L’amore vero? Senza cilecca non esiste

Quando una storia finisce male abbiamo sempre una parte di responsabilità. E prima facciamo pace con noi stessi, prima apprezziamo ciò che abbiamo vissuto e imparato a lasciare andare

Quello del fallimento amoroso è un tema a me molto caro. E sia chiaro che quando parlo di “fallimento amoroso” non mi sto riferendo a quelle volte che «scusa, non mi è mai capitato, lo giuro, è la prima volta, sai lo stress, il lavoro, il troppo vino bevuto a cena, no no, tu sei bellissima», che tu rispondi «tranqui, capita a tutti», anche se è la prima volta che ti capita.

Dicevo, il fallimento amoroso è un tema a me molto caro, che mi coinvolge non solo sul piano filosofico, ma anche su quello umano e personale. Le mie storie sono sempre state fallimentari, totali, tossiche, appassionate, drammatiche, patetiche e viscerali. E se si scegliesse un’unità socialmente accettabile per misurare il successo sentimentale, potrei facilmente essere tacciata di fallimento amoroso. Iscritta nel grande registro dei cattivi pagatori. La Calisto Tanzi del sentimento. Perché? Non solo perché non ho raggiunto l’agognata stabilità, perché nessuno mi ha inanellato un diamante all’anulare, perché nessun prete mi ha spiegato cosa sia l’amore davanti a 150 invitati che squamano in chiesa in un afoso giorno d’estate. Non solo perché la mia età anagrafica inizia con il numero 3, e forse mi estinguerò, non tramanderò il mio patrimonio genetico, il ché, secondo certi, potrebbe considerarsi un fallimento per lo meno in termini biologici. Ma anche perché, nel mentre, ho tirato su un curriculum sentimentale che si può definire come minimo “notevole” per l’audacia delle sue scelte. Perché a volte mi sono fatta male, e a volte ne ho fatto. Perché sono stata vulnerabile e tiranna. Perché gli errori li ho sperimentati quasi tutti, mentre conducevo la mia personalissima inchiesta nella trincea della vita.

Se si scegliesse un’unità socialmente accettabile per misurare il successo sentimentale, potrei facilmente essere tacciata di fallimento amoroso. Iscritta nel grande registro dei cattivi pagatori. La Callisto Tanzi del sentimento. Perché? Non solo perché non ho raggiunto l’agognata stabilità, perché nessuno mi ha inanellato un diamante all’anulare, perché nessun prete mi ha spiegato cosa sia l’amore davanti a 150 invitati che squamano in chiesa in un afoso giorno d’estate

Ma al netto del mio personale feticismo per la bancarotta emotiva, cosa si intende per “fallimento amoroso”? Quand’è che falliamo in amore? Quando deludiamo, quando tradiamo, quando ci sentiamo delusi e traditi, quando ci sentiamo presi per il culo, oppure quando prendiamo per il culo? Quando condividiamo un tratto di strada con una persona e quel tratto non dura per sempre? Qual è la misura del fallimento amoroso? E nella Fallimento-Parade cos’è più grave? Avere alle spalle un matrimonio sfasciato o non avere alle spalle alcun matrimonio? Cos’è più disdicevole? Mettere la polvere sotto al tappeto o sporcarcisi i piedi, e le mani, nella polvere? E i tradimenti come s’attestano? Insomma, chi ce l’ha più lungo questo fallimento amoroso?

Possiamo assumere che esista una doppia dimensione del fallimento amoroso: quella sociale, per l’appunto, e quella intima. E se di quella sociale dopo un po’ possiamo imparare anche a battertene il giusto (poco, perché in quella giuria che decide se siamo promossi o rimandati col debito formativo in amore, ci sono altrettante miserie, menzogne e incoerenze che nella nostra storia), dalla dimensione intima del fallimento, quella personale, quella per la quale finiamo a giudicarci, condannarci e punirci, cari miei, non si prescinde. E bisogna farci pace, prima o poi, con i propri fallimenti, altrimenti essi continuano a essere ombre che si estendono sulla vita che verrà. Chiaro, non è facile. Quando falliamo siamo incazzati, a nessuno piace fallire, specie nell’età del rampantismo sentimentale. Eppure di fallire capita, spesso, a quasi tutti, prima o poi. E il modo migliore per rappacificassi con il proprio vissuto, dopo aver incolpato tutti gli altri, dal fattorino della posta al padre eterno, è assumersi la propria parte di responsabilità.

Perché una responsabilità nei nostri fallimenti ce l’abbiamo sempre. No, non dipendono in toto da noi, ok, non vogliamo fare del becero determinismo sentimentale, per carità. Ma vogliamo ammettere che un ruolo noi ce l’abbiamo nella partita della nostra esistenza amorosa. E che, anche se spesso lo facciamo trincerandoci dietro l’inconscio, i nostri fallimenti li scegliamo, essi dipendono in buona parte dalle nostre scelte (e no smettetela di dire che siete sfortunati, che la sfortuna è un’altra roba; la sfortuna è di chi non ha alternative, la sfortuna è di chi non ha la libertà di cambiare ed evolversi, non vostra perché amate uno che vi tratta come foste il pakistano delle rose). Io, per esempio, ho provato ad assumermi la responsabilità dei miei buchi nell’acqua, dei miei flop, dei miei bluff, delle mie privatissime psicotragedie e dei miei massacri emotivi. E ho compreso che nella mia vita ho perseguito fermamente il fallimento amoroso, più dell’amore stesso (banalmente, amando uomini che erano, per eterogenee ragioni, palesemente e clamorosamente sbagliati fin dal giorno n°1).

Ho provato ad assumermi la responsabilità dei miei buchi nell’acqua, dei miei flop, dei miei bluff, delle mie privatissime psicotragedie e dei miei massacri emotivi. E ho compreso che nella mia vita ho perseguito fermamente il fallimento amoroso, più dell’amore stesso

Ecco io il fallimento, per esempio, l’ho scelto sempre.

Perché? Sono fatti miei, come diceva Raz Degan.

L’ho scelto perché a volte si sceglie di fallire.

L’ho scelto perché fallire appagava la mia anima da drama queen.

L’ho scelto perché la vita non è una cosa innocente, e qualcuno deve pur viverla.

L’ho scelto perché dovevo giocare d’azzardo con l’anima, e capire che a volte si vince, ma più spesso si perde.

L’ho scelto perché non avevo paura.

L’ho scelto perché avevo paura di non sentirmi viva abbastanza.

L’ho scelto perché senza sentire il dolore, non sentivo l’amore.

L’ho scelto perché senza sentire l’errore, non sentivo la passione.

L’ho scelto perché avevo fegato.

L’ho scelto perché ero scellerata.

L’ho scelto perché ho pensato che in amore non ci fossero mezze misure.

L’ho scelto perché ho ritenuto che l’amore non contemplasse condizioni.

L’ho scelto perché ho creduto che si potesse crescere, cambiare, migliorare.

L’ho scelto perché ho pensato che bisognasse risparmiare i soldi, non i sentimenti.

L’ho scelto perché mi ha fatta sentire terribilmente felice.

L’ho scelto perché mi ha fatta perlustrare i bassifondi più degradati della mia personalità.

L’ho scelto perché era diventato quasi rassicurante, a un certo punto, fallire invece che diventare adulta davvero.

L’ho scelto perché mi è servito a crescere.

L’ho scelto perché ognuno ha i suoi metodi per apprendere la vita.

E quello era il mio.

E, a volte, l’attimo prima di fallire, si incrociano paesi e paesaggi, volti, storie, vite. Si vede il mare sfrecciare a sinistra e la vegetazione a destra. E il sole che sale e scende nel cielo. A volte, l’attimo prima di fallire, si mangia in una trattoria tipica, si ride e si fa l’amore, si calpestano prati, si sente la sabbia tra le dita dei piedi

Perché fallire serve a crescere, sì. E, a volte, l’attimo prima di fallire, si incrociano paesi e paesaggi, volti, storie, vite. Si vede il mare sfrecciare a sinistra e la vegetazione a destra. E il sole che sale e scende nel cielo. A volte, l’attimo prima di fallire, si mangia in una trattoria tipica, si ride e si fa l’amore, si calpestano prati, si sente la sabbia tra le dita dei piedi, si respira l’umido delle notti estive e l’odore pungente del freddo invernale. Si canta a voce alta durante il viaggio, si poggiano i piedi sul cruscotto della macchina e si muovono a tempo di musica. Si condivide un pezzo di strada, prima di fallire. E anche se, poi, quei pezzi sembrano non contare un cazzo, non è così. Non è mai così. Nemmeno nei casi più deteriori. Si condivide una parte di questo lungo viaggio, prima di fallire. E anche se non ci ha condotti dove presumevamo di voler arrivare, anche se ci sono state code e rallentamenti, a volte incidenti, a volte sciagure, quel viaggio ci ha portati dove siamo oggi. Che magari è un posto di merda, ma non è ancora la nostra destinazione definitiva. Perché il bello è che di muoverci non smettiamo mai.

E, dopotutto, se il fallimento amoroso è una scelta, per smettere di fallire basta scegliere di riuscire. Basta voler riuscire. Che è un pensiero rincuorante. Anche se suona come una di quelle terribili frasi da life coach.Cosa che, giuro, non era nelle mie intenzioni.

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