confini decisionali. Ma i sei Stati fondatori sembrano ancora lontani dall'accordo sulla Federazione Europea

È un tamburo di guerra che ha iniziato a battere qualche colpo già durante la campagna per la Brexit, in sottofondo. Cresciuto improvvisamente dopo la drammatica uscita del Regno Unito dalla Ue è diventato l’accompagnamento costante e minaccioso nelle discussioni a Bruxelles degli ultimi giorni: i sei Stati fondatori della Ue (Italia, Francia, Germania e Be-Ne-Lux) sono pronti, con chi ci sta, a dare vita all’Europa a diverse velocità. Detto in parole semplici, chi vuole andare se ne vada, chi vuole restare nella situazione attuale ci resti. Gli Stati che vogliono un’Unione sempre più stretta tra i popoli europei e che intendono procedere sulla strada dell’integrazione non staranno più fermi ad aspettare l’accordo con tutti, e un embrione di Stato Federale Europeo potrebbe essere messo in cantiere rapidamente. Non si tratta solo di completare l’unione bancaria o di trovare una risposta comune alla crisi dell’immigrazione, temi che pure sono fondamentali, ma di iniziare a discutere di unione fiscale, politica estera comune e, soprattutto, di democrazia europea. Di diventare un polo di attrazione per gli altri Stati e di ritrovare, insomma, quella spinta che dalla metà degli anni Ottanta (con l’Atto Unico) ha portato a grandi progressi (Maastricht e l’Euro, su tutti) fino al drammatico naufragio della Costituzione Europea nel 2005.

Questa Unione europea, dagli ideali frusti e con meccanismi decisionali inadeguati, è quella che è stata travolta dalla crisi economica, dalla crisi dai migranti e dalla successiva crisi politica, che ha visto divampare i populismi xenofobi e anti-europei in molti Paesi. È l’Unione europea che ha assistito alla Brexit

Guardando a quel fallimento – causato dal doppio “no” alla Costituzione uscito dai referendum francese e olandese – si ricavano diversi elementi utili per la situazione attuale. Come sottolineato da numerosi studiosi, la causa della bocciatura del Trattato Costituzionale non va cercata nel contenuto del Trattato stesso (del resto ignorato dalla stragrande maggioranza dei cittadini francesi e olandesi che avevano votato al referendum) ma nell’allargamento a 25 Stati dell’Unione dell’anno precedente. La paura del “idraulico polacco”, incarnazione della concorrenza della manodopera a basso costo dei nuovi Stati Membri, e del conseguente sfaldamento dello stato sociale tradizionale sono stati gli elementi decisivi nelle urne. L’allargamento, unito al contestuale naufragio delle nuove regole che avrebbero dovuto rendere gestibili i processi decisionali (eliminando ad esempio il diritto di veto da una serie di materie, in favore di maggioranze qualificate), ha appesantito l’Unione fino a renderla pressoché immobile. Il Trattato di Lisbona, faticosamente entrato in vigore nel 2009 dopo un percorso accidentato – e senza l’afflato ideale della Costituzione – ha solo in parte rimediato al problema, pur recependo molte delle disposizioni del Trattato Costituzionale.

Proprio in quegli anni infatti la crisi economica nata negli Usa ha iniziato a mordere duramente diversi Stati Europei. L’Unione, invece di dare una risposta unitaria (anche appunto per carenza degli strumenti necessari), ha lasciato che il metodo inter-governativo (dove sono centrali gli Stati nazionali) scalzasse il metodo comunitario (dove invece, semplificando, dominano le istituzioni europee) in molti aspetti della sua vita. Questa Unione europea, dagli ideali frusti e con meccanismi decisionali inadeguati, è quella che è stata travolta dalla crisi economica, dalla crisi dai migranti e dalla successiva crisi politica, che ha visto divampare i populismi xenofobi e anti-europei in molti Paesi. È l’Unione europea che ha assistito alla Brexit.

Analizzate queste debolezze si spiega il fascino della Ue a diverse velocità (che potrebbe nascere sfruttando il meccanismo delle “cooperazioni rafforzate”, già previsto dal trattato di Lisbona. Se aumentando il numero di decisori seduti a un tavolo si annacquano le decisioni e se ne rallentano i tempi, allora riducendo il numero a pochi – inoltre più coesi e determinati – si può sperare di ottenere l’effetto inverso. Anche di questo stanno discutendo i capi di governo, i ministri e i diplomatici degli Stati dell’Unione all’indomani dell’uscita di Londra. E qui risiedono le più grandi incognite. Dei sei Stati fondatori, l’Olanda sembra essere quella più tentata dall’idea di tenere un referendum come l’Inghilterra – richiesta avanzata a gran voce dalla destra populista di Geert Wilders -, ma per ora il parlamento dell’Aia ha bocciato l’ipotesi di votare una “Nexit”. La Francia attraversa una fase più pericolosa: Hollande vorrebbe marciare speditamente, pare, sul percorso di un’integrazione più forte e attenta anche alla crescita economica oltre che al rigore di bilancio, ma dovrà affrontare l’anno prossimo le elezioni dove la destra anti-europeista di Marine Le Pen rappresenta un pericolo non solo per le prospettive di rilancio della Ue ma per la sua stessa esistenza. Senza la Francia infatti l’Unione sarebbe praticamente morta.

Se a ottobre il referendum sulle riforme costituzionali non dovesse passare, il governo cadesse e a eventuali elezioni dovesse trionfare il Movimento 5 Stelle – le cui opinioni in merito all’euro e all’Europa non sono chiare, ma nemmeno incoraggianti – di nuovo l’Unione rischierebbe non solo la paralisi di eventuali progetti di rilancio, ma la sua stessa esistenza

La Germania è poi a sua volta in una situazione delicata. La Merkel conosce il rifiuto del suo elettorato a farsi carico dei debiti e dei problemi degli altri Stati europei, e finora ha sempre rigettato ogni ipotesi di unione fiscale o simili per timore di un crollo dei consensi. Tuttavia oramai sul ciglio della catastrofe – cioè il possibile sfaldamento dell’Ue – potrebbe valutare come un’alternativa meno dolorosa quella di un’Unione Europea che si avvii a diventare uno Stato Federale (oltretutto ristretta a pochi membri molto convinti, lasciando alla porta i governi con visioni oramai incompatibili con quelle della Ue, ad esempio Polonia e Ungheria). L’Italia, infine, rappresenta insieme alla Francia l’altra mina vagante per il Continente. Se a ottobre il referendum sulle riforme costituzionali non dovesse passare, il governo cadesse e a eventuali elezioni dovesse trionfare il Movimento 5 Stelle – le cui opinioni in merito all’euro e all’Europa non sono chiare, ma nemmeno incoraggianti – di nuovo l’Unione rischierebbe non solo la paralisi di eventuali progetti di rilancio, ma la sua stessa esistenza. Se però il progetto di un’Europa a più velocità dovesse uscire intatto e forte dalle forche caudine dei prossimi appuntamenti elettorali nei principali Stati fondatori – e magari al contempo l’Inghilterra si trovasse a rimpiangere amaramente la propria scelta isolazionista -, allora potremmo davvero essere all’alba di una nuova stagione per l’Europa. Forse più piccola, ma sicuramente più forte e attraente.

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