La vita felice, un libro dedicato alle ragazze che sanno ridere

Intervista all'autrice Elena Varvello a un giorno dalla pubblicazione della sua ultima opera: «Come diceva Flannery O’Connor la verità, per uno scrittore, è solo quella narrativa»

Arrivo a casa di Elena e faccio difficoltà a parcheggiare davanti al suo cancello. Quando tiro il freno a mano mi viene un dubbio: in discesa bisogna lasciare la macchina in prima o in retro? Un quesito ridicolo, me ne rendo conto (adesso che lo scrivo) ma in quel momento davvero non mi viene in mente la risposta e allora prendo il cellulare, cerco il numero di Elena e faccio per scriverle. Mi fermo. Quell’istinto di porre a lei una domanda tanto stupida fa parte della nostra amicizia ma soprattutto del suo modo di essere.

Ci vuole qualcuno di molto onesto per rispondere a domande tanto ridicole, ci vuole qualcuno che sappia ridere delle banalità così come delle sconfitte, qualcuno che abbia ben chiaro che niente nella vita ha un senso logico e razionale e che allora non serve giudicare, bisogna solo sforzarsi di osservare. Qualcuno che rinunci a prendersi sul serio anche quando scrive un libro, anche quando quel libro, nonostante il successo, non smetterà di fare male.

Trovo Elena seduta su una sdraio, sotto il portico. Le peonie rosa che Mrs Dalloway sbaverebbe se le vedesse, le siepi a ripararla dal sole. Sta leggendo e fumando. Fumando, ovviamente. Mi urla un ciao, e poi tutte e due scoppiamo a ridere

Forse la distinzione tra uno scrittore bravo e uno che bravo non è, bisognerebbe farla da questa prospettiva, ragionando su quanta solennità contengono le parole che sceglie di usare. Nei libri come nella vita. Dovrebbe esistere una guardia davanti a un immaginario cancello, all’entrata di ogni casa editrice, e questa guardia dovrebbe porre sempre la stessa domanda: quanto godi leggendoti? La risposta dovrebbe sempre essere una risata.

Trovo Elena seduta su una sdraio, sotto il portico. Le peonie rosa che Mrs Dalloway sbaverebbe se le vedesse, le siepi a ripararla dal sole. Sta leggendo e fumando. Fumando, ovviamente. Mi urla un ciao, e poi tutte e due scoppiamo a ridere. Ti devo troppo raccontare, le dico, lei mi fa il verso, ma come parli? Andiamo in cucina. Il posacenere sul tavolo, il caffè sul gas, il computer aperto. Sembriamo le protagoniste di un racconto della Munro letto da Paperino. È il 30 maggio. Il giorno successivo esce La vita felice, il nuovo romanzo di Elena Varvello. In tanti da domani scriveranno e parleranno del libro. In tanti ne racconteranno la trama, trovandoci ognuno qualcosa di diverso, di sensazionale, d’interessante. Avranno tutti ragione e tutti torto, come sempre quando si parla di libri. Perciò andatevi a leggere le loro recensioni, qui si chiacchiera e basta.

La vita felice inizia con una citazione: «In talking about the past, we lie with every breath we draw». Mi spieghi qual è, secondo te, il significato della bugia, sia in letteratura che nella vita?

Mentire a ogni respiro riguardo al nostro passato non ha alcuna accezione negativa, si riferisce a una specie di destino che ci vede obbligati a immaginare e ricostruire. Mentire, per come lo intendo io, è immaginare. Crescendo siamo stati condizionati a pensare che non bisogna raccontare storie, e cioè bugie, ma non possiamo che raccontare storie su noi stessi, immaginando ciò che siamo e ciò che siamo stati. Desideriamo sempre che gli altri ci raccontino la verità: è un sogno. Per uno scrittore, soprattutto, la verità è quella che Flannery O’Connor chiamava verità narrativa, la verità dell’immaginazione, quella che puoi raggiungere soltanto nel racconto. Io credo di non sapere ma posso comunque immaginare. Per me è incomprensibile una richiesta di verità che non tenga conto dell’immaginazione.

Se non ti conoscessi e non fossi certa che tu sei così, ti direi che mi hai dato una risposta un po’ da paraculo…(Le chiedo se posso scrivere paraculo. Il tuo libro è un Supercoralli, aggiungo, si può dire la parola paraculo, parlando con una che ha scritto un Supercoralli?).

Credo nelle bugie solo nel senso che credo nella narrazione di se stessi. Tutto qui. Non sto dicendo che non si debba essere onesti, che non ci si debba sforzare, perlomeno. Provo soltanto a vedere la bugia, il mentire, come il modo indiretto in cui tentiamo di raccontare qualcosa che non potremmo dire apertamente. Forse perché non credo più all’identità intesa come unica, rigida e riconoscibile. Quello che fa uno scrittore è assumere tutte le identità possibili e dunque tutte le verità possibili. Tutti i punti di vista.

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